“Il mio solo fine? Curare la gente”: parola di Giovanni Carnovale

Giovanni Carnovale presiede l’ente Cassa mutua dentistica: è sempre a disposizione della gente, è caratterialmente socievole e per questo viene appellato come “il medico degli amici”. Una cosa buona in quest’era di Covid e di sanità alle strette. “Cari amici proprio per questi motivi – taglia corto – ho deciso di affrontare un’altra l’ennesima sfida: la mia candidatura al Consiglio dell’ordine dei medici e degli odontoiatri di Roma, in qualità di revisore dei conti”. L’intervista era in animo da tempo, visto il momento non si può certo indugiare.

E ce lo dice così? Lo sa che a Roma avere un medico per amico è qualcosa che da sicurezza? Non perché se ne abbia bisogno continuamente, ma è di conforto contare su un medico che risponda al telefono e che ci possa alleviare almeno la prima preoccupazione. Chi sono i suoi sodali nella sfida all’ordine?

La lista elettorale cui appartengo è quella uscente. È presieduta dal dottor Antonio Magi e dal dottor Stefano De Lillo in qualità di vicepresidente, la mia lista si chiama “Insieme”. Perché noi medici vinciamo solo se lavoriamo tutti insieme per la salute dei nostri pazienti. La mia candidatura nasce da una esigenza personale: cercare di difendere il nostro diritto costituzionale alla salute, in un contesto storico in cui tutto sembra violare le nostre libertà individuali, decisionali, di diagnosi e di terapia per non parlare di quelle spirituali.

Cosa deve garantire una buona medicina?

Diagnosi immediata. Terapia altrettanto immediata ed omogenea ed uniforme su tutto il territorio nazionale. Per ottenere questo risultato ritengo siano necessari due progetti. Il primo progetto è di carattere legislativo, bisogna riportare ad una centralità legislativa la sanità pubblica. Bisogna recuperare l’universalità, la mutualità e la sussidiarietà, che sono i nostri diritti costituzionali ed obiettivi ricercati dal legislatore quando ha immaginato il Sistema sanitario nazionale.

Che intende per centralità?

Spetta al ministero della Sanità la gestione delle aziende sanitarie (Asl e Policlinici). Basta conflitti di competenza e contenziosi tra Stato e Regioni in sanità. Questa pandemia ci ha dimostrato che i contenziosi uccidono i pazienti. La politica regionale deve uscire dalla programmazione sanitaria regionale, non si possono avere venti programmazioni sanitarie diverse.

Lei ci sta dicendo che le Regioni come enti pubblici hanno fallito?

Le Regioni hanno fallito. Insisto, nessuna delega programmatica alle Regioni: ad esse solo il compito del “controllo”. Il percorso può essere lungo e complicato perché prevede modifiche costituzionali. I miei consulenti, tra loro valenti costituzionalisti, hanno individuato una iniziale possibilità legislativa che non impatta con il titolo quinto e con la Costituzione. Si potrebbe cominciare con una proposta di legge che modifichi i criteri di selezione (graduatoria e non più albo alfabetico), e di nomina dei direttori generali delle aziende sanitarie. I presidenti di Regione dovranno così scegliere i direttori generali delle aziende sanitarie non più soltanto con il principio discrezionale del rapporto fiduciario, ma esclusivamente sulla base della posizione in graduatoria del soggetto indicato: seguendo il principio dell’idoneità universitaria, il tutto sotto il controllo delle autorità amministrative preposte.

Lo sa che il potere politico regionale ha la sua massima espressione nelle nomine?

Certo, ma la totale discrezionalità nella scelta dei direttori generali delle aziende sanitarie da parte dei presidenti delle Regioni rappresenta il cancro della sanità. Ha creato manager sanitari dipendenti e senza nessuna autonomia, non sanitari attenti ma solo politici a guardia dei voti dei loro padrini.

So che la sua proposta di legge ha raccolto consensi.

La proposta di legge che le ho descritto è stata già presentata ufficialmente il 17 novembre in una conferenza stampa alla Camera dei deputati. La presenza di tantissimi giornalisti accreditati mi ha permesso di toccare con mano che la riforma è giusta. Il secondo progetto è di carattere operativo, prevede un ruolo attivo degli ordini dei medici. La sanità italiana ha necessità di potenziare la medicina di base e del territorio.

Lei sta giocando col fuoco. Che diranno i medici di base?

Possono solo dire bene. È necessario valorizzare e coordinare il medico di famiglia, oggi abbandonato alle proprie capacità personali. La rete capillare dei medici di famiglia è sempre stata la forza del nostro sistema sanitario nazionale, che ha permesso un rapporto costante tra il paziente ed il medico, per una buona conoscenza della storia clinica del paziente nella cronicità così come nell’emergenza. Il sanitario deve tornare ad essere il medico degli amici.

E l’Ordine dei medici, che sappiamo essere una giusta istituzione di potere?

L’Ordine dei medici deve diventare un osservatorio permanente del territorio, la nuova “agorà sanitaria”. Deve essere un ponte tra le esigenze dei pazienti, il medico di famiglia e la struttura centrale, sia essa la Regione o il ministero. L’Ordine dei medici deve diventare un organo consultivo…deve sedere al tavolo del coordinamento sanitario locale (regionale).

Fa cenno di questo anche nel suo programma?

Il mio programma prevede l’apertura presso l’Ordine dei medici di Roma di un ufficio permanente dove ascolterò le esigenze dei medici del territorio. Soprattutto quelle di tutti gli amici pazienti (cosa che faccio da sempre nella mia quotidiana esperienza di medico specialista). Con questo spirito mi sento autorizzato a chiederti, anche se non sei medico, di venire a verificare il mio gruppo di lavoro, diviso per specializzazioni. “Le cose sacre non devono essere insegnate che alle persone pure” sosteneva Ippocrate. Il mio solo fine è curare la gente: oggi è una ricchezza non essere soli.