Il nulla a sinistra: le affabulazioni perdute

Che cos’è la Sinistra ieri e oggi? Perché Giuseppe Conte (poco santo e spietatamente opportunista, a costo di causare il default del debito pubblico italiano!) si autodefinisce “progressista” verso non si sa bene che cosa, mentre il Partito Democratico ci mette svariati mesi per conoscere l’inconoscibile realtà della sua natura politica da ircocervo, metà democristiano e per l’altra metà post-comunista, ricorrendo ai suggerimenti di massa delle primarieaperte” e a un congresso del tutti contro tutti?

Si prenda l’editoriale di Ezio Mauro su La Repubblica del 28 novembre, dal titolo “Cosa manca all’opposizione”, in cui si richiama quanto ebbe a dire Pietro Nenni nel 1922, mettendo in guardia i socialisti dell’epoca di pochi fatti e molta affabulazione (tali e quali quelli odierni del Pd!). A quel tempo, il leader socialista vedeva la sua sinistra “avviarsi al disastro con gli occhi bendati: non discute i fatti; non valuta il rapporto di forze; gioca con le parole; costruisce edifici di frasi; offre lo spettacolo dei dottori della chiesa che disputano sui sacri testi mentre il loro mondo va in rovina”.

Si badi bene il sillogismo: allora fu la cecità del Partito Socialista a spalancare le porte al fascismo e oggi la storia si ripete (in farsa, ovviamente!) perché la sconfitta, la confusione e la mancanza di legante coalizionale del Pd sono la causa della vittoria di questo “neofascismo” dell’estrema destra di Giorgia Meloni. Certo, Mauro si interroga su quali siano le virtù inverse che hanno portato al successo elettorale di “questa” destra, rispondendosi come segue. Oggi, per come la vede lui, Meloni è l’erede europea del sovran-populismo trumpianoche non a caso allinea l’underdog italiano al forgotten man americano, con una destra lanciata in una caccia fruttuosa agli esclusi di qua e al di là dell’oceano”.

A questo punto, a partire da quel “fruttuosa”, qualunque intellettuale di buon senso si sarebbe posto il problema (psico)analitico, interrogandosi a proposito del quasi monopolio politico del Pd nelle Ztl, coniugato alla marginalità del suo consenso nei quartieri popolari periferici. L’acronimo di “Zone a traffico limitato” è ormai utilizzato per designare le classi benestanti e benpensanti dei quartieri borghesi urbani dei ceti ad alto/medio reddito, fedeli adepti del multiculturalismo, del politically correct e della difesa delle minoranze Lgbtq. Gli stessi, però, che gli immigrati indesiderati li vogliono collocati nelle aree urbane più disagiate e turbolente, salvo avvalersene come nuovi schiavi per i servizi (pagati in nero) alla persona e alle famiglie. Ancora una volta, nessuna riflessione da parte di Mauro sugli errori storici commessi da trentanni a questa parte da una sinistra fallita, ma che è stata così abile e manovriera da gestire il potere nell’ultimo decennio senza mai aver vinto un’elezione! Ancora si continua da quelle parti ad affabulare di diritti senza doveri e di frontiere aperte: ma così si ignorano volutamente i limiti di un territorio troppo piccolo, chiedendo agli italiani di condividere con altri una ricchezza che non c’è più ormai da molto tempo. E questo accade proprio a causa delle delocalizzazioni produttive e della conseguente caduta verticale dei redditi del vecchio Soggetto proletario, ormai scomparso e una volta nerbo e forza elettorale di massa della sinistra del Secondo dopoguerra.

