Un tecnico di Milwaukee ha ucciso sua moglie e i suoi sette figli a colpi d’accetta perché non poteva sopportare più la radio sempre accesa. È stato assolto per avere agito sotto l’effetto dell’esasperazione. Non si riporta questo caso a titolo di esempio. Il tecnico, a quanto sembra, avrebbe potuto ammazzare solo due o tre dei suoi figli. Lo dico per dimostrare sino a che punto succedano molte cose, e tra le più gravi, per effetto dell’esasperazione: non della collera, dell’esasperazione. Ci sono persone che stimiamo, che meritano e ricevono la nostra gratitudine, a cui vogliamo molto bene, ma che ci esasperano, e contro questo, non c’è niente da fare, e questa esasperazione può avere gli stessi effetti dell’odio: l’esasperazione che un essere causa a un altro, nella convivenza, è l’origine della metà delle disgrazie dell’umanità. Comincio a scrivere queste pagine per il fastidio che mi ha dato la rilettura del mio primo romanzo, Il sogno. Il fastidio di avere sciupato in questo lavoro, con la stupidità e l’eccessiva esuberanza dell’età – il romanzo è stato scritto tra i miei ventitré e i ventisei anni – un soggetto tratto dalla realtà e che sarebbe potuto essere trasfuso tale e quale nel romanzo: i miei rapporti con una ragazza che ho chiamato Dominique S…
Quando la conobbi, mescolavo quello che vivevo ad alcune pagine di guerra scritte due anni o un anno prima. Le pagine sulla guerra sono buone. L’idillio è zoppicante e pretenzioso, il miscuglio non è riuscito. Scrivendo questo racconto, non voglio fare altro che ritrovare la realtà della storia, e sostituirla a una creazione mancata. Congedato nel settembre del 1919. Catapultato dal collegio scolastico alla guerra; infantile e maldestro in tempo di pace. Forse un po’ disilluso, come i crociati dopo aver preso Costantinopoli, cercavo nei libri quello che non trovavo intorno a me, il canto delle gesta che avevo vissuto, anzi, che avevo messo in guerra e nel collegio. Ho scritto in altre parti quello che accadde in questo stato d’animo, quattro compagni di guerra ed io. La cosa più impressionante mi sembra la facilità con cui dei ragazzi, di cui due venivano dalla guerra combattuta, si comportassero nella totale astrazione. “L’ordine”, l’avevamo battezzato così, era evaporato nove mesi dopo, nell’estate del 1920, e mi ero ritrovato solo con la pace. La morte improvvisa (dell’amico); la ferita improvvisa (la nostra); la separazione improvvisa, per sempre; la bonaccia era diventata improvvisamente l’inferno; si passava dai salti improvvisi dell’eroismo all’abbrutimento più totale; l’ordine, il contrordine, sempre l’imprevisto, sempre l’incomprensibile: la guerra alla fine ci aveva abituati a una cambiamento continuo, per noi senza senso, che a poco a poco aveva smorzato le nostre sensazioni e le emozioni. La battaglia era terminata nello stupore, l’angoscia era finita in prostrazione, che non era neanche una prostrazione truce. Il nostro sangue era per noi un vecchio amico. Un compagno di guerra mi ha detto: “Mi sono visto bagnato del mio sangue, ma ero così abituato che mi sono addormentato tranquillamente”. C’era stato un tempo, nei mesi appena successivi alla guerra, in cui uscivo di notte sfatto, le ore mi sembravano forse secondi, rivivevo i momenti peggiori di questo stravolgimento totale. C’era un silenzio di tomba, come quello che incombeva sulle retrovie più prossime al fronte alla vigilia di un’offensiva. La morte mi perseguitava da un piano all’altro in case sconosciute e orribili, dove non si sapeva mai chi vi avremmo trovato, un tedesco o un francese, ma che comunque sia uno che l’altro avrebbero voluto ammazzarti. Mi ero sdraiato con il lato sinistro contro il muro, una delle mie gambe incrociata sull’altra, come i leoni morenti.
Mi ero svegliato con un crampo alla mano, uno al polpaccio, le gambe gelate sino alle ginocchia come Socrate quando ha ingoiato la cicuta, senza sapere se questi dolori o queste crisi sarebbero durati per sempre, ma in tutto questo un viso pulito, cristallino, che smentiva la tragedia, come se non mi dovesse essere risparmiata nessuna occasione della duplicità. E duplice lo ero stato in guerra perché avevo partecipato alle sofferenze dei miei compagni, squarciato dai rimorsi per avere fatto una guerra troppo personale; perché non avevo fatto la guerra imposta, obbligatoria, dovuta, ma la mia guerra, fatta volontariamente, era stata per ciò stesso un po’ falsa, e sentivo di dovere farmi perdonare di averla fatta in quel modo. In definitiva, avevo sofferto molto meno degli altri, ed era quello che non avevo sofferto in guerra che riaffiorava nei miei sogni nel Dopoguerra, come se la mia quantità di sofferenza dovesse essere colmata. Ci sono degli infelici per i quali il sonno rappresenta la vita: vi si dimenticano. Per me, dormire era il mio malessere, il mio mal di vivere. Non andavo a dormire che di malavoglia e con angoscia. La pace avrebbe richiesto almeno una perfetta soddisfazione dei sensi. Il mondo si riscatta l’attimo in cui una creatura umana, che si desideri, acconsente.
