Vivere da samaritani nel tempo dell’indifferenza

In occasione della 34ª Giornata del malato, che quest’anno si celebrerà a Chiclayo, in Perù – dove Robert Francis Prevost è stato prima missionario e poi vescovo – Papa Leone XIV ha inviato un messaggio dove invita a vivere l’amore in modo non passivo, quella passività che “stride” con lo struggimento che dovremmo provare difronte al dolore di una persona malata. Impegnati a vivere una vita frettolosa, dove anche amarsi sembra diventare un lusso, la vicinanza alla persona sofferente diventa “decisione da compiersi rompendo le norme rituali”, cercando nuovi paradigmi di vita nella compassione e non negli “stereotipi del successo”. Papa Leone guarda con profondità all’interno della sua stessa esperienza missionaria e mette a disposizione la propria testimonianza affinché si impari a vivere diversamente il rapporto con chi soffre. La parabola del Vangelo di Luca rappresenta il nucleo da cui Prevost attinge per formulare il suo discorso in vista della Giornata del malato del prossimo 11 febbraio: per Leone, che richiama i concetti espressi da Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, “viviamo immersi nella cultura della rapidità, della fretta, dell’indifferenza, che ci impedisce di guardare le sofferenze che ci circondano”. Si deve cercare, attraverso la compassione, il vero senso della carità.

Leone ricorda la figura del buon samaritano, ben delineata da Luca: sulla strada di Gerico un uomo ferito viene ignorato, addirittura da un sacerdote. Arriva però colui che non “passa oltre”, e fermandosi offre “vicinanza umana e solidale”. Qualcosa di molto utile per capire la carità del samaritano ci viene fornita proprio da Sant’Agostino, il quale scrive che “nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina involontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia”. Da parte di Prevost arriva, dunque, un altro monito: non basta essere filantropi per dimostrare compassione. Si deve partecipare in un modo personale, completo, alla sofferenza del prossimo. La compassione del samaritano è “un’emozione profonda che spinge all’azione”, cioè non si limita ad una vicinanza sentimentale ma è fatta da gesti concreti, come il medicare le ferite dell’uomo e l’offrirgli le cure. Ricorda l’esperienza in Perù, dove “i familiari, i vicini, gli operatori, curano, accompagnano e offrono ciò che hanno, e danno alla compassione una dimensione sociale”. Citando San Cipriano, che descrive la terribile peste intorno al 250 dopo Cristo, Leone trova nella compassione la misura della salute di una società. “Questa epidemia”, scrive il pontefice riguardo all’indifferenza, “mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano”. A conclusione del suo discorso, il pontefice esorta a vivere in un modo che non manchi della componente samaritana, impegnata e solidale, che pone le radici dell’unione tra l’uomo e Dio.

Aggiornato il 21 gennaio 2026 alle ore 10:43