Operatore 118, un lavoro di “frontiera”

La pistola di Čechov, in termini narrativi, è un principio secondo il quale ogni elemento di una storia deve servire a qualcosa. E, di conseguenza, ciò che è irrilevante deve essere tolto. Nella stretta attualità, c’è chi è sempre presente. Perché questo è il suo lavoro. Perché vive nell’immediato, più precisamente nell’urgenza. E anche se, di contro, le condizioni lavorative – nel tempo – diventano logoranti, dopotutto esiste quella forza di volontà che fa stare sul pezzo. Poiché, nonostante sia tangibile una fuga dalla professione, alla fine c’è chi non ha intenzione di farsi da parte. Alessandro Saulini, una vita sul “campo” e attualmente in forza alla sala operativa, è segretario del Nursind Ares (Azienda regionale emergenza sanitaria ) 118. In un colloquio con l’Opinione, racconta i disagi vissuti dai colleghi, le battaglie intraprese per migliorare le condizioni dell’impiego, i pericoli talvolta che vengono a galla stando in “prima linea” e le soddisfazioni, che non celano una certa emozione. Come quella corsa da un’abitazione alla sala parto, per supportare una mamma e il bambino che porta in grembo. Entrambi attaccati a un filo: quello della vita.

“L’inizio dell’anno non è stato semplice – dice Saulini – se pensiamo al blocco delle barelle e delle ambulanze. Un problema più volte segnalato”. La sequenza del disagio che si ripete, in soldoni, è la stessa: il sovraffollamento in ospedale, le lettighe ferme, le ambulanze rese non operative. Il tutto, a sua volta, come effetto domino, comporta altri problemi: “Come denunciato da parte nostra, diventa veramente difficile soddisfare le richieste di soccorso. Se c’è una barella che sostituisce il posto letto, il mezzo non può partire. Quindi un altro intervento resta in coda”. Ma non finisce qui: “Alla centrale giungono le chiamate con le richieste di sollecito: ci sono i ritardi che non sono imputabili ai professionisti del 118, bensì a una assenza di mezzi. Come Nursind – sottolinea Saulini – abbiamo chiesto alla direzione strategica e alla Regione Lazio un potenziamento del parco macchine, per far fronte alle criticità. Una risposta c’è stata, ossia un rafforzamento sul territorio”.

LA CARENZA DI PERSONALE

Ciononostante, a detta di Alessandro Saulini c’è molto da fare: “L’Ares 118 vive una carenza di personale. Può accadere, così, che il settore dell’emergenza debba avvalersi dell’aiuto del servizio privato. Sono in essere selezioni per infermieri, è stato ultimato lo scorrimento graduale per il concorso degli autisti. Ma ne servirebbe un altro, perché la richiesta di personale è elevata”. Inoltre, questo stato delle cose fa venire a galla la povertà numerica di alcune figure professionali specifiche, come quella del barelliere: “L’equipaggio è ridotto da tre a due operatori. Ciò inficia l’efficacia e l’efficienza del lavoro. Prendiamo il caso dell’intervento in un appartamento – afferma Saulini – con soli due operatori la situazione può portare a difficoltà e rischi. Sul ripristino del barelliere abbiamo un’idea chiara, perché è un elemento del team di soccorso che non può mancare. In che modo? Penso al reclutamento presso il centro dell’impiego. Oppure si potrebbe avviare un avviso pubblico o una manifestazione di interesse per individuare operatori barellieri che abbiano già competenze e formazione. Si potrebbe attingere dalle individualità il cui posto di lavoro è a rischio nel settore privato. E ciò andrebbe a vantaggio del sistema pubblico”.

