Il fascismo dell’antifascismo del potere senza volto

Ogni nazione è caratterizzata da un suo retaggio culturale che si riflette nei suoi costumi e nel modus vivendi della propria popolazione. La cultura di una nazione non è rappresentata dalla cultura dei letterati, dei docenti, degli artisti o attori e registi e dei politici o piuttosto da quella degli scienziati e neanche dalla cultura popolare. La cultura di una nazione è in realtà costituita dall’insieme di tutte queste componenti culturali, in sostanza è la media di esse. Queste suddette componenti sono visivamente tangibili nel nostro vissuto, proprio per la loro declinazione pratica nella vita reale nazionale.

Per diversi secoli, ogni accezione culturale sopra esposta era stata distinguibile, anche se congiunta l’una all’altra, in un’unicità storicizzata. Negli ultimi decenni questa distinzione storicamente unificata si è disciolta, declinando verso un’omologazione che ha irretito la massa in una sorta di “reinterpretazione consumistica” di quella utopia marxista, definita egualitarismo interclassista. Tutto questo grazie a un nuovo Potere, che come diceva lo stesso lucido e sagace letterato Pier Paolo Pasolini, con la “P” maiuscola, in quanto indefinibile per la sua recondita natura. Un nuovo Potere che non è più riconoscibile nella grande industria, piuttosto che nel Vaticano o nello stesso potere politico, in quanto esso appare come un tutto, monopolizzante in modo assoluto tutti i gangli della società italiana, per giunta neanche endemica, ma di matrice internazionale.

Nonostante che il volto di questo nuovo Potere non appaia in modo eloquente, i suoi tratti principali sono riscontrabili nella vita sociale, come l’incisivo allontanamento dai valori della tradizione cattolica, a vantaggio di una reinterpretazione della chiesa in chiave promiscua, convergente in una sorta di sincretismo dottrinale, guidata da un “capo popolo” anziché da un Pontefice, come il progressivo smantellamento del concetto di famiglia naturale a vantaggio della cultura transgender e come l’incisiva tendenza all’unificazione dei generi, sia da un punto di vista della moda e sia da un punto di vista comportamentale.

Il risultato di questa nuova cultura globalista e omogeneizzante è la tendenza nevrotica a un consumismo di bassa qualità e omologato verso quei paradigmi sociali, gestititi e surrettiziamente indotti in modo subliminale a svantaggio dell’identità individuale e della sua unicità, dalle lobby multinazionali che destabilizzano il libero mercato, compromettendone le sue dinamiche spontanee e tipiche di un sistema liberista, ossia basato sulla libera impresa e sulle piccole e medie imprese e sulla tutela della proprietà in generale, con un suo allarmante accentramento.

Tutto ciò sembra concretizzare (con mandanti differenti) quello stesso obiettivo internazionalista che fu dell’Unione Sovietica, ossia il monopolio collettivista, dominato da un’oligarchia “illuminata”, che impera su un forzato egualitarismo omologante di piccoli consumatori, a cui è impedito di emanciparsi economicamente, ottenendo così la progressiva e repentina distruzione della classe media, di quella sana e costruttiva borghesia, che fu la fonte principale di tutte quelle istanze di libertà che a loro volta furono declinate nei principi costituzionali, che oggi diamo per scontati nella nostra democratica Carta costituzionale, ma che oggi permettiamo che siano violati, in nome di un sedicente e reiterato stato d’emergenza, che da straordinario è diventato oramai ordinario.

Questa mutazione formale, che si è realizzata con la sostituzione dei Soviet con le grandi lobby finanziarie (appartenenti alle solite “illuminate” Famiglie) ha portato di pari passo alla trasformazione dogmatico-formale delle forze politiche di sinistra, passando nominalmente dal Partito Comunista italiano che fu, alla sua più recente interpretazione partitica, quale è il Partito Democratico, il quale ha sostituito come “padrino” l’Urss, con le suddette Lobby, mantenendo però nella sostanza la stessa visione collettivistica e lo stesso modus operandi, improntato sulla demonizzazione dell’avversario, in una sorta di manicheismo secondo il quale (come avviene con il Comunismo) chi non la pensa come la sinistra è suscettibile di ricevere un anatema.

Quindi vediamo che viene eletto come segretario del Pd, un fedele componente del Bilderberg Club (i cui argomenti trattati nei consessi svolti annualmente sono “democraticamente” occultati e secretati), abbiamo un emerito presidente della Repubblica, come Giorgio Napolitano, grande amico e referente di Henry Kissinger e abbiamo in sostanza una sinistra che felicemente continua a esercitare politiche distruttive per il suo atavico nemico ceto medio e che, in aggiunta, ha deciso di non rappresentare più le istanze degli strati più poveri e disagiati della società, diventando definitivamente radical-chic. Questa nuova sinistra ha permesso che questo nuovo Potere realizzasse ciò che essa definisce anacronisticamente ancora oggi come il suo peggiore nemico, ossia una forma totale di “fascismo”, permettendo che esso omologasse culturalmente l’Italia (realizzando così quell’endemica tendenza della sinistra all’egemonia culturale di matrice gramsciana, che come Pci non riuscì a realizzare compiutamente).

