L’inconsistenza del “successo” del M5S (e del suo leader)

Il Movimento 5 Stelle ha più che dimezzato i voti in percentuale passando dal 32,7 per cento del 2018 a circa il 15 per cento di domenica scorsa (vedendo forse ridursi di circa due terzi la sua rappresentanza parlamentare) ma il suo leader, Giuseppe Conte, ha osato parlare di “grande successo in conferenza. Ma quale successo? E questo solo perché i sondaggi due mesi fa lo davano sotto il 10 per centi (lui ha detto al 6 per cento per amplificare il suo ruolo personale nella virtuale “rimonta”).

Lo strano è che nessun giornalista glielo abbia fatto notare e che la gran parte dei commentatori non stiano annoverando – come dovrebbero in base ai dati reali – il M5S e lo stesso Conte tra i perdenti netti nelle votazioni di domenica.

La verità è che il M5S è riuscito solo a prolungare la sua agonia, giovandosi di una sorta di voto di scambio con gli strati meno attivi della società (soprattutto meridionale). Basterà che il nuovo governo elimini o riduca sostanzialmente il reddito di cittadinanza ed il superbonus del 110 per cento, perché riprenda l’ineluttabile decorso politicamente agonico del Movimento 5 Stelle e del suo inconsistente leader “virtuale”.