Basta la Ragione? Basta avere ragione per vincere una battaglia politico-culturale come un referendum? È questa la domanda che ci si può porre a conclusione della campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
Nelle scorse settimane sui giornali e sulle Tv ci si è affannati ad enumerare le ragioni per votare Sì, che sono moltissime. E tutte ragionevoli, evidenti e ben fondate. Aldo Rocco Vitale ne ha citate diverse in un ben argomentato articolo pubblicato ieri su questo giornale con il titolo “Tre motivi di ragione per votare Sì”. Condividendole, non starò qui a ripeterle, magari aggiungendone altre. Sono state ripetute in queste ultime settimane fino alla nausea.
D’altra parte, quelle che dal fronte opposto vengono indicate come “ragioni del No” sono “ragioni” solo per modo di dire. Sono per lo più processi (infondati) alle intenzioni e, per dirla con una metafora psicoanalitica, mere “paranoie” che di razionale non hanno nulla. Così è lo sbandierato timore di una sottomissione del Pm al potere esecutivo.
Potrei enumerare molte “ragioni” del No che non sono affatto veri argomenti razionali, ma suggestioni emotive tendenti solo a evocare fantasmi, moti dell’animo, timori e sospetti del tutto infondati. Citerò tra questi spettri quello principale che li riassume tutti: il solito presunto “pericolo per la democrazia”. L’evocazione di questo spettro svela quello che è stato il vero obbiettivo comunicativo del fronte del No: quello di politicizzare il confronto referendario facendo apparire la riforma come un attacco del centro destra alla magistratura nel suo complesso. Ciò ha permesso agli avversari della riforma di presentare il referendum come una lotta tra il governo da un lato e la magistratura unita in un blocco, rappresentato dall’Anm, dove in gioco sarebbe addirittura la democrazia e lo Stato di diritto in Italia. Il loro obbiettivo è stato quello evidente di mobilitare i “democratici” in difesa della democrazia in pericolo contro le presunte intenzioni autoritarie (parafasciste?) del governo di centro destra. In sostanza è stato come fare risuonare il tam tam “anti-fascista” della tribù della sinistra democratica.
Insomma, all’imminente referendum si confronteranno certo fronte del Sì e fronte del No, destra e sinistra, ma anche l’uso della ragione da un lato e dall’altro l’evocazione di spettri, emozioni e fantasmi.
Eppure, nonostante l’irrazionalità e le contraddizioni, le non-ragioni del No, a giudicare dai sondaggi, sembrano fare breccia tra molti cittadini irretiti dalle suggestioni propagandistiche del fronte del No, tanto da rendere molto incerto l’esito del referendum.
Come mai se la Ragione sta dalla parte del Sì?
Il fatto è che tutti noi siamo portati a pensare che basti avere ragione per vincere a mani basse una battaglia politico-culturale come quella referendaria. Si tratta di un pregiudizio di origine illuminista e progressista. Furono gli illuministi i primi a teorizzare apertamente che la luce della ragione si sarebbe progressivamente diffusa nel mondo e avrebbe investito non solo il mondo della scienza e della tecnica, ma anche la dimensione etica e politica. Essa avrebbe prima o poi conquistato, con la sola forza persuasiva della logica, le menti e i cuori delle grandi masse popolari inducendole a fare prevalere l’uso pubblico della ragione. Era questa convinzione alla base dell’ottimismo illuminista delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità su cui ironizzava Giacomo Leopardi (che non fu solo un grande poeta, ma anche un filosofo).
“La logica è una buona cosa, ma non basta per sopravvivere”, diceva Franz Kafka mostrando nel suo romanzo Il Processo una burocrazia giudiziaria che stritola il protagonista K.
Dal pregiudizio illuministico sembrano dominati coloro che pensano che per vincere una battaglia politico-culturale sarebbe sufficiente avere ragione, avere la Dea-Ragione dalla propria parte.
La realtà è diversa e occorrerebbe tenerne conto. La ragione in genere non basta.
L’economista americano Milton Friedman, nel suo libro Capitalism and Freedom mise a fuoco il paradosso del riformismo: le riforme razionali sono molto difficili da fare approvare nei referendum − scrisse Friedman − perché coloro i cui interessi e poteri vengono colpiti dalla riforma li difendono con accanimento e mobilitano facilmente i loro adepti, mentre è molto più difficile mobilitare coloro che dalla riforma sarebbero avvantaggiati. I vantaggi sembrano a questi ultimi lontani ed incerti e gli svantaggi dello statu quo sembrano loro riguardare solo gli altri.
