Per un pugno di like

Anni Ottanta, Emilia. Umberto Marchesini, bravo inviato di “Oggi” e “l’Occhio”, chiamato a dirigere una testata di provincia e sollevare le modeste vendite, puntò tutto sulle storie lacrimevoli. Ogni giorno ripeteva ai redattori: “Fateli piangere, venderemo il giornale”. Spedì i giornalisti sull’Appennino e attraverso la Bassa alla ricerca di storie di miseria e di corna, di violenza e sopraffazione, di bambini abbandonati e bistrattati. Scandalizzò i conservatori, ma le vendite della sua Gazzetta salirono vertiginosamente.

Anni Novanta, Capalbio. Un gruppo di miliardari rossi invita in un villone spettacolarmente proletario un direttore d’orchestra jazz, il quale, nella speranza di far circolare il suo nome nei salotti che contano, accetta di suonare per loro portandosi una modestissima tastiera elettronica. Il maestro evita gli standard, troppo semplici per questa platea dorata. Che apprezza con gemiti di birignao, finché, dopo quattro o cinque brani eseguiti con grande maestria gli sguardi si fanno perplessi. Infine, il padrone di casa, forte della tripla cifra davanti ai nove zeri, gli chiede timidamente se, con altrettanto fervore, possa eseguire un brano di Lucio Battisti. Lui è uomo di mondo, molto ambizioso, e non sbotta. Indica l’amico che l’ha accompagnato, musicista dilettante: lui conosce tutta la musica leggera del mondo. Negli occhi degli intellettualissimi capalbiesi estivi si accende una luce: il mediocre amico suonerà fino a notte fonda Claudio Baglioni, Adriano Celentano e, per salvare il politically correct, anche qualcosa dei compagni Nomadi e Francesco Guccini. I ricchi, quella notte, dormirono felici.

Giorni nostri. Paolo Mengoli, cantante bolognese bravo e fortemente empatico, è ospite frequente di “Storie italiane”, salotto di Eleonora Daniele, all’interno di “Uno Mattina”. Racconta una storia triste che risale al suo primo matrimonio, una figlia che gli fa causa due volte e infine viene da lui disconosciuta dopo il test del dna. Il pubblico, assuefatto a questi cerimoniali televisivi, non si chiede perché, per commentare drammi del genere, si invitino in studio esperti di diritto familiare e di figli in generale come Vladimir Luxuria, il quale (o la quale, come vi pare) si esibisce in un manuale di perfetta organizzazione e di armonia fra genitori e figli. Luxuria si nutre di salotti tv, è intoccabile pena essere sessisti senza nemmeno capire di quale sesso si tratti. E fa notizia il fatto stesso che uno come lui spari banalità buoniste, eccessive anche per una suora di clausura.

Il mondo, la cui economia vacilla, si regge sui like: già il termine share puzza di tubo catodico bruciacchiato. Tutti chiedono perfezione e progresso, poi scelgono il caro ovvio. Ma chi è stato ventotto anni in Rai, ad esempio, sa che gli ospiti devono essere scelti con criteri che ai più sfuggono. I super esperti sono spesso noiosi e la maggior parte di loro non sa tradurre il tecnichese in lacrimese. Chi non è stato testato, almeno una volta, provoca cardiopalma in autori, programmisti e registi che l’hanno invitato. All’esperto non si chiede una spiegazione scientifica, ma una risposta à la carte, qualcosa che rassicuri, interpretata nel modo giusto. E questo criterio restringe drammaticamente la scelta. Che alla fine ricade sempre sugli stessi, tuttologi ammaestrati che diventano parte dell’arredo ed entrano nel cuore e nella fiducia passiva degli spettatori. Come le storie della Gazzetta e il Lucio Battisti del dilettante. E, particolare non trascurabile, alleggerendo la frenesia della produzione quotidiana, in cui trovare gli ospiti diventa il problema principale.

Il fatto è che questo trionfo del generico, ma amato, sull’esperto sconosciuto è in sintonia con l’avanzata dei social analfabeti sul giornalismo tradizionale, del santone sullo scienziato, dello scienziato da avanspettacolo su quello da laboratorio. Dunque, trionfo del politico inesperto, ma sempre online, web e tv. Dal dopoguerra abbiamo costruito cultura e specializzazione. Ora ci giochiamo tutto per un pugno di like.