IL BURNOUT E LA FUGA DAL 118

Essere un operatore del 118, oggi, non è semplice. Lo stress e il malessere per alcune condizioni lavorative vanno a braccetto. Che fare? “Abbiamo la necessità – evidenzia Alessandro Saulini – di un cambio di passo nelle politiche di gestione del soccorso. Io, ad esempio, lavoro nel 118 da quasi 25 anni. Stare a contatto con l’emergenza e intervenire per primi, in passato, rappresentavano degli elementi decisamente attrattivi per i professionisti sanitari. Volgarmente – ricorda – c’era la fila per arrivare al 118. Era un sogno ma adesso è un incubo. Ci sono colleghi che per anni hanno vissuto di precariato e che, dopo tanto, vincono un concorso pubblico. Il tutto si accompagna a una serie di sacrifici sia professionali che umani, come la lontananza dalla propria famiglia. Ora queste persone cercano di scappare”. Ma cosa è accaduto? Saulini va dritto al punto: “Sono cambiate le situazioni in cui si sviluppa lo svolgimento della professione. Il sovraffollamento in ospedale, il blocco delle barelle, l’aumento preoccupante delle aggressioni al personale sanitario”. Il personale, inevitabilmente, è sottoposto a stress: “Purtroppo è l’anello debole della catena. Su cui vengono scaricate le negatività. Nonostante ogni giorno, 24 ore su 24, ci sia un operatore che risponde sempre. E che risponderà sempre. È innegabile – ribadisce Alessandro Saulini – che sono cambiati i ritmi, ma si è alzato pure il livello dei rischi. Fattori esterni che pesano come un macigno”. Da qui i casi di burnout: “Gli operatori, pur garantendo con professionalità la propria attività, chiedono aiuto. Prima, forse, c’era una sorta di vergogna nell’esternare un disagio psicologico. L’azienda, va detto, si è strutturata al meglio nell’assistenza psicologica. Come sindacato – commenta – durante il periodo del Covid abbiamo fornito uno sportello d’ascolto, offrendo una possibilità di sostegno agli operatori”.

UN LAVORO DI FRONTIERA

Uno stress, quindi, da non prende sottogamba. Nel quadro di un lavoro che arriva dove altri non metterebbero nemmeno piede: “Ci troviamo spesso a intervenire in contesti drammatici, come può essere un incidente stradale. Ma anche in situazioni che hanno un alto impatto emotivo. Come aiutare chi vive in strada. L’operatore del 118 si fa carico dell’aspetto sia di soccorso che psicologico. La notte, per dire, nasconde delle realtà invisibili agli occhi. Il nostro, sì, è un lavoro di frontiera. Dove è necessaria la preparazione professionale – segnala Saulini – e un aggiornamento continuo. È un lavoro che ogni giorno ti dà qualcosa e che ti arricchisce, dal punto di vista umano e professionale. Sono emozioni particolari, difficilmente traducibili”.

ANDARE AVANTI, COMUNQUE

Prendendo la bilancia, e pesando gli elementi, esistono comunque delle ragioni per continuare ad andare avanti. Almeno per quello che riguarda Alessandro Saulini: “Banalmente potrei parlare dell’amore per questa professione. Ma c’è dell’altro. Nel tempo ho avuto la possibilità di aiutare i colleghi del 118, raccogliendo le loro lamentele, segnalando le cose da migliorare, contrattuali e non. Rappresentare – confida – è il verbo appropriato. Che si accompagna alla difesa dei loro diritti, alla valorizzazione del loro lavoro. Essere portavoce è stato il fulcro di questo traino. A seguire ci sono l’esperienza, i ricordi, le emozioni. Periodicamente – termina – tornano alla luce le scene successive al terremoto de L’Aquila: eravamo lì con la colonna mobile. Oppure, transitando lungo una via, riaffiora alla memoria l’intervento per un sinistro stradale. Ma ci sono anche le cose positive. Mi è capitato di essere stato riconosciuto in strada, da una persona che avevo soccorso. Con un altro collega abbiamo ricevuto il ringraziamento dalla figlia di un uomo di 100 anni a cui avevamo fornito il nostro supporto. È successo, una volta, che un uomo non volesse essere soccorso: riteneva che non fosse necessario, aveva un atteggiamento scorbutico. A seguire, si è convinto. E lo abbiamo accompagnato al primo presidio ospedaliero più vicino. C’era un infarto in atto”. Anche se, la fotografia più bella, per Saulini è la stessa: “Ritorniamo in un appartamento dove eravamo stati due mesi prima. Davanti avevamo il caso di una nascita precoce, in piena emergenza. Le vite della mamma e del bambino erano in pericolo. Siamo corsi in sala parto, ci siamo ritrovati a collaborare con medici e colleghi di un’altra zona”. Fino alla gioia più grande: “Aspettare il pianto del piccolo”. Poi solo lacrime. Che ancora oggi non mancano dall’altra parte del telefono.

Aggiornato il 18 aprile 2024 alle ore 09:00