Giornalisti in piazza a Roma e alla Scala

Ostia, Roma, Milano: tre tappe per i giornalisti in piazza, per la difesa del diritto dei cittadini ad essere informati, contro le aggressioni, le minacce, le violenze che si moltiplicano contro i cronisti, contro i bavagli alla stampa e contro il precariato che indebolisce l’informazione di qualità.

Le manifestazioni unitarie pubbliche (su piazza Anco Marzio a Ostia, per la libertà di stampa e contro la mafia, dopo l’aggressione al giornalista di “Nemo” Daniele Piervincenzi e le minacce dei residenti alla troupe de La7, davanti Montecitorio il 22 novembre e a piazza della Scala a Milano, il 24) aperte a tutti sono finalizzate a sensibilizzare le autorità e l’opinione pubblica sul quadro desolante della crisi dell’editoria e della comunicazione. Manca la netta percezione che in questi anni il giornalismo italiano abbia pagato un prezzo altissimo alla crisi: ha perso posti di lavoro, salario e, in qualche caso, la libertà. Occorrono invece concreti segnali di un’inversione di rotta.

Giornalisti espulsi dalle redazioni, freelance pagati (quando va bene) 5 euro a pezzo, regole contrattuali eluse, stati di crisi infiniti, nuove figure professionali impiegate senza alcuna tutela e senza un inquadramento contrattuale, leggi dello Stato che non riconoscono la particolarità della funzione di un settore cruciale per la democrazia, fusioni di imprese che concentrano l’informazione nelle mani di pochi, assenza di progettualità nell’industria editoriale, qualità dell’informazione sacrificata alla pubblicità, inficiando così l’imparzialità delle notizie.

È necessario, allora, come osserva il nuovo presidente dell’Alg (Associazione lombarda dei giornalisti) Paolo Perucchini, “riportare al centro dell’agenda dell’editoria un confronto aperto e franco con tutti i protagonisti: sindacato, editori, governo, Parlamento. La sede non possono che essere gli stati generali dell’informazione”.

I giornalisti, intanto, scendono in piazza per reagire ad una situazione sintetizzata nello slogan “libertà precaria, lavoro precario, vite precarie”. La legislatura che si avvia alla conclusione è venuta meno ad un impegno preso all’inizio: depenalizzare i reati di diffamazione, cancellando il carcere per i giornalisti. Non sono state sufficienti le sollecitazioni della Corte europea dei Diritti dell’uomo. C’è di peggio. Il tentativo da parte del governo e del Parlamento d’introdurre un’altra pena detentiva fino a tre anni in caso di pubblicazione di materiale coperto da segreto giudicato irrilevante sotto il profilo penale. L’Italia così non tiene conto dei rilievi della Corte europea che ha riconosciuto, in più occasioni, il diritto del giornalista a pubblicare notizie di interesse generale e di rilevanza sociale, anche se coperte da segreto d’ufficio.

Si è anche in attesa che il Parlamento vari misure per debellare il fenomeno delle cosiddette “querele bavaglio”, uno strumento utilizzato per impedire ai cronisti di occuparsi di temi giudicati scomodi. Sono quelle “querele temerarie” di carattere intimidatorio, che dovrebbero essere punite una volta accertatane l’infondatezza. L’indebolimento della libertà di stampa e del diritto dei cittadini ad essere informati correttamente è aggravato dalla precarietà che prevale nel mercato del lavoro giornalistico, in cui stanno aumentando le diseguaglianze.