È tornato di attualità l’antico detto evangelico “Medice, cura te ipsum!”.

O meglio, quanto dovrebbe essere questa frase derivante da un midrash, rammentata a tutti coloro che sono alfieri della medicina materialista e di una scienza che ha dimenticato d’essere Conoscenza profonda del Microcosmo Uomo come del Macrocosmo Universo, e che neanche conoscono più quell’Ippocrate sul quale dicono di aver giurato.

Certo per chi ha, come chi scrive, della Medicina una visione oltre che pratica, soprattutto sapienziale qual era quella di grandi medici rinascimentali quali Paracelso, Francois Rabelaiso lo stesso Michel de Nostredame, nonché dei molti grandi che li precedettero, assistere a questa gigantesca, empia , mostruosa e demoniaca pantomima politico-economica (e non solo) che cavalca il Covid-19 per ottenere velociter inquietanti scenari distopici, le cose appaino in maniera molto differente da come li vede la gente comune. Quando persino il Vescovo di Roma, si fa portatore “etico” di un “invito” all’uso di un vaccino di sintesi molecolare sul quale troppo poco si sa, qualche dubbio sull’odore di zolfo da troppo tempo presente in Vaticano, almeno a me, viene. Lo so, il solito complottista terrapiattista no-vax direte voi, e ditelo pure se vi piace.

Invece, ritornando alla professione, nobilissima ed essenziale – oggi a volte invece esiziale – del medico, ricordo da bambino, in Liguria, che il nostro medico di famiglia (allora si chiamavano così e non “di base”), il dottor Luigi “Luisito” Morchio, come non soltanto un eccellente dottore in medicina, ma soprattutto come uno straordinario diagnostico. Sì perché è la prima virtù che un tempo avevano i medici, era quella capacità “magica”, in parte naturale ma affinata con l’insegnamento e la pratica, di diagnosticare, osservando, ascoltando, tastando, la malattia che affliggeva il loro paziente.

I medici attuali si basano esclusivamente sui protocolli stabiliti, mentre allora, in una medicina certo meno tecnologicamente evoluta della nostra, il medico doveva saper entrare in sintonia con lo stato vibrazionale del malato, doveva essere in grado di vederne l’aura psichica, lo stato sottile e, a volte scorgere un riverbero dell’anima, semplicemente guardandolo negli occhi.

Ci sono ancora medici così, sì, rarissimi, io ne conosco ed è per quersto che di loro - e soltanto di loro - mi fido. Perché so che sanno che non siamo soltanto sangue e carne, fluidi e ossa, ma conoscono bene i legami “astrali” che ci consentono una vita sana e hanno quindi appreso come curarli quando essi sono danneggiati.

La salute di un essere umano non è soltanto quella corporale – come vorrebbero farci credere adesso con un uso irresponsabile di vaccini non testati – ma è anche quella dell’anima, che è dalla prima inscindibile e sapevano persino che il luogo migliore ove essere curati è la propria casa, fatto indiscutibile anche oggi dove stiamo notando come gli ospedali, le Rsa e altri luoghi di “cura” si stiano rivelando il miglior fulcro per la diffusione del virus. Erano medici che prescrivevano pochissime medicine – e non che non ce ne fossero, infatti sto parlando degli anni Settanta ed il laudano era già stato abbandonato da tempo – ma consigliavano diete o attività motoria o anche semplici giochi. Sciamani, spagirici? Forse sì, anche senza saperlo, eredi di quell’antica e nobile Scuola Salernitana, e di molte altre discipline legate ad Esculapio. Erano maghi della luce e dell’aria fresca, e di certo avrebbero guardato con orrore queste imposizioni dello stare al chiuso e delle mascherine sulla faccia.

Avevamo medici filosofi un tempo, non molti anni fa, non il prodotto forzato delle case farmaceutiche, non creature di sintesi come i pacchetti di blister che ci rifilano per qualsiasi sciocchezza sui banchi delle farmacie. Che strano vero? Un tempo, anticamente, i medici erano spesso sacerdoti, monaci, frati, semplici preti o diaconi e al tempo stesso filosofi e si occupavano di divinare gli astri. Ma noi oggi, figli del materialismo transumanista, della follia scientista, di un futurismo giacobino, crediamo alle corporazioni farmaceutiche che sfornano ugualmente con la stessa facilità un vaccino e un agevolatore erettile, tanto dopo aver creato la malattia è più facile produrne il rimedio.

Ricordo anche che spesso, i dottori di quando io ero bambino, chiamati a casa non chiedevano compenso, e non perché fossero ricchi, o perché non lo fossimo noi, sì certo erano benestanti, ma era una sorta di codice d’onore personale, un atteggiamento deontologico che svincolava l’”arte della medicina e della cura” dal vile denaro.

E comunque, sempre, sempre veniva ricompensato, perché si può pagare come è giusto, chi sa, anche in altre monete.

Vorrei sapere se – a parte quei due o tre che conosco io – esistono ancora medici simili, “dottori” che curano e che a volte anche “guariscono”, sapendo che la malattia è uno squilibrio non solo del nostro piccolo, fragile corpo ma di tutto il Creato.

E allora ecco cosa dovrebbero essere i medici… un medico dovrebbe essere – con le debite proporzioni – un alter Christus, che guarisce, cura, risana… Persone che hanno scelto di dedicare la propria vita, non a loro stessi – che sarebbe un atto d’indicibile egoismo -, ma ad alleviare le sofferenze altrui e che dunque posseggano la virtù cristiana della compassione.

Erano medici infine, ed è la cosa più difficile, che sapevano perfettamente che l’uomo, questo uomo, è mortale e quindi ci insegnavano ad avere – anche se in maniera sempre imperfetta perché accettarlo è dolorosamente arduo – che la morte è il naturale compimento di quel raro dono che si chiama vita; perché non è per nulla vero che essa non sia un’eccezione. La vita, la vera vita, l’esser realmente vivi nell’anima e nel corpo, è molto più che un’eccezione, è una rarità, un dono appunto concesso dagli Dei a pochissimi uomini.

Ecco perché dobbiamo esserne degni e non sprecare il tempo che ci è stato concesso.

(*) Tratto da Totalità.it