Non vedo, non sento, non parlo

A volte il mondo non sta al suo posto perché siamo noi a capovolgerlo, a tenerlo in bilico sulle parole di comodo, sugli slogan che fanno effetto, nelle cartellonistiche da pochi centesimi che però vanno dritte alla pancia di chi guarda senza vedere. Pochi giorni fa stavo osservando i filmati giunti dalla Libia, nello specifico dentro i campi di prigionia libici, i suoi lager riesumati a memoria per i migranti. Dapprima guardavo lo scempio umano, la carne fatta a pezzi, guardavo senza muovere un muscolo, guardavo i corpi appesi per i piedi a grappoli di tre o quattro esseri umani alla volta, guardavo le vergate scagliate con forza sulle schiene nude, la cera incandescente fatta cadere a piombo sulla pelle, le botte, gli elettrodi, le grida delle donne terrorizzate, violentate, dei bimbi strattonati, stremati, guardavo gli occhi degli uomini, delle donne, dei bambini, inchiodati dalla paura, imbavagliati dalla morte in agguato. Guardavo, appunto. Poi mentre osservavo la mostruosità del particolare, l’autorizzazione insita alla sofferenza, alla tortura, al sangue sparso all’intorno, montava un’ira profonda per la troppa scelleratezza di tanta infamia e miserabilità dis-umana, una rabbia assunta sequenza dopo sequenza.

Mi sono chiesto com’è possibile “vedere” tanto sfacelo con l’indifferenza della lontananza, come è possibile? Ho pensato al mio amico Cardinal Martini, alla sua maniera di intendere l’intercessione, che non sta soltanto a preghiera silente, ma vero e proprio comando a mettersi in mezzo, là, dove infuria la disperazione meno raccontabile, perché davvero incomprensibile. Se quei filmati non fossero passati alla censura di stato/i, saremmo ancora qui, a fare discorsetti da guerrieri da social su piedistalli di cartone. Saremmo ancora qui a usare frasi da fascisti. commenti da comunisti, atteggiamenti pseudo democratici, oppure le solite mani giunte da ferventi cattolici. Saremmo ancora qui come persone dalla somma dignità appesa alle parole spese male. Ognuno con le proprie giustificazioni, scusanti, attenuanti. Mai colpe, responsabilità, peccati innominabili.

I migranti, i rifugiati, gli extracomunitari, non entrano più in mare-terra nostra, dal precedente governo a quello attuale, rimangono là nei lager, negli stanzoni senza troppa aria né spazio vivibile, là, dove morire non è dato sapere, soltanto immaginare, quindi negare a oltranza che possano accadere cose simili dai nostri amici oltremare, negare a oltranza la cancellazione della vita umana, figuriamoci delle condizioni di vita di chi ancora sopravvive, accartocciato sul proprio niente, ma ancora vivo. E comunque c’è sempre la possibilità di affermare che i video sulle torture sono fake news, riproduzioni ben confezionate dalle opposizioni. Disarticolando l’unica verità che ieri governavano quelli là, oggi questi qui, poli opposti che convergono, che fanno melina, confondono e disperdono coscienza e giustizia sull’ingiustizia delle scomparse, delle torture, dei morti ammazzati non più in mare, ma nei campi di concentramento.