Spiegare il fenomeno dell’aggressività e della violenza giovanile non è certamente facile, ma diventa addirittura impossibile se si considerano unicamente le circostanze sociologiche attuali. Certamente alcune fasce di immigrati scarsamente disposti ad integrarsi e la seduzione perversa di parte della virtualità godibile in Internet hanno qualche rilevanza, ma l’origine più profonda è di ordine storico-sociale e viene da lontano. L’esuberanza giovanile con il suo corredo di ideali o semi-ideali tesi a cambiare il mondo è antica quanto, appunto, il mondo stesso. Si tratta di un’esuberanza che ha ragioni fisiologiche e psicologiche ma, in qualsiasi società presente o passata, le nuove generazioni sono sempre state indotte a controllare l’esuberanza e, comunque, a incanalarla verso obiettivi costruttivi e non distruttivi.
Ma ecco arrivare il Sessantotto, fenomeno le cui cause devono ancora essere spiegate persuasivamente e che tuttavia si trasforma a sua volta in causa di novità inaspettate in tema di “filosofia” giovanile. Il punto centrale è la contestazione della società così come i giovani sessantottini l’avevano trovata. Non è qui importante discutere se avessero ragione o torto e su quali temi. È invece importante ricordare le forme che la contestazione ha di fatto assunto sottolineando, peraltro, che essa non ha affatto coinvolto tutti gli studenti ma, fortunatamente, solo una parte la quale, per la solita regola fondata sul chiasso e il clamore, ha però monopolizzato l’attenzione generale.
Elemento centrale è stata la cosiddetta trasgressione, elevata a valore supremo al posto della più ragionevole e sempre utile “critica”, che ha portato al rifiuto dell’autorità, all’ostilità nei riguardi degli stessi valori morali consolidati, dell’ordine sociale e, eventualmente, della sua riforma graduale e razionale. Lasciamo anche perdere, da un lato, l’evoluzione “rivoluzionaria” che ha costituito l’acme aggressivo e trasgressivo del Sessantotto e, dall’altro, la condotta permissivista che ha accompagnato la contestazione, tollerata da varie agenzie sociali, politica in testa, che hanno cercato in ogni modo di trarre qualche vantaggio dal sussiegoso, e quasi sempre ipocrita, sostegno ai contestatori indicati come preziosi portatori di rinnovamento culturale. Veniamo piuttosto all’evidenza empirica ricordando alcuni sintomatici dati di fatto.
Nell’università che ho frequentato, al primo anno, attorno al 1966, ogni volta che in aula entrava il docente tutti ci alzavamo in piedi. Negli anni successivi era già tanto se, entrando in aula, il professore, ormai derubricato a “prof”, otteneva silenzio per iniziare la lezione. Oggi l’alzarsi in piedi sarebbe osservabile solo se entrasse in aula il presidente della Repubblica, ma ho qualche dubbio in merito. Gli esami hanno costituito un obbiettivo da distruggere generalizzato, sotto la guida del principio di “non discriminazione” e contro l’idea stessa del merito individuale. In pratica, si chiedeva – e troppo spesso si otteneva – di sostenere “esami di gruppo” con voti prestabiliti e magari contrattati. Poi si è assistito a riforme parziali che, fra le altre cose, hanno introdotto la possibilità di scegliere liberamente corsi, in genere due, alternativi rispetto al piano di studio istituzionale integrandoli però in esso agli effetti del curriculum per la laurea. La preferenza, va da sé, andava a corsi percepiti come facili ma veniva spacciata per valida varietà formativa.
Le assemblee studentesche, male o per nulla regolate dall’università, erano totalmente monopolizzate dai contestatori e intolleranti verso chi non si adeguava, pilotate dagli immancabili “leader” talvolta osannati anche da parte di persone e ambienti estranei alla scuola e all’università, e palesemente per nulla orientate a una attenta e libera discussione. All’esterno della scuola, ma rimanendo nel suo ambito, ricordo di aver fatto parte, qualche anno dopo, come assistente universitario, di una commissione giudicatrice che doveva valutare il profitto ottenuto da numerosi docenti precari in quelli che il Ministero aveva miseramente chiamato “corsi abilitanti”, ossia un pugno di ore di lezione e un colloquio finale al posto del precedente esame di Stato ritenuto troppo selettivo e difficile da superare. E potremmo continuare a lungo su una strada che, ovviamente, non solo non ha portato ad alcun cambiamento positivo ma ha prodotto un generale declino di competenze didattiche e pedagogiche fra i docenti e a un diffuso impoverimento culturale degli studenti, inclusi, passivamente, coloro che non contestavano.
