Giornalisti all’Inps dopo 11 anni in rosso

Il percorso che porta tutti i giornalisti professionisti all’Inps è stato completato con l’approvazione della legge di bilancio 2022. Dal primo luglio l’Istituto di previdenza dei giornalisti scompare come è stato per una settantina d’anni. La nuova normativa è orientata ad assicurare la garanzia pubblica alle prestazioni previdenziali in favore dei giornalisti a fronte della progressiva contrazione della platea contributiva (circa 15mila dipendenti con contratto pieno) e del conseguente stato di squilibrio della gestione sostitutiva dell’assicurazione generale obbligatoria. Era stata la legge Rubinacci del dicembre 1951 ad attribuire questa caratteristica dell’Istituto nazionale di previdenza Giovanni Amendola. Si intendeva garantire in questo modo l’autonomia e il pluralismo dell’informazione, sganciandola da qualsiasi decisione politica-parlamentare.

Con effetto, pertanto, dal primo luglio la funzione svolta dall’Inpgi in regime di “sostitutività” viene trasferita all’Inps che così succede nei relativi rapporti attivi e passivi. Il regime pensionistico applicabile è inoltre uniformato, nel rispetto pro-rata, a quello degli iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti con effetto dal primo luglio. Sono fissate poi alcune norme per il periodo transitorio compreso il passaggio di circa 100 dipendenti dell’Inpgi all’Inps per garantire la continuità delle funzioni previdenziali, compresi i trattamenti di disoccupazione e di cassa integrazione. Ripercussioni? Le valutazioni di questo cambiamento sono contrastanti. Per ora le prestazioni pensionistiche sono state messe al sicuro. Ma si è giocata una drammatica partita alla quale hanno partecipato numerosi protagonisti. Un ruolo fondamentale lo ha svolto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al quale era stata inviata una lettera-appello per salvare l’Istituto da parte di 1.500 giornalisti.

Il “Comitato Salviamo la previdenza dei giornalisti” ha svolto un’incessante iniziativa negli ultimi tre anni, richiamando la sensibilità del professore di diritto costituzionale in carica al Quirinale a far rispettare l’articolo 38 della Carta che garantisce la tutela dei diritti pensionistici da parte dello Stato. La garanzia pubblica è arrivata con la legge di bilancio. Ma cosa era successo prima? La storia dell’Inpgi è fatta da undici bilanci consecutivi in profondo rosso. Gli allarmi che dovevano partire dal 2011 quando l’avanzo di gestione di solito intorno ai 100 milioni di euro all’anno aveva dato segni tangibili di cedimento. Dal primo disavanzo di 1,3 milioni di euro alla perdita di esercizio di 242, 2 milioni del 2020. I passaggi della crisi vedono al vertice dell’Istituto sempre la stessa maggioranza di sinistra, la stessa che governa la Fnsi. Cinque anni di presidenza di Andrea Camporese, al quale è subentrata nell’aprile 2016 la milanese Marina Macelloni.

Quando i danni erano già fatti il Consiglio d’amministrazione (presenti anche gli esponenti governativi e degli editori) decise di approvare una riforma che arriva tardiva e insufficiente. Gli errori del Cda, sempre allineato con le scelte compiacenti della Fnsi di Beppe Giulietti e Raffaele Lorusso, sono evidenziati dall’aggravamento della disoccupazione, dall’aumento dei prepensionati e quindi dalla incapacità di far fronte alla crisi dell’editoria. La forbice tra contributi incassati dall’Inpgi e spese per le pensioni si allargava, costringendo a smobilitare il patrimonio immobiliare accumulato negli anni di Guglielmo Moretti, Sergio Santerini, Giuliana Del Bufalo, Guido Paglia, Arturo Diaconale.