La storia di Noelia Castillo Ramos, la 25enne di Barcellona, morta lo scorso 26 marzo grazie all’accesso da lei richiesto e ottenuto all’eutanasia dopo anni di battaglie legali, ha fatto il giro del mondo. E ha ovviamente aperto un dibattito importate sulla questione dell’eutanasia.
In Italia, a parte il mondo cattolico, sono prevalse le voci favorevoli alla scelta di Noelia. Probabilmente anche per sottolineare quel vuoto normativo che ancora caratterizza il nostro Paese.
Eppure, questa storia, apre tantissime domande. Leggendo le varie testate e cercando di ricostruire la vera storia di questa giovane ragazza non si capisce, per esempio, perché lei sia stata data in affidamento a soli 13 anni a seguito della separazione dei genitori e la sorella no. Si parla di problemi di alcolismo e perdita della casa familiare da parte dei genitori. Si parla della fragilità mentale di Noelia. Ma non si capisce il motivo del diverso trattamento delle minori a parte dei servizi sociali.
Fatto sta che questa ragazza a 13 anni, quando già presentava problematiche mentali, è stata strappata alle sue uniche figure di riferimento, per quanto fallaci, ed è rimasta sola. Da lì la sua storia non ha fatto altro che trascinarla sempre di più in un baratro. Con frequentazioni sbagliate (ha subito diversi stupri, il primo del quale a carico del suo fidanzatino), con evidenti picchi depressivi che l’avevano già spinta a tentare il suicidio. Tentativo che l’aveva infine relegata su una sedia a rotelle a causa di una irreversibile lesione al midollo spinale. Da lì è partito il suo calvario giudiziario, con la richiesta di morte assistita che la sua famiglia ha cercato, invano, di fermare per vie legali, assistita dall’associazione “Avvocati cristiani”.
Leggendo l’intervista apparsa su “La nuova bussola quotidiana” a Polonia Castellanos, presidente dell’associazione che ha assistito la famiglia di Noelia nella battaglia legale, emergono dettagli inquietanti: l’infermità mentale di Noelia era pari al 74 per cento.
Ma una persona con diagnosi di disturbo borderline di personalità e disturbo ossessivo-compulsivo può essere considerata sufficientemente lucida per prendere consapevolmente la decisione di morire? Prima di consentire questa possibilità, perché non è stato fatto un percorso psicoterapeutico serio? Il principio dell’autodeterminazione implica la capacità di intendere e di volere. La capacità di volere significa essere in grado di gestire i propri impulsi e ad autodeterminarsi, scegliendo tra diverse opzioni. Ma una persona con diagnosi di personalità borderline non ha la capacità di gestire i propri impulsi e le proprie emozioni.
Tant’è che anche nei casi di crimini più efferati se al colpevole viene riconosciuto un vizio totale di mente, ovvero l’incapacità di intendere e di volere, non è punibile con il carcere.
Quindi perché le varie commissioni mediche hanno avallato la scelta di Noelia? È vero che la diagnosi di un disturbo di personalità non implica automaticamente l’attestazione dell’incapacità di intendere e volere, ma perché le commissioni mediche si sono opposte al trattamento sanitario auspicato dalla famiglia di Noelia affinché potesse sentirsi meglio mentalmente?
L’incapacità può essere riconosciuta solo se il disturbo compromette concretamente la comprensione della realtà e/o altera in modo significativo il controllo del comportamento: ma il tentato suicidio non si colloca in questa definizione?
Proseguendo nella lettura dell’intervista, emerge inoltre che negli ultimi giorni Noelia avrebbe manifestato qualche ripensamento ma dall’ospedale le avrebbe detto che non poteva più tirarsi indietro perché i suoi organi erano già stati impegnati per futuri trapianti. Non solo, secondo Polonia Castelanos “persone che sono direttamente interessate a decidere sull’eutanasia, allo stesso tempo sono nella commissione del trapianto di organi. Riteniamo che sia un conflitto di interessi e che se fai parte di una commissione che decide sull’eutanasia non puoi occuparti di trapianti”.
A pensar male si fa peccato, ma…
La storia di Noelia deve essere un monito ed un insegnamento. Perché in Italia serve una legge che garantisca dignità. A chi con consapevolezza sceglie di voler porre fine alla propria vita. Ma serve anche tutela, affinché un diritto non si trasformi in mostruoso business che specula sulle sofferenze di persone che la capacità di autodeterminazione non ce l’hanno. Che sia diagnosticata o meno.
Aggiornato il 31 marzo 2026 alle ore 09:20
