Una batosta senza se e senza ma. I ballottaggi hanno parlato chiaro. Inutile girarci intorno e cercare spiegazioni consolatorie. L’astensione, già mastodontica, è cresciuta di un ulteriore 6 per cento, ma non ha riguardato incisivamente il centrosinistra, che vantando uno zoccolo duro è andato a votare almeno contro l’avversario sull’onda della propaganda dell’antifascismo. Però, di qua, nel centrodestra, l’esigenza di una difesa con la partecipazione non ha fatto presa. Pur vedendo Fratelli d’Italia affogare tra le accuse l’elettorato non si è riconosciuto nella parte di chi doveva difendere. Significa che lo sbandierato primo partito in crescita di Giorgia Meloni è una forzatura e non rappresenta la realtà dello schieramento. Non va diversamente per la Lega di Matteo Salvini, azzerata. Allora, cosa si deve dedurre?

Che i due leader Salvini e Meloni sono sbagliati su tutta la linea: non interpretano l’elettorato moderato di centrodestra, non rappresentano il proprio e non intercettano voti degli indecisi del fronte opposto. Il voto dell’astensione è un voto contro di loro. Abbiano la lucidità di affrontare questo esito. Non sono riconosciuti i leader della coalizione che dicono di essere. Né per i loro modi e soprattutto per la loro linea. Sono l’espressione di se stessi e semmai di una stretta oligarchia in capo ai due partiti, che opera nel potere e non nel consenso. Sono distanti dalla gente anche affrontando i temi indigesti, ma con toni da avversari inappropriati. Se sono stati sommersi dall’antifascismo è perché a loro volta usano l’anticomunismo, due categorie di cui gli italiani non vorrebbero più sentir parlare passando a una politica dei fatti concreti, oltretutto i giovani sono distanti da questi temi e sono abbandonati e privi di campagne e valori.

D’altra parte Matteo Salvini e Giorgia Meloni possono essere definiti “i liquidatori”, cioè hanno liquidato tutto quello che c’era di significativo, identitario e maggioritario nel centrodestra senza sostituirlo con quasi nulla. A pensar male dovremmo dire che non si stupiscono e stanno saldamente al loro posto come se avessero svolto il compito. Prima hanno aggredito la destra nazionale e istituzionale creata da Gianfranco Fini, poi con la loro gara sulla leadership sono passati a smantellare Forza Italia e infine hanno interpretato coi loro social “bestiali” una linea avversaria sui temi scottanti dell’immigrazione, del reddito di cittadinanza, delle tasse da gazzarra senza soluzioni. Oltre tutto hanno anche delegittimato quelle forze estremiste, che ora sono finite nelle fauci degli avversari in bilico tra scioglimenti e polizia. Personalmente non sono d’accordo, non perché tuteli le nostalgie estremiste, men che mai. Ma sostengo da anni che a destra, soprattutto con l’avvento della Lega di Matteo Salvini, non è stato fatto nulla per lavorare su quelle masse più esposte, come la sinistra ha fatto spostando i propri estremismi in area istituzionale.

Il problema è che Salvini e Meloni sono due capi politici egocentrici finiti a farsi la guerra l’un l’altro. Quello che è necessario nel centrodestra è un’azione magistrale sui temi, sui valori, sulle identità. Occorrono case editrici, libri, film, attività, progetti, un’azione culturale a tutto campo che coinvolga le persone e spazzi via l’assolutismo di vertice. L’antifascismo spinto in area extraparlamentare è una risorsa da trasformare e far evolvere. Perché l’aspetto più grave è che tutta la cultura è fagocitata dalla sinistra e il pensiero unico che avanza è il vero nemico. Per certi versi ha ragione Giorgia Meloni quando dice che “c’è una emergenza democratica”, ma l’hanno creata loro. Questo è il punto. Abbiamo scritto decine di articoli per ravvisare questo rischio e spesso in solitudine abbiamo affrontato la tempesta. Come scriviamo da anni questi leader sono funzionali alla sinistra, i migliori avversari che ci si possa augurare.

La scelta dei candidati, l’appoggio ai No Green pass, le schermaglie a Mario Draghi, la presunta linea del rigore, le lezioncine istituzionali sono tutti pesanti errori. In più non si affermano i valori cristiani urlando “io” e col rosario in Parlamento, anzi queste sono cadute gravi. C’è bisogno di ritrovare lo spirito e l’anima della coalizione. Quello che dovrebbe fare Silvio Berlusconi è guidare una grande ricognizione dei temi e principi che uniscono i moderati e fissare un manifesto del centrodestra costruito dalla gente, perché ciò che langue in questo paese è l’ascolto. Non è facile. E probabilmente non possono essere gli stessi leader a trainare la coalizione fuori dalle sabbie mobili attuali, ma occorre una mobilitazione di intellettuali, di scrittori, autori, personalità delle cinque arti, che sappiano ricostruire l’idealità italiana e fare proposte serie. L’astensione è il partito che non c’è e che probabilmente si riconosce nell’istituzionalità e operatività del premier Mario Draghi. Questo è il partito da costruire. Quanto alla sinistra non canti vittoria, non hanno vinto, hanno svuotato e occupato il vuoto.