Occorrerebbe, quindi, riprendere quel filo spezzato agli inizi di questo XXI secolo, che ha visto con la scomparsa della figura classica del “Padrone capitalista” (della Prima e della Seconda industrializzazione) anche la fine automatica del proletariato operaio di massa, impiegato da secoli nelle fabbriche ad alta densità di manodopera occupata. La causa? In primo luogo, la chiusura inarrestabile e progressiva, per obsolescenza e delocalizzazione, degli stabilimenti industriali del XX secolo, migrati verso le regioni asiatiche e la Cina in particolare. Per fare quindi una “manutenzione ideologica” ai suoi valori storici, la Sinistra italiana – al pari di quella europea – deve rispondere alla domanda di come oggi si debbano coniugare i rapporti di produzione. Ovvero: “chi” rappresenta attualmente la figura del “Padrone” e “chi”, invece, quella del nuovo “Soggetto” sociale in cerca di protezione, che oggi guarda alla destra meloniana, anziché all’ircocervo di centrosinistra, (mal)formato per amalgama tra ex democristiani progressisti e gli eredi (pallidi e idrolizzati, nel senso della famosa polverina) del vecchio Partito Comunista italiano? Riguardo al primo quesito di “chi comanda nel mondo?”, il dilemma si fa impersonale, per l’assenza “carnale” dell’Avversario storico. Infatti, costui rimane completamente e desolatamente “faceless” e “non-localizzabile” nell’era della globalizzazione e della sconcertante numerizzazione digitale delle società contemporanee, visto che ben cinque miliardi di persone accedono a Internet via smartphone!

La verità è che la macchina planetaria interconnessa di produzione e consumo di beni non è più in mano a un “Padrone”, ma a una piramide economico-finanziaria multipolare che ha le sue sedi privilegiate nelle maggiori borse azionarie del mondo, governate da grandi holding come i fondi di investimento pubblici e privati dei “Chicago Boys”, che rispondono esclusivamente ai propri azionisti. Quindi, in questo quadro senza più un Grande Vecchio da combattere e denunciare, rimane un solo soggetto collettivo mondiale che ha il potere di vita e di morte su questa spietata macchina che crea Denaro con il solo fine di produrre altro Denaro: ovvero, “Sua Maestà il Consumatore Medio”. Quello, cioè, assolutamente maggioritario in Occidente che rappresenta, e sintetizza trasversalmente, i bisogni delle fasce sociali impoverite sia dagli effetti della globalizzazione, sia dall’aumento dell’inflazione e dei costi energetici. È a questo Soggetto collettivo che oggi la Sinistra (e non solo!) deve parlare. Il solo che può essere orientato e sostenuto dagli Stati per guidare una guerra mirata contro coloro che ci invadono di beni di scarsa qualità, ad alto consumo e a prezzi imbattibili, per tornare a far crescere l’occupazione di casa nostra. L’esempio chiave è quello di tempo fa del consumatore americano che, per protesta contro una certa politica sgradita della Francia, smise letteralmente di consumare i suoi formaggi, provocando il crollo dell’export relativo.

L’Italia e l’Unione europea con lei debbono imitare e migliorare notevolmente il meccanismo cinese di finanziamento indiretto delle produzioni nazionali, con particolare riferimento nel nostro caso ai prodotti di alta qualità e di fattura artigianale unici al mondo, come la meccanica fine, il tessile e l’alimentare. Dichiarandole, ad esempio, “Patrimonio dell’Umanità” (i francesi ci sono riusciti con la baguette), cosa che consentirebbe di compensare i maggiori prezzi al consumo (rispetto ai concorrenti esteri) attraverso incentivi fiscali e detassazione, da finanziare a debito, facendo così crescere notevolmente la ricchezza interna. Anche la pubblicità comparativa potrebbe svolgere adeguatamente la sua parte, invitando il consumatore a riflettere sui gap (tra “Noi” e “Loro”) relativi alla sicurezza, alla CO2 e allo sfruttamento deregolato del lavoro, che permette soprattutto alle Nazioni asiatiche di fare “dumping”, abbattendo i loro costi anche grazie a trilioni di dollari di sussidi statali che nessuno si sogna tuttavia di sanzionare.

Ma moltissima occupazione permanente (che non risente di alcuna crisi nel tempo) si ottiene dalla manutenzione del territorio, dalla valorizzazione ed efficientamento green dell’immenso patrimonio edilizio, dalle opere di risanamento per arginare il dissesto idrogeologico e dal recupero delle aree urbane degradate. Lì sta il potenziale milione di posti di lavoro da finanziare con forme evolute del 110 per cento (i “committenti” sono in questo caso gli Enti locali), in grado di innalzare significativamente il nostro Pil-Paese grazie ai mancati, immensi danni materiali ed economici che finora sono stati causati dall’incuria dell’uomo e dall’assenza di una sana programmazione (politica!) sull’uso del territorio! Vedi Ischia.