Franco Califano: l’omaggio del Partito Radicale

Nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, dalle 14,30 di oggi, si esibirà la band “’Nattimo de vita” in un omaggio a Franco Califano. La band, capitanata da Enrico Salvatori (giornalista di Radio Radicale), è composta da Andrea Pucci alla chitarra, Devid Di Porto alle tastiere, Alessandro Ruffini al basso, Marta Mannella ai cori, Leonardo Pucci alla batteria. L’evento, organizzato dal Partito Radicale, si inserisce nell’ambito delle storiche iniziative di Marco Pannella per tenere alta l’attenzione sui temi della giustizia e della sua appendice carceraria. Anche Califano, infatti, nel momento migliore della sua carriera fu costretto a fermarsi per un clamoroso caso di errore giudiziario che lo portò alla detenzione, prima di essere assolto perché “il fatto non sussiste”. Sarà presente all’appuntamento anche Antonello Mazzeo, presidente della Trust Onlus Franco Califano, amico fraterno e batterista dell’artista romano.

Franco Califano è arrestato poco dopo Enzo Tortora. È il cosiddetto “venerdì nero” della camorra, che in realtà è stato il venerdì nero (seguito da tanti altri) per la magistratura napoletana e non solo. Viene impigliato in quella fallimentare inchiesta della procura napoletana perché il suo “perno”, Enzo Tortora, non regge più alla prova dei fatti. Califano, che non ha mai nascosto la sua amicizia con Francis Turatello (suo figlio piccolo compare nella copertina di un suo 33 giri) e non ha mai nascosto di aver fatto uso di cocaina e che ha avuto una precedente esperienza carceraria (ma per fatti non legati alla delinquenza organizzata), serve da “supporto” per l’inchiesta traballante. Alla fine, ne esce pulito, ma anche lui viene arrestato e patisce una lunga carcerazione.

In pochissimi, all’epoca (meno ancora che per Enzo Tortora) sono a battersi per la sua innocenza. Anzi, la sua estraneità. Davvero molto pochi. Rileggere il carteggio con lui in carcere e poi ai domiciliari, a distanza di tanti anni, è ancora penoso. Distruggevano un uomo sapendo di farlo. Nulla e nessuno potrà mai risarcire per danni di questo tipo. Come per Enzo, anche per Franco nessuno ha pagato per questo calvario. Personalmente ho la coscienza a posto, per aver fatto la cosa giusta, quando andava fatta. Come cittadino provo vergogna che il mio Paese abbia commesso questo (ennesimo) crimine.

In un articolo di qualche tempo fa, al riguardo, scrissi: “Stranamente – o forse no, sarebbe stato strano il contrario – quasi tutti i giornali (non più di un paio le eccezioni), ricordando Franco Califano, hanno fatto cenno alle disavventure giudiziarie del “Califfo” limitandole alla vicenda che portò in carcere Walter Chiari e Lelio Luttazzi, per uso e spaccio di droga. E anche su questo si potrebbe dire: che ogni volta che richiama in causa Luttazzi si dovrebbe aver cura di ricordare che “el can de Trieste” era assolutamente estraneo ai fatti contestati, solo tardivamente venne riconosciuto innocente, patì una lunga e ingiusta carcerazione, e da quell’esperienza ne uscì schiantato.