La verità è che non basta avere tutte le ragioni del mondo per vincere una battaglia (militare, politica o culturale che sia). Occorre mettere in campo anche qualcosa d’altro. Occorre in generale disporre anche di una qualche “forza” che sostenga le ragioni e la Ragione. La forza può venire da un’adeguata strategia per trovare una forza ausiliaria.
Inoltre, è buona norma non dimenticare la forza che proviene dalle “ragioni del cuore” che − come ricordava Biagio Pascal − “la ragione non conosce”. L’animo umano più profondo non è razionale. Una sciocchezza del tutto irragionevole, ripetuta ad oltranza, se riesce (come quella del “pericolo democratico”) ad evocare un timore o un terrore (offrendo la speranza di evitare il pericolo con la mobilitazione) fa breccia in molti cuori umani e spesso diventa un luogo comune. Ed è allora molto difficile contrastarla. È molto più facile poi mobilitare la gente aizzandola contro un nemico visibile (come un leader avverso o un capo di governo) presentandolo come l’incarnazione di una minaccia fittizia, che mobilitare le moltitudini per la difesa di propri interessi o in nome di propri vantaggi futuri.
In breve, nelle battaglie politico-culturali occorre mettere in campo una forza che sostenga la Ragione. Come nelle battaglie militari, occorrono le armi di una sapiente strategia e di una tattica conseguente. Esse suggeriscono sempre di perseguire l’obbiettivo decisivo di dividere il fronte avversario puntando sulle sue opposizioni interne e di trovare alleati in quel campo.
La battaglia referendaria sul divorzio fu vinta grazie alla divisione dei cattolici in due campi uno dei quali, quello dei cattolici laici e liberali che, sulla base della separazione tra legge religiosa e civile e del rispetto del diritto dei non credenti a divorziare, formarono un “Fronte di cattolici per il divorzio” che si opponeva alla abrogazione della legge sul divorzio e si allearono pubblicamente con i divorzisti dissociandosi senza timori dai vertici della Chiesa e della Dc.
Un’analoga e visibile divisione non si è verificata in questa campagna referendaria nella magistratura. Quest’ultima nell’opinione pubblica è apparsa fino all’ultimo compatta e rappresentata unitariamente dall’Anm nell’opposizione in blocco alla riforma e nella difesa del sistema correntizio. Eppure, questa unità della magistratura è falsa è fittizia. Secondo dati forniti dallo stesso presidente dell’Anm i magistrati non iscritti alle correnti sono il 77 per cento dei 9.200 magistrati iscritti al sindacato unico dei magistrati.
Diversi magistrati, specie tra quelli non iscritti alle correnti, si sono pronunciati sui giornali di destra (non anche, salvo sparute eccezioni, nelle trasmissioni TV) per il Sì alla riforma, ma solo a titolo personale. Sono stati formati solo dei piccoli e sparsi comitati locali di “magistrati per il Sì”. Non si è formato un forte e visibile comitato nazionale di magistrati per il Sì. In questa assenza molto ha pesato la riluttanza e anche il timore di rappresaglie di molti magistrati a comparire e ad esporsi in pubblico, sfidando la fittizia unitarietà dell’Anm. Ma potrebbe avere pesato molto anche una sottovalutazione da parte delle forze del Fronte del Sì. Queste sembrano avere trascurato o sottovalutato il valore strategico, dal punto di vista della comunicazione, che la magistratura apparisse, come è in effetti, profondamente divisa sulla riforma.
Essa è in realtà divisa tra una minoranza di seguaci di un pugno di capicorrente politicizzati ed ideologizzati ed una maggioranza di magistrati quietisti, non iscritti alle correnti e che sarebbero i più interessati alla liquidazione del potere correntizio. Essi sono infatti svantaggiati nelle carriere rispetto ai loro colleghi iscritti alle correnti, e non altrettanto protetti negli eventuali procedimenti disciplinari.
I magistrati che sono per qualunque ragione contrari alle correnti avrebbero dovuto partecipare visibilmente alla campagna referendaria rendendo chiara all’opinione pubblica la divisione della magistratura e con essa la vera posta in gioco al referendum. Sarebbero stati la forza decisiva che in questa campagna referendaria è mancata alle ragioni del Sì. In quel caso il Sì avrebbe vinto a mani basse. Dobbiamo perciò sperare che la forza di una ragione disarmata, che ha voluto contare soltanto su se stessa, prevalga sulla forza tellurica della non-ragione.
Aggiornato il 20 marzo 2026 alle ore 16:59
