Gli italiani sono dunque razzisti?

Tra le tante sciagure che i partiti cosiddetti “populisti” stanno arrecando all’Italia c’è, dunque, anche quello di essere additati al mondo come “razzisti”. Vogliono mandare degli “Ispettori” a vedere se ciò sia vero ed a qual punto arrivi questo nostro presunto “razzismo”.

Io non sono razzista così da ritenere che ci siano delle “razze” più o meno razziste. E credo di aver vissuto abbastanza e di avere abbastanza cercato sempre di capire ciò che avveniva intorno a me. Benché nei secoli gli italiani abbiano dovuto subire l’oppressione e le angherie di governi e di popoli stranieri, credo che, al contrario, il razzismo, da noi è solo quello “importato” da altri Paesi ed imposto da chi ci ha così a lungo ed insensatamente privato della nostra libertà.

Se il Fascismo adottò le sciagurate leggi razziali ciò fece ad imitazione della Germania nazista. Ma soprattutto esso avrebbe dovuto essere parte del “cambiamento del carattere e del Popolo Italiano” che Benito Mussolini andava strombazzando come merito ed obiettivo del Fascismo. Cambiare gli italiani per farli diventare razzisti. Perché non lo erano. Io ricordo quanto un giorno, mentre ci allontanavamo dal Palazzo di Giustizia, mi disse l’avvocato Roberto Ascarelli. Quando furono introdotte le leggi razziali, osservava, aveva avuto da ogni parte espressioni e gesti di solidarietà e di “consolazione”, anche da parte di fascisti, per altro verso a lui ostili. Solidarietà da parte di colleghi, ma anche di poliziotti incaricati di “sorvegliare” l’osservanza dei divieti. Solidarietà del giornalaio e della domestica “ariana”. Ma contro quelle leggi non c’era stata una reazione particolare.

Fuggito dopo l’8 settembre del 1943 e l’occupazione tedesca in Svizzera, Paese che aveva resistito alle pressioni hitleriane perché adottasse misure antiebraiche, gli era capitato, per strada, riconosciuto come straniero ed israelita rifugiato, di sentirsi apostrofare “Schwein Jude” (porco Ebreo). In Italia, diceva Ascarelli, nessuno mai gli aveva detto qualcosa di simile. Io stesso ho avuto modo di constatare come, durante l’occupazione nazista, i contadini, rischiando la vita, divisero il loro pane con ex prigionieri dei Paesi Alleati, senza la minima discriminazione tra bianchi e neri. Nelle colonie, gli italiani (e non solo Indro Montanelli) avevano cercato di farsi una “moglie” africana (il cosiddetto madamato) e leggi speciali furono imposte dal fascismo per fare di ciò un reato (detto, appunto di “madamato”). Alla conquista dell’Impero si andò cantando “Faccetta nera”. Che tutto era fuorché una canzone razzista.

Si può dire che le prime manifestazioni di mezzo razzismo (se di razzismo si trattò) si ebbero al tempo della grande migrazione dal Sud al Nord, a Torino, a Milano, nel “triangolo industriale”. Mezzo razzismo nei confronti dei “terroni”, di altri italiani. Salvini, in realtà è stato un esemplare di quel “razzismo tra italiani” e così Umberto Bossi e la Lega. Ma si trattava anche allora di reazione al fenomeno di un’emigrazione di massa. Il razzismo è altro. È sprezzo per le singole persone, pretesa di una “umanità esclusiva”.

Credo che se c’è un modo di operare tale che possa trasformare questo atteggiamento di fronte alla dimensione dei fenomeni migratori in un convincimento che i migranti appartengano ad una umanità inferiore, esso sia proprio il non voler adottare misure sulla entità e sulle modalità della immigrazione. Ma nessuno venga a dirmi che gli italiani sono razzisti. Avendo al paragone di altre popolazioni europee, per non parlare di quelle di altri Continenti. In Italia, semmai, non c’è un adeguato sentimento collettivo, come notava, appunto, il compianto Roberto Ascarelli, di difesa della libertà di tutti. C’è, del resto, il pericolo che a lungo andare si crei un razzismo d’latro genere: quello nei confronti dei cretini, di quelli che sono sempre pronti a voltar gabbana per seguire le correnti. Che non sono certo una razza. Anche se talvolta sono così pertinaci da sembrar che vogliano farlo credere.