L’Interpol non sia uno strumento dei regimi autoritari

La questione degli abusi delle richieste di arresto di oppositori politici all’estero da parte di regimi autoritari torna di attualità in questi giorni con il caso dello scrittore tedesco di origine turca Doğan Akhanlı.

Nato in Turchia, arrestato come oppositore politico dopo il colpo di Stato del 1984 ed emigrato in Germania nel 1991, Akhanlı è stato arrestato in Spagna, dove era in vacanza, sulla base di un “avviso rosso” dell’Interpol  emesso dalle autorità turche. In sostanza, però, Akhanlı non ha che la colpa di essere fortemente critico del presidente Recep Tayyip Erdoğan. I circa 50mila arresti e i 150mila licenziamenti operati in Turchia nell’ultimo anno non hanno infatti concluso la repressione; inoltre, mostrare di poter colpire anche all’estero è una forma di intimidazione contro i milioni di cittadini turchi residenti, in particolare, in Germania. Così, mentre gli organi competenti di Ankara cercheranno di ottenere l’estradizione dello scrittore, il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel ha invitato la Spagna a non concederla. Con tutta probabilità Akhanlı non sarà estradato, poiché la motivazione politica della richiesta è evidente; ma intanto potrebbe trascorrere mesi in stato di detenzione, come accaduto ad altre persone in circostanze analoghe.

Sul tema degli abusi del sistema degli avvisi rossi dell’Interpol il presidente della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo (Lidu Onlus), Antonio Stango, ha incontrato nella sede nazionale di Roma una delegazione della Open Dialog Foundation, una organizzazione non governativa basata a Varsavia che lavora per la promozione dei diritti umani in particolare nei Paesi appartenenti all’ex blocco sovietico. Gli avvisi rossi costituiscono una richiesta di cooperazione internazionale “da parte di un Ufficio Centrale Nazionale o di un’entità internazionale con poteri di investigazione e procedimento giudiziario in materia penale per la localizzazione di una persona ricercata, il suo fermo, il suo arresto o la limitazione della sua libertà di movimento ai fini dell’estradizione, della consegna o di una simile azione legale” (articolo 82 del Regolamento Interpol  sul trattamento dei dati). Tuttavia, i requisiti per emettere un tale avviso sono minimi. Oltre a ciò bisogna notare che l’Interpol  non indaga sul contenuto dell’avviso, ma si limita a prenderne atto. Ciò offre agli Stati membri i cui sistemi politici sono di dubbia democraticità la possibilità di abusare del sistema per perseguire dissidenti politici in fuga, talvolta con una generica accusa di crimini di terrorismo totalmente infondata, ma comprensibilmente idonea a suscitare allarme.

L’abuso avviene nonostante esista una struttura, la Interpol Commission for the control of files (ICCF), la quale dovrebbe controllare le schede inserite dai singoli Stati nel sistema e alla quale il singolo può rivolgersi per segnalare irregolarità. Inoltre, il sistema consente a uno Stato di inserire direttamente le generalità del ricercato nel database dell’Interpol, rendendole immediatamente accessibili per gli altri Paesi membri dell’Organizzazione. Queste iscrizioni nel database, sebbene in attesa di convalida da parte del segretario generale, pongono non pochi problemi in relazione alla protezione dei dati personali soprattutto perché diventano immediatamente accessibili da parte delle forze di polizia degli Stati membri.

Già nel 2013, la Ong Fair Trials nel rapporto “Strengthening respect for human rights; strengthening Interpol” ha denunciato l’aumento esponenziale dell’uso di questo strumento a partire dal 2008, notando che la maggior parte degli avvisi proveniva da Paesi in cui la libertà personale non è pienamente rispettata. Nel rapporto della Ong si evince anche un problema di natura comunicativa. Infatti, è da notare che la decisione dell’Interpol di cancellare un avviso di ricerca (perché lo reputa infondato) e la cancellazione dello stesso da parte delle forze di polizia nazionali spesso non sono contemporanee. Ciò comporta che un individuo la cui estradizione è negata non è automaticamente protetto in un altro Paese, ove decidesse di spostarsi. Infine, bisogna sottolineare la mancata informazione del ricercato, in quanto molte persone scoprono di essere soggette ad un avviso rosso solo al momento del loro arresto.

