Vi racconto com’era la vita in una baby gang”

“Quando ho iniziato a commettere i primi furti di gruppo era quasi un gioco, poi è diventata vera e propria necessità, una questione di sopravvivenza”.

Sono queste le parole di Raffaele Criscuolo, ventiduenne di Napoli, ex membro di una baby gang all’età di quindici anni e adesso uscito dal brutto giro della criminalità. Nell’ultimo periodo, proprio a Napoli, è cresciuto l’allarme baby gang con i recenti fatti di cronaca che si sono susseguiti e che hanno portato il Primo presidente della Cassazione, Giovanni Mammone, a definire le baby gang un “fenomeno allarmante” nella sua relazione per l’apertura dell’anno giudiziario.

Come si entra a far parte di una baby gang?

“Nel mio caso la frequentazione di compagnie sbagliate all’età di quindici anni ha influito molto. Quando ho iniziato a commettere i primi furti di gruppo era quasi un gioco, poi è diventata vera e propria necessità, una questione di sopravvivenza. Agivamo in massimo quattro persone(due alla guida degli scooter e due pronti a scendere per gli scippi). Non abbiamo mai usato violenza fisica contro le nostre vittime, incutevamo solo timore ai malcapitati”.

Operavate solo in un quartiere?

“No, giravamo in motorino per tutte le strade di Napoli e dove capitava l’occasione colpivamo”.

Come sceglievate le vittime?

“Non avevamo una regola, non esiste il profilo della vittima perfetta. Decidevamo sul momento quale fosse il bersaglio più facile. Solitamente ci basavamo sul modo in cui era vestita una persona ma ci tengo a sottolineare che non abbiamo mai fatto del male a nessuno”.

Gli scippi, le rapine, erano un’attività quotidiana?

“Sì, con il tempo è inevitabile che diventi un’attività quotidiana”.

È mai finito in carcere per i reati che ha commesso?

“Sono stato beccato la prima volta durante lo scippo di un orologio e ho passato quattro mesi in una comunità. Quando sono uscito sono tornato a delinquere e mi hanno sorpreso una seconda volta durante una rapina: questa volta ho trascorso 8 mesi di carcere e sei mesi agli arresti domiciliari”.

Com’è riuscito ad uscire da questo brutto giro?

“Fortunatamente quando sono uscito dal carcere, ormai diciassettenne, ho conosciuto la donna che poi è diventata mia moglie. La sua maturità mi ha aiutato ad abbandonare definitivamente la vita da criminale. Con lei ho avuto un figlio e ho realizzato il sogno di fare il tatuatore oltre che il pasticcere e l’allevatore di pitbull”.

Che differenza c’è tra le “baby gang” degli ultimi casi di cronaca e quella di cui hai fatto parte?

“Oggi gran parte delle “baby gang” si muovono come un vero e proprio branco, fino a quindici ragazzi, e agiscono in modo veramente violento. La storia di Arturo ne è un esempio”.

E da cosa è dovuto, secondo lei, questo nuovo “modus operandi”?

“Questi ragazzi agiscono per svago ma soprattutto per visibilità e per acquistare una posizione di rispetto e rilievo all’interno di un determinato quartiere. Lo si capisce dal fatto che molti di loro vengono beccati perché, poco dopo aver commesso atti di violenza o furti, postano foto e commenti su Facebook per raccogliere più like e consensi”.

Il fattore branco è quindi un punto di forza...

“È l’unico punto di forza. Questi ragazzi, per lo più giovanissimi, se li prendi singolarmente non avrebbero il coraggio di fare niente di tutto ciò. I più piccoli vengono trascinati nel gruppo dai più grandi e sono completamente plagiati”.

Alla base c’è una carenza di educazione famigliare?

“Sicuramente, anche il mio caso lo testimonia. Mio padre non mi ha mai riconosciuto ed io sono andato a vivere con i miei nonni fin dall’infanzia. Il problema è che i nonni avevano a sua volta ben 13 figli di cui occuparsi più il lavoro in pasticceria che prendeva gran parte del loro tempo. Per questo ho iniziato a frequentare la strada già a dodici anni”.