In carcere da innocente, i trecentosei giorni di Ambrogio Crespi

Trecentosei giorni in carcere da innocente. E, nello specifico, duecento nella prima carcerazione del 2012, di cui sessantacinque in isolamento come un boss di mafia ma da un uomo innocente. Un incubo iniziato l’undici marzo, giorno in cui Ambrogio Crespi decise di consegnarsi spontaneamente al carcere di Opera, a Milano, in esecuzione della condanna definitiva ricevuta in Cassazione con l’accusa infamante di “concorso esterno in associazione mafiosa”.

Trecentosei giorni in cui il regista ha compiuto un viaggio terribile: colpito dal Covid i primi giorni di detenzione, il ricovero in ospedale, il ritorno in un contesto in cui detenuti colpevoli si sono ritrovati un innocente che ha fatto della sua vita un manifesto contro tutte le mafie. Trecentosei giorni che hanno provato e segnato il regista, autore tra l’altro del capolavoro (girato qualche anno fa proprio all’interno del carcere di Opera, ndr) “Spes contra spem. Liberi dentro”, che l’allora ministro di Grazia e Giustizia, Andrea Orlando, definì – al Festival di Venezia – un “manifesto contro le mafie”. Nonostante l’infondatezza delle accuse e la condanna in Cassazione, Ambrogio Crespi ha vissuto questo periodo di detenzione con una grande dignità, ricordando che “i miei figli non devono avere un concetto sbagliato della giustizia”. Un padre perbene che, nella atroce sofferenza di una ingiusta detenzione, ha trovato la forza di coltivare “il seme della speranza” proprio per i suoi figli e per tutti coloro che gli vogliono bene.

Messaggi di resistenza civile, supportato dell’incredibile forza trasmessa da sua moglie Helene Pacitto che, nella tempesta, non ha perso la forza per mantenere la rotta giusta e non far pesare ai due figli l’assenza del papà. Dal giorno in cui Ambrogio si consegnò in carcere dopo qualche ora Helene era in contatto con gli amici più stretti. Determinata, seppur con il cuore lacerato dal dolore, ha dato impulso subito al gruppo su Facebook Giustizia per Ambrogio Crespi, trovando il supporto di un amico giornalista. Subito dopo il contributo fondamentale alla nascita del Comitato per Ambrogio Crespi nato dai componenti dell’associazione Nessuno tocchi Caino.

Una mobilitazione culturale, un movimento eterogeneo che si tradusse nella straordinaria “Maratona per Ambrogio” andata in onda su Radio Radicale per un intero sabato. Trecentosei giorni che hanno portato ai “faccia a faccia” su Facebook con giornalisti, politici, sacerdoti, persone che hanno vissuto la grande generosità di Ambrogio, persone che ne hanno ricordato la forza d’animo nel raccontare le storie di “resistenza civile” di italiani che hanno combattuto mafia, camorra e ’ndrangheta, raccontate nel capolavoro di coraggio “Terra Mia”.

Poi, del buio della detenzione, una luce è apparsa: il Tribunale di Sorveglianza di Milano mette nero su bianco che “sussistono i presupposti per disporre il differimento della pena“, in quanto “appare sussistere il fumus di non manifesta infondatezza della domanda di grazia in considerazione di quanto esposto e documentato dalla difesa in merito alla vita condotta da Ambrogio Crespi dal 2013 (quando è stato scarcerato a seguito della revoca della misura cautelare della custodia in carcere a lui applicata) in poi, e dell’impegno professionale e umano da quest’ultimo profuso nella difesa della legalità e anche nella lotta alla criminalità, compresa quella mafiosa, con la realizzazione di opere che hanno ricevuto attestati di riconoscimento e che sono state divulgate anche ai fini educativi delle nuove generazioni”. Un miracolo della ragione, un raggio di luce che diventa una splendida giornata in cui si spalancano i portoni del carcere e restituisce un uomo perbene alla sua vita, ai suoi figli e a sua moglie. Diciamo anche una straordinaria interpretazione di Diritto costituzionale, di “giustizia giusta” che comprende e riconosce il danno subito da un uomo perbene che nulla a che fare con il “concorso esterno in associazione mafiosa”. Il tutto fino al 9 settembre, termine ultimo affinché arrivi il pronunciamento della grazia richiesta al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Se non dovesse arrivare per quel giorno, Ambrogio Crespi è pronto a tornare in carcere ma con una consapevolezza in più, che non c’entra nulla con le organizzazioni criminali ed è uomo che ha “contribuito alla diffusione della cultura della legalità”. La strada spianata dal Tribunale di Sorveglianza, ragionevolmente, non lascerà indifferente il capo dello Stato. Perché, alla fine, in centosei giorni, un uomo perbene ha scritto un pezzo di una storia fatta di coraggio, dignità, resistenza civile. Trecentosei giorni che, almeno per il Tribunale di Sorveglianza di Milano, hanno restituito dignità e onore ad un italiano che combatte contro le mafie.

Non una storia qualunque, non un “finale già scritto”, perché Ambrogio Crespi ha “sperato contro ogni speranza”, perché nessuno si è arreso nel raccontare e rivendicare la sua innocenza. Tutto in trecentosei giorni.