Razzismo e antisemitismo: fermare questa pericolosa deriva

Probabilmente, la prima reazione di un essere umano civilizzato di fronte ai cori antisemiti e della foto di Anna Frank che indossa la maglia della Roma intesa come un insulto ai giocatori di quella squadra, è un senso di incredulità, a cui fanno seguito rabbia e tristezza. Questa mossa assurda organizzata da alcuni tifosi della Lazio, unita alla loro totale mancanza di sensibilità di fronte alla tragedia della Shoah porta ad una sola conclusione: che l’ignoranza e la stupidità regnano supreme su di una parte della popolazione, che fa sentire la propria voce. Sarà una piccola parte, ma è una parte significativa.

Vengono alla mente delle domande diciamo così, logiche. Perché a una squadra di calcio viene affibbiato il nome di “ebrei”? Perché questa parola viene usata in senso dispregiativo? Perché è un insulto? Qualcuno ha mai usato una simile tattica in un contesto etnico o religioso differente? Riusciamo a immaginare la famosa (o famigerata) foto iconica della Guerra del Vietnam, della piccola bambina che scappa in lacrime con la pelle bruciata dal napalm, stampata su uno striscione utilizzato contro una squadra di calcio del Vietnam? Sembra che la bassezza a cui è arrivata parte della società contemporanea possa essere illustrata solo cambiandone il contesto. Solo in questo modo, forse, è possibile far capire veramente la follia atroce di questo gesto, per renderlo comprensibile agli ottusi emozionali e intellettuali.

I dirigenti della Lazio, presumibilmente scioccati e determinati a riparare il danno fatto da una minoranza della loro tifoseria, hanno detto di voler portare un gruppo di giovani tifosi ogni anno a far visita ad Auschwitz, per esporli in prima persona all’esperienza più nefasta del Ventesimo Secolo. È un progetto lodevole, d’accordo, ma non è sufficiente. Dovrebbe essere parte di un piano di educazione nazionale che includa i contributi dei cittadini ebrei nella Storia italiana negli ultimi 2000 anni, epoca in cui i primi ebrei arrivarono sulla penisola. Troppo spesso oggi gli ebrei vengono descritti solo come vittime perenni, mentre le loro notevoli conquiste nella cultura, nelle scienze, nell’economia, nelle tecnologie, nella religione e nel patriottismo non vengono insegnati.

Gli studenti italiani – e spesso anche quelli degli altri Paesi europei – crescono senza sapere che gli ebrei sono stati da sempre una parte essenziale della loro civiltà assieme ai cristiani e ad altri, per secoli e secoli. Sono una parte integrante di tutti i Paesi occidentali, così come sono stati parte integrante delle civiltà arabe del Mediterraneo, che nel ventesimo e ventunesimo secolo hanno cercato di implementare la bugia di una cultura e di una religione monolitica, portando avanti i loro progetti di pulizia etnica.

In realtà quest’ultima manifestazione di barbarie in campo sportivo, un campo che per definizione dovrebbe unire le persone in una gioiosa atmosfera di “fair play”, è una ulteriore dimostrazione che i valori a cui teniamo e per i quali abbiamo combattuto e perso la vita in tanti, sono entrati in una spirale discendente molto pericolosa. Riusciremo ad arrestare questa discesa solo con sforzi intelligenti e condivisi per riformare e migliorare tutte le strutture e le istituzioni sociali attraverso una cooperazione conscia e coscienziosa, che potrebbe diventare un antidoto importante alla continua crescita dell’antisemitismo e del razzismo.

(*) Rappresentante in Italia e presso la Santa Sede dell’American Jewish Committee