Occorre anche tenere conto della posizione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (Parliamentary Assembly of the Council of Europe – Pace esplicitata nella risoluzione n. 2161 del 2017. Questa, che si basa sul rapporto del delegato Bernd Fabritius intitolato “Abusive use of Interpol system: the need for more stringent legal safeguards”, evidenzia una crescita consistente degli avvisi rossi, quasi quintuplicati in dieci anni (nel solo 2016 ne sono stati emessi 12.787). Inoltre, invita a condurre controlli approfonditi al fine di evitare che l’utilizzo di questi avvisi sia abusivo. Tale accuratezza in via preventiva risulta essere tanto più importante e necessaria alla luce dell’assenza di un rimedio giurisdizionale efficace di fronte a tribunali statali o internazionali. Nello specifico, l’atto di iscrizione del soggetto nel sistema di avvisi rientra tra le attività di un’Organizzazione Internazionale nell’esercizio delle sue funzioni e, pertanto, è coperto da immunità. La carenza di un sistema di controllo giurisdizionale può essere compensata solo da efficaci rimedi interni all’organizzazione, ma spesso la ICCF è stata criticata per la mancanza di strumenti idonei a far fronte all’enorme, e sempre in crescita, numero di ricorsi presentati.

Tra i tanti esempi di abusi vi è quello su Mukhtar Ablyazov, oppositore politico kazako che fu accusato in Kazakistan di reati finanziari nel 2009 e ottenne lo status di rifugiato dalla Gran Bretagna nel 2011, ma fu poi arrestato in Francia dove rimase incarcerato a lungo prima di essere liberato. Vi è poi il caso di Petr Silaev, un giornalista russo che manifestò nel 2010 in difesa della foresta Khimki, quando le forze dell’ordine russe usarono la forza contro i manifestanti: egli chiese e ottenne l’asilo politico in Finlandia nell’aprile del 2012, ma nell’agosto dello stesso anno fu incarcerato a Madrid, dove rischiò l’estradizione. Un altro caso particolarmente rilevante è quello di Ales Mihalevic, candidato di opposizione alle elezioni presidenziali in Bielorussia nel 2010: fu costretto a fuggire e fu arrestato dalla polizia aeroportuale polacca, con il rischio di estradizione. Tuttavia, i giudici lo scarcerarono dopo aver riconosciuto il motivo politico del mandato di arresto emesso nei suoi confronti.

Ulteriori esempi sono emersi durante l’incontro della Lidu con la Fondazione Open Dialog. Lyudmyla Kozlovska, avvocato e presidente della Fondazione, e Ana Ursachi, avvocato moldava, hanno illustrato alcune criticità della materia. In particolare, Ana Ursachi ha riportato la sua esperienza personale, evidenziando che a causa del suo attivismo in favore dei diritti umani sussiste un’alta probabilità che le autorità moldave tentino di inserire le sue generalità nel sistema degli avvisi rossi dell’Interpol. L’incontro presso la Lidu si è concluso con il racconto di Alma Shalabayeva, moglie di Mukhtar Ablyazov, in merito all’esperienza da lei vissuta dal 2013 a partire dal suo sequestro in Italia e dall’illegale espulsione verso il Kazakistan fino alla concessione dello status di rifugiata e alle attuali battaglie.

Antonio Stango, che sul tema aveva già promosso nel 2013 in collaborazione con Open Dialog un convegno internazionale, ha confermato l’impegno per giungere a un’opportuna riforma del sistema, ricordando la storia della Lidu i cui dirigenti negli anni del fascismo sperimentarono l’esilio politico e le persecuzioni del regime anche all’estero.

(*) Ricercatori della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomowww.liduonlus.it