In finale, questa egemonia omologante oggi sta mostrando tutta la sua natura repressiva, con il monopolio dell’informazione e dei media, realizzando quella censura da pensiero unico, che viola i principi costituzionali delle libertà di espressione e di manifestazione del proprio pensiero, sanciti e tutelati dall’articolo 21 della Costituzione italiana e dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Dall’articolo 21 si evince sia il principio di tutela della libertà in senso negativo, ossia del diritto a non essere impediti nella formazione delle proprie opinioni e nell’esprimere il proprio pensiero come massima esigenza da tutelare, perché considerata direttamente connaturata alla personalità dell’uomo, ma altresì si evince il principio della tutela della libertà nella sua accezione positiva, considerata come pensiero attivo, realizzato verso altri soggetti in un contesto sociale complesso e tramite diversi strumenti di comunicazione, che nessun potere politico può ostacolare sia con “un fare” e neanche con un “non fare”, per impedire che tale libertà si possa declinare in ogni sua forma.

Mentre l’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sancisce al primo comma che “ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiere” e al secondo comma stabilisce che “la libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati”.

Di conseguenza, è evidente anche per il diritto europeo, il quale peraltro prevale su quello di ciascun Paese membro, che nessun Governo o potere pubblico possa interferire e quindi limitare o censurare la libertà di esprimere il proprio pensiero. Tutti questi dettami costituzionali sono stati recentemente violati in modo progressivo e scientificamente strategico, cercando di giustificare, con strumenti costituzionali impropri, come per esempio la legiferazione dello stato di emergenza, la limitazione del diritto di essere informati con un confronto scientifico sull’efficacia e sui potenziali effetti collaterali dei farmaci anti Covid-19, imponendone la somministrazione per poter lavorare e recentemente anche riguardo alla libertà di concorrere in modo democratico nelle ultime elezioni amministrative comunali, in quanto il confronto sul merito dei programmi dei rispettivi candidati del ballottaggio è stato inficiato con il vetusto strumento dell’antifascismo, accusando tout court il candidato di centrodestra e il partito principale della coalizione di centrodestra che lo sostiene, di assecondare ipotetici rigurgiti di un anacronistico fascismo.

Ormai è pleonastico, se non tautologico, reiterare il concetto secondo il quale il Fascismo è un periodo storico morto e sepolto con il suo fondatore Benito Mussolini, da cui è storicamente inscindibile, in quanto il Fascismo è stato tutto e il contrario di tutto e rappresenta un unicum nel suo genere, così strettamente legato e connesso alla camaleontica azione politica del suo creatore Mussolini, che come afferma il più illustre storico del Ventennio, ossia lo storico (di estrazione culturale socialista) Renzo De Felice, sarebbe più corretto parlare di Mussolinismo, anziché di Fascismo.

Lo stesso esponente politico comunista, nonché ex partigiano, Gian Carlo Pajetta, affermava che i conti con il Fascismo erano stati chiusi nel 1945, o come affermava l’illuminante scrittore Leonardo Sciasciail più bello esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dar del fascista a chi fascista non è”. Quindi, nel ventunesimo secolo, chi continua a parlare di pericolo fascista e di salvaguardare i valori antifascisti, se non soffre di patologie psichiatriche o neurologiche, non può non essere in malafede, perché l’anacronismo di tali argomentazioni è così eclatante che neanche la più profonda ignoranza non potrebbe non prenderne atto. Infatti, la propaganda antifascista dei giorni precedenti le elezioni ha dimostrato quanto la bieca azione politicante si sia prestata a usare qualsiasi meschino mezzo, pur di impedire un confronto sui programmi e quindi costruttivo per le stesse città interessate.

A orologeria sono usciti scoop televisivi con cui si è cercato di demonizzare il partito avversario (il giorno prima del primo turno elettorale, peraltro in pieno silenzio elettorale), facendolo apparire come non osarono fare neanche nei confronti del Movimento Sociale italiano nella Prima Repubblica. Poi, sabato 9 ottobre, la Prefettura, con il consenso del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha permesso, consapevolmente, a dei criminali pregiudicati, sotto Daspo e sotto sorveglianza, di inficiare una pacifica manifestazione popolare contro l’incostituzionale Green pass, annunciando pubblicamente l’intenzione di assalire la sede della Cgil e poi di concretizzare il loro disegno criminale, evidenziando l’incapacità o la non volontà di garantire e gestire l’ordine pubblico da parte delle Istituzioni preposte.

La sconcertante giustificazione del ministro Lamorgese, secondo la quale ella era consapevole di ciò che stava accadendo e per non esasperare e peggiorare la situazione non aveva fatto intervenire le forze dell’ordine, esposta durante un’interrogazione parlamentare, ha suscitato sgomento, al punto da far ipotizzare la rinascita della strategia della tensione che, come storicamente è stato assodato, è nata oltre i confini nazionali ed è stata realizzata per impedire che in Italia si sviluppasse un confronto e una maturazione democratica endemica e non indotta, affinché venissero salvaguardati interessi politici ed economici transnazionali.

In conclusione, l’omogeneità culturale e il consumismo sempre più qualitativamente basso, il monopolio economico e finanziario e della comunicazione da parte delle solite Lobby, nonché la rappresentanza dei loro interessi da parte di un partito che prima era il riferimento principale dell’Urss, i prodromi di una potenziale strategia della tensione per riproporre il terrore anacronistico del Fascismo, finalizzato alla distruzione del consenso democratico di una determinata parte politica non allineata, denotano la deriva totalitaria verso cui sta profondando la nostra nazione, con il progressivo disfacimento del suo Stato di diritto.

Noli tu quaedam referenti credere semper… (distico di Catone)