Il caso del piccolo Domenico, il bambino cui era stato trapiantato il cuore, e che purtroppo è morto per quel trapianto, non è solo un caso di responsabilità giuridica. Aggiunge, per quanto poco se ne sia detto, una resistenza bioetica alla ideologia dell’eutanasia, per come il politicamente corretto ce l’ha imposta negli ultimi anni. Nei giorni finali di questa vicenda vi è stato chi ha proposto di staccare la spina, dal momento che non c’erano più speranze di salvare il bambino. I medici, seguendo una corretta interpretazione della legge vigente, si sono rifiutati, hanno sedato il piccolo accompagnandolo così alla fine. In altri Paesi, la decisione sarebbe stata diversa, avrebbe pesato il calcolo costi benefici, e tra i costi, avrebbero fatto la loro parte anche quelli economici, che il sistema sanitario sopporta per tenere in vita una esistenza ormai destinata alla fine. Potrebbe sembrare una questione di poco conto, e si potrebbe dire che l’esito non cambierebbe staccando la spina in anticipo, di qualche giorno, anziché lasciare che la situazione si evolva naturalmente. Per le etiche consequenzialiste non vi sarebbe stata differenza a staccare la spina. Se entrambe le azioni portano al medesimo risultato sono moralmente equiparabili. Il che è vero, ma non lo è da altri punti di vista. Anche quando i gesti non cambiano il destino, hanno tuttavia un valore simbolico non trascurabile: il fatto di non aver anticipato la morte è stato un gesto di rispetto verso la vita e verso questa piccola esistenza. Un’azione che non ha valore esclusivamente simbolico. Essa resiste alle manie, ed ancora peggio, ai calcoli pratici della eutanasia come dogma.
Che la scelta di morire, come quella di lasciar morire, sia ormai riconosciuta come diritto dell’autodeterminazione del singolo, è un dato acquisito. Sennonché il nucleo di questo diritto, per l’appunto la libertà di scelta, è stato trasformato dagli intellettuali del politicamente corretto in una sorta di obbligo, in un dogma dal canone inverso: non si ha diritto di lasciar soffrire e di conseguenza si ha il “dovere” di staccare la spina. Non è ovviamente il caso di mettere in discussione la libertà di rifiutare le cure, né quel tanto di acquisito che c’è ormai sul diritto all’eutanasia. Ma è da ricordare come questa dottrina della eutanasia a ogni costo, o quasi, non sia il frutto di una scelta antropologica radicale, come alcuni millantano, di una nuova concezione dell’umano, ma segue una moda del politicamente corretto, che impone nuovi dogmi (non esiste una differenza biologica tra sessi, e via dicendo), crea nuovi moralismi, taccia di fascismo chi osa contestarli, ed esercita una pressione morale continua sulle nostre vite. Dunque, avere detto di no a queste manie, avere accompagnato il bambino fino al suo esito naturale, senza anticiparne la morte per calcoli etici discutibili, ha costituito una resistenza a questa moda, e c’è da augurarsi che i propagandisti del politicamente corretto ne prendano atto.
Aggiornato il 27 febbraio 2026 alle ore 11:03
