Fumata nera per la giustizia: nessuna resa

Fumata nera per la giustizia italiana. Nera: dello stesso colore del corporativismo giudiziario di un secolo fa, che il fronte referendario del No ha voluto rafforzare e non riformare, iniettando dosi di cattiva informazione tra le corde ingenue di un’opinione pubblica impaurita dalle guerre, sfuggite di mano ai colonizzatori della Terra.

Fumata nera per il mancato avvento di una giustizia più giusta, amministrata da una magistratura meno autoreferenziale e meno avvezza alla politicità.

Fumata nera per la mancata vittoria del Si al referendum sulla separazione delle carriere.

Fumata nera per il mancato parto democratico di una magistratura libera dai correntismi politicizzati nelle nomine dei suoi vertici. Fumata nera per il mancato avvento di uno Stato finalmente liberale, fondato sulla divisione tra partitocrazie progressiste, da un lato, e aree militanti di giudici e Pm riuniti in un’unica Associazione nazionale magistrati, con un Csm monolitico, dall’altro lato.

L’Italia il 23 marzo sera ha perso una grande occasione di modernità ordinamentale, e insieme alla Grecia in Europa resta allineata – nel campo della giustizia – a Paesi poco liberaldemocratici come il Bangladesh, la Cina, la Russia, l’Iran e compagnia di tal tipo. Come quei Paesi, la patria italiana è rimasta uno Stato a magistratura unificata, più vicina ai narcisismi corporativi che alle oggettive esigenze di garanzia e giustizia.

Il 24 marzo mattina l’Italia si è svegliata con una magistratura più forte politicamente, legittimata da una febbre di coscienze incoscienti, che hanno votato per il No con l’illusione di difendere la Costituzione. Da questa, la maggioranza degli Italiani, non ha saputo cogliere l’occasione per realizzare finalmente il principio del giusto processo, astrattamente isolato nell’articolo 111 dalla fine degli anni Novanta. Quel principio, quindi, resta inconcretizzato, poiché è alla mercè di un modello di giudice che ha i propri interessi di carriera mischiati con gli interessi del Pm, in un Csm che resta un parlamentino irriformato, sfornanomine su base politico-correntizia.

Ma lo hanno voluto gli Italiani, e quindi è sacrosanto rispettarne la volontà. È il brio della democrazia, come è giusto che sia.

Fumata nera per il rafforzamento delle garanzie processuali, fumata nera per la spoliticizzazione dei meccanismi carrieristici della magistratura ordinaria, fumata nera per la concretizzazione del giudice naturale quale figura istituzionale a carriera ben separata da quella del magistrato inquirente e requirente. Fumata nera per la realizzazione del principio “chi sbaglia paga” in modo equo, per tutti. Ma si accetta anche il populismo, come quello portato avanti dal fronte vittorioso del No che, con pregiudizi ideologici, ha diffuso fake news sulla riforma descrivendola ignobilmente come un disegno di sottoposizione della magistratura all’esecutivo.

Per le opposizioni, che festeggiano in piazza la loro vittoria, si apre già una campagna elettorale di fatto. Sulla pelle degli Italiani. Per interessi elettorali e di bandiera, le direzioni nazionali delle forze di opposizione in Parlamento hanno privato il Paese di una riforma necessaria a superare molte delle contraddizioni, che il sistema giudiziario soffre. Sulla pelle dello Stato di diritto, e di chi in quello Stato vi abita.

Non si levassero d’ora in poi gli inutili quadernetti di lamentele verso la malagiustizia, da parte di coloro che, fino all’altro ieri, erano a favore della separazione delle carriere di giudici e Pm, per poi far finta di nulla quando finalmente un governo di centrodestra si alza le maniche per rendere il sogno realtà. Soltanto i cittadini senza incarichi dirigenziali a sinistra potranno eventualmente lamentarsi della malagiustizia, ed anzi sarà un bene che si continui a parlare di ciò, per aprire futuri scenari riformatori.

Chi pensa che la Costituzione sia un testo sacro da lasciare intatto nel corso dei tanti decenni di vigenza, è un ingenuo o un ignorante, oppure in mala fede. Chi studia la storia del diritto sa bene che le Carte costituzionali sono il frutto di percorsi socioculturali e giuridici mutevoli. Solo un ignorante può paragonare le Carte costituzionali alla verità religiosa rivelata che ritrova invece nella Bibbia. I cattocomunisti light della nuova èra post-ideologica, invece, fanno proprio questo tipo di parallelismo confuso, tra Costituzione e Bibbia. I sinistri più hard, invece, piegano la Costituzione alle loro interpretazioni leniniste, usandola solo quando e fin dove una retorica ideologica – spacciata per costituzionale – risulta strumentale, ai loro fini rivoluzionari.

La Costituzione italiana, bellissima nei suoi valori fondativi, necessita come ogni altro prodotto sociale di modifiche e revisioni, secondo la procedura cosiddetta “aggravata” che occorre seguire per poterla riformare, come è stato fatto dalle due Camere ai sensi dell’articolo 138. Ai sensi dell’articolo 139 di essa, invece, soltanto la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale, per non ritornare indietro alla monarchia, la quale, stando così le cose nell’ordinamento vigente, potrebbe essere instaurata soltanto da una rivoluzione extra ordinem.

Tutte le altre ingegnerie costituzionali di modernizzazione del Paese sono possibili, ed anzi opportune. Il fronte del No si è sciacquato la bocca usando il nome di Giovanni Falcone, anche su TikTok, in modo inveritiero.

Il 3 ottobre 1991 Falcone, infatti, rilasciò a Mario Pirani di Repubblica le seguenti dichiarazioni, a proposito della riforma Vassalli e dell’allora nuovo Codice di procedura penale: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.

È molto chiaro ciò che Falcone pensava. Così come è molto chiaro che alcune parti sindacalistiche e partitocratiche, con le loro massimaliste direzioni nazionali, hanno fatto credere tutto il contrario di ciò che è reale: sulla riforma del governo Meloni, sulla memoria storica di Giovanni Falcone e sull’antimafia.

Le masse, però, non potranno esser sempre addomesticate a botta di bugie partitocratiche.

Verrà il tempo in cui giungeranno nuove crisi, e la giustizia sarà ancora la prima spugna ad assorbire il fluire critico del desiderio collettivo di sicurezza. Una spugna troppo pesante ed imbevuta non potrà reggere a lungo: si dovrà mettere mano alla giustizia, nuovamente, con criteri condivisi e che tolgano ogni ideologia politicante dall’organo di autogoverno della magistratura. In quest’ultima, infatti, tutti vorremmo credere, poiché tutti da essa cerchiamo giustizia. Ma giusta.

Fumata nera per la giustizia italiana. Ma la fumata bianca arriverà con l’ulteriore accavallarsi dei decenni, e si spera anche molto prima. Sapremo operare con arguta pazienza, dalla parte opposta alla vittoria, ora, e sapremo coltivare la trascendenza rispetto alle catene dell’immanenza incrostata su questa referendaria sconfitta. L’anelito a separare le carriere e a realizzare una giustizia giusta e libera dalle ideologie ha una storia lunga, sapiente, paziente. Continueremo a camminare su quella storia, nel presente, lavorando con lo sguardo aperto sul futuro. Nessun s’arrenda.

Aggiornato il 24 marzo 2026 alle ore 11:41