Quel 15 gennaio del 1993 che cambiò la storia d’Italia

Ventinove anni. Ventinove lunghi anni sono trascorsi da quel giorno che, per molti italiani, resterà un momento storico ma che, per altri, non è stato degno di ricordo. Ventinove anni fa, il 15 gennaio del 1993, il CapitanoUltimo” e gli uomini della sua unità, la Crimor-Unità militare combattente, misero a segno l’arresto più eclatante della storia d’Italia, assicurando alla giustizia “la Belva” (fu il nome in codice dell’operazione), il “capo dei capi”: Salvatore Riina.

L’arresto consentì allo Stato di rispondere alle stragi del ’92 di Capaci e di via D’Amelio. Quando Riina fu arrestato era spaventato, perché era certo che grazie alle sue coperture nessuno lo avrebbe mai catturato. Dopo poco chiese “chi vi manda”: ricevette come risposta “ci mandano Falcone e Borsellino”. Nella sede dell’Associazione volontari Capitano Ultimo, a Roma, si è commemorato quel momento, senza la presenza degli “uomini di potere” ma con tanta gente comune. Proprio in questa occasione è stata lanciata Ultimo Tv, con la regia di Ambrogio Crespi e con il contributo di tanti volontari che si ritrovano accanto al Capitano “Ultimo”, per continuare a dar voce a chi voce non ha, a quelli emarginati in questa società, per essere “la voce fuori dal coro” (e dai palazzi).

Un’iniziativa che non farà contenti i tanti che vorrebbero il silenzio sul ricordo di quell’arresto, i tanti che – al potere e nelle istituzioni – vorrebbero “zittire” definitivamente il Capitano “Ultimo”, il suo impegno contro la mafia e per non dimenticare, umiliando così anche la memoria del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, riferimento forte per quei carabinieri (e gli italiani) che hanno combattuto davvero la mafia e le sue collusioni “nei palazzi”.

L’oblio della memoria ha inghiottito questa ricorrenza, che è stata dimenticata anche da molte testate giornalistiche. Ricordare l’arresto di Riina, l’impegno dei Ros dei carabinieri del generale Mario Mori, l’impegno degli uomini della Crimor, è funzionale alla mafia, alla normalizzazione che essa cerca e fomenta, ai suoi fiancheggiatori politici e non solo. Noi, nel nostro piccolo, crediamo che quell’arresto vada ricordato come punto fermo di lotta alla mafia, intesa come impegno reale di tutte le forze dello Stato per reprimerne forza e radicamento.

Quelle poche voci, fuori dal coro, che hanno fatto sentire la loro vicinanza al Capitano “Ultimo” non sono sole e isolate: hanno il supporto di tanti italiani perbene, che non si arrendono, che non smettono di combattere e che, soprattutto, non dimenticano.