Il fatto è che, parallelamente all’eclissi dell’autorità nelle scuole e nelle università, la contestazione ha disarticolato anche altre forme standard, nel modo di presentarsi e interagire in pubblico, sostituite da altre, altrettanto divenute standard ma abbassando notevolmente la soglia del buon gusto e, anche qui, delle regole storicamente consolidate: capelli lunghi, vestiario ostentatamente “povero”, e un lessico volgare e senza alcun rispetto per l’italiano. È solo il caso di sottolineare come oggi, a distanza di una poi due e ormai quasi tre generazioni, le cose, nonostante quello che Francesco Alberoni aveva definito il “riflusso”, non siano affatto cambiate e come, anzi, la trasgressione continui ad essere un “valore”. Con l’aggiunta, sul piano estetico, di inutili, e di per sé innocui e ormai non certo provocatori, tatuaggi, anelli sul naso, labbra e orecchie e di jeans orgogliosamente lacerati (a cura delle stesse e interessate aziende produttrici).
In una estate degli anni Novanta un mio assistente, durante una mia momentanea assenza, mi disse di essersi rifiutato di esaminare uno studente perché si era presentato in bermuda, zoccoli e canottiera. Aggiungendo che lo studente sembrava sorpreso, e irritato, da questa decisione che presumibilmente non capiva davvero perché richiamava norme appartenenti ad un passato di austerità ormai superato, ma a vantaggio non si sa di quale luminoso presente e di quale brillante futuro. Non parliamo nemmeno, dunque, della divisa a scuola, simbolo di autoritarismo che richiama le odiate forze dell’ordine e tollerato solo per le bande musicali o le squadre di calcio.
Una delle cause fondamentali dell’aggressività attuale, che, in quanto categoria psicologica, caratterizza non negativamente l’atteggiamento giovanile se si coniuga con l’assimilazione di valori robusti e limiti chiari, è dunque costituita, al di là di ogni dubbio, dal vuoto educativo che le generazioni adulte coinvolte nel Sessantotto, politici o educatori che fossero, hanno esibito e trasmesso per sciatteria e non raramente per viltà lasciando troppo spazio ai ciarlatani e ai cattivi maestri. Un vuoto che ha risucchiato anche fattori strategici dell’educazione come la guida e il controllo da parte della scuola e della famiglia. La trasgressione aveva raggiunto una prima volta parossisticamente il culmine prendendo il nome di terrorismo, una fase nella quale il valore della vita altrui veniva intenzionalmente calpestato. Ma si ripropone in varie forme, per ora non seriamente organizzate, anche oggi, essendosi accumulata nel tempo passando da generazione a generazione, erodendo progressivamente anche i più elementari principi di civiltà, per finire, nei casi peggiori, col non riconoscere più nemmeno il rispetto per la vita altrui anche senza stimoli ideologici.
Nella scuola la contestazione, quando non la violenza, viene persino inusitatamente praticata da parte di genitori nei confronti dei docenti e addirittura dei medici e, nelle comunicazioni via Internet ma anche nelle scritte che insudiciano i muri, la violenza e l’intolleranza sono un dato quotidiano. È evidente che “è mancato qualcosa” e manca tuttora e che qualcuno, agendo male o non agendo affatto, ha contribuito da più generazioni a lasciare una certa quantità di giovani (ed ex giovani), per fortuna minoritaria oggi come ieri anche se cospicua, in balia di se stessi, della propria esuberanza senza controllo e della mancanza di una educazione rigorosa che li aiuti, fra l’altro, a filtrare influenze e stimolazioni negative di varia origine, esogene rispetto alla scuola e alla famiglia. In questo senso il Sessantotto non è stato solo una grande perdita di tempo e di vaniloqui ispirati a banali e illusori valori di cambiamento, ma ha contribuito significativamente a un dannoso rilassamento morale e a una deliberata erosione, dei principi e dei valori, di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze.
Aggiornato il 21 gennaio 2026 alle ore 11:49