Luttazzi a parte, Califano venne coinvolto, ficcato a forza è il caso di dire, nella vicenda che in precedenza aveva portato in carcere Enzo Tortora, nell’ambito di quell’inchiesta che doveva essere il “venerdì nero della camorra” e fu invece un venerdì (e non solo un venerdì) nerissimo per la giustizia italiana. E Califano serviva, eccome: il suo passato, il suo non aver mai nascosto amicizie “pericolose”, l’uso ammesso della cocaina, serviva evidentemente per legittimare i precedenti arresti, in omaggio a teoremi che cominciavano a scricchiolare. Solo che anche Califano era innocente, con la camorra e i suoi traffici non aveva nulla a che fare; e da quelle accuse, alla fine, venne assolto. Ricordare quell’arresto, quella pagina che il buon gusto impedisce di qualificare come si vorrebbe, significava ricordare e rievocare tutta quella vicenda. Meglio ignorare tutto, confidare sul tempo trascorso, e sulla memoria che si scolora… Fummo davvero in pochi, in quei giorni, a osservare che anche per quel che riguardava Califano i conti non tornavano. Ci si cominciò a interessare alla sua vicenda in seguito all’accorato appello al presidente della Repubblica di allora lanciato da Gino Paoli.

Califano si mise in contatto con noi: “Sono frastornato e distrutto, perché un uomo non è un diamante, non ha il dovere di essere infrangibile… Ho in testa brutte cose… venitemi a salvare, sono innocente, e non è giusto che muoia, che mi spenga così...”. Califano ci raccontò che ad accusarlo erano due “pentiti”: Pasquale D’Amico e Gianni Melluso, “cha-cha”. Ma D’Amico poi aveva ritrattato le sue accuse. Melluso, invece le aveva reiterate, raccontando di aver consegnato droga a Califano in un paio di occasioni: nel sottoscala del “Club 84”, vicino a via Veneto, a Roma; e successivamente nell’abitazione del cantante a corso Francia, sempre a Roma. Solo che nel “Club 84” il sottoscala non c’era; e Califano in vita sua non ha mai abitato a corso Francia. Infine, Califano, in compagnia di camorristi, avrebbe effettuato un viaggio da Castellammare fino al casello di Napoli, a bordo di una Citroen o di una Maserati di sua proprietà; automobili che Califano non ha mai posseduto. Per accertarlo non ci voleva la scienza di Sherlock Holmes, o il genio di Hercule Poirot; bastava il buon senso – meglio: il “senso buono” – di Jules Maigret. Scienza, buon senso e senso buono, con tutta evidenza assenti, e limitiamoci a questo.

Califano ci raccontò che le accuse nei suoi confronti erano solo quelle di cui s’è fatto cenno; e che non si siano svolte indagini e accertamenti per verificare come stavano le cose non sorprende col senno di poi, e a ricordare come l’inchiesta in generale venne condotta. E sulle modalità investigative, può risultare illuminante un episodio in cui sono stato coinvolto. Anni fa, chi scrive venne convocato a palazzo di Giustizia di Roma, per chiarire – così si chiedeva da Napoli – come e perché in un servizio per il “Tg2”, “in concorso con pubblici ufficiali da identificare”, avevo rivelato “atti d’indagine secretati consistenti in stralci della deposizione resa in una caserma dei carabinieri dal pentito Gianni Melluso sulla vicenda Tortora”. Ed ero effettivamente colpevole: avevo infatti raccontato che Melluso aveva ritrattato tutte le sue accuse; e che assieme a Giovanni Panico e Pasquale Barra aveva concordato tutto il castello di menzogne e calunnie; un segreto di Pulcinella, tutto era già stato pubblicato dal settimanale “Visto”; e il contenuto degli articoli anticipati e diffusi da “Ansa”, “Agenzia Italia” e “AdnKronos”. Dunque, sotto inchiesta per aver ripreso notizie (vere) pubblicate da un settimanale e da agenzie di stampa. Evidentemente dava fastidio la diffusione in tv… Queste le indagini; e dato il modo di condurle, non poteva che finire in una assoluzione piena: per Tortora, per Califano, e per tantissimi di coloro che in quel blitz vennero coinvolti. Ma a prezzo di sofferenze indicibili e irrisarcibili. Indagini che la maggior parte dei cronisti spediti a Napoli presero per buone, e furono pochi a vedere quello che poteva essere visto da tutti. È magra consolazione aver fatto parte di quei pochi; e non sorprende che questa vicenda la si preferisca occultare e ignorare”.