Questo è davvero ciò che riscatta tutto. Lo avrei capito meglio più in là, ma già lo sapevo. Dopo qualche altro contatto, avevo conosciuto a Parigi, durante una licenza, una signorina, all’inizio del 1918. Per strada, come si conviene: il marciapiede è padre di tutte le cose. Alla mia domanda: “Lavorate?”, aveva risposto: “Sono una mantenuta”. Queste parole avevano denotato una bell’anima, per la loro semplicità. Mi avevano stupito in una persona che sembrava avere diciotto anni, e che li aveva. Cominciai ad incontrarla in un albergo nelle vicinanze di Palais-Royal. La casa di Neuilly dove abitavo era occupata dai miei (mia nonna e due zii), ed è in quell’albergo che la frequentai per quasi nove anni. Nove anni in cui non mi ha chiesto neanche una volta il mio nome, né il mio indirizzo, né la mia professione, neanche la mia situazione familiare, che non le dicevo mai. Non mi interrogava, indubbiamente per un po’ di discrezione, mista ad un po’ di indifferenza. In compenso seppi tutto di lei, salvo del tipo che la manteneva, se non se ne fosse vantata. Due volte la settimana, entrava, si sedeva su una poltrona, e per mezz’ora mi parlava di quello che aveva fatto dal nostro ultimo incontro, e della sua famiglia: suo padre morto di un infarto, sua madre che era divenuta in seguito di quella specie benedetta: cuoca, tata per bambini, cameriera a tutto servizio.
Era del Nord e bretone. Non mi annoiavo mai, e avrei continuato a discorrere con lei per molto tempo, nonostante il suo modo di parlare popolare del tipo incivilito – mai una intonazione volgare, meno che mai una sola parola in dialetto – perché quello che per me era diventato naturale era un linguaggio soldato-collegiale, che soddisfaceva quel fondo di grossolanità che c’era in me. Si chiamava Douce, e tutto intorno a lei diventava Douce per la sua Doucezza; il suo riposo era il mio risposo. La pelle chiara, i tratti minuti: tenevo tra le mani, come una coppa, quel viso senza problemi. Non avevano quasi nessun odore né i suoi capelli, né la sua bocca, né le sue ascelle, o qualsiasi altra cosa di lei. Stava sempre un po’ in disparte: non accettava che del tè poco forte, senza zucchero, bevendone appena mezza tazza; pensando senza pensare, come pensano l’erba e le stelle. In definitiva, forse era anche un po’ troppo fine per me. Mai una parola, o un gesto neanche, fuori posto. Senza la minima sciocchezza, equilibrata su ogni cosa, anche quelle che sembravano le più distanti da lei, onesta, puntuale e affidabile. Ho l’impressione che in nove anni non mi abbia mentito una sola volta, salvo forse quando mi annunciò un tale. Era molto lontana da quello che ero io, e la capivo come se fossi stato io stesso.
La nostra intesa era completa su tutto. “Mio grande e povero Victor, avvilirsi così, perdersi, prendere la strada, inevitabilmente, del suicidio, se…”. Se cosa? Se “non ha il coraggio” (Hugo) d’interrompere le sue prodezze con le cameriere. Dalla penna di una delle sue amiche, sua moglie credo. Si scherza sul popolo, ma gli “amori ancillari”, pouah! Chiunque chiamasse oggi il popolo “la canaglia”, come sotto l’Ancien Régime, si farebbe linciare, ma si dice molto bene “incanaglirsi” quando si va a letto con una cameriera. E il suicidio come fine, niente meno. Il mio profondo segreto su Douce mi evitò che alcuno facesse drammi lì dove non ve n’erano. Ho scritto di lei: “Sempre un po’ in disparte”. Sì, in principio, almeno all’inizio. Una quindicina di giorni dopo il nostro incontro, mi disse una parola straordinaria. Straordinaria per una pseudo-mantenuta, o anche solo per una persona che si lasci rimorchiare allegramente. Appena mi ero sollevato da lei; aveva fatto un profondo sospiro. Mi ero messo a ridere: “Si direbbe che sei contenta che sia finito”. Risposta: “No, ma avevo una tale ansia. Mi chiedevo se avessi sentito qualcosa. “Ogni uomo, al mio posto, avrebbe giudicato questa frase molto offensiva. Per quanto mi riguarda, penso che avrei tenuto Douce unicamente per questa frase, per il suo candore, la sua leggerezza, la gentilezza. I suoi progressi furono rapidi nel settore. Un altro giorno, allorché mi toglievo da lei, arrivò a dirmi persino: “Grazie”. Era il contrario della sua frase “offensiva”, ed era altrettanto tenerissima. Il suo corpo mi faceva venire in mente il marchio delle monete degli antichi greci, che si penserebbe fatto apposta per i corpi giovani.
I greci usavano solamente il martello che, battendo meno grossolanamente del bilanciere e della pressa, non schiacciava i fianchi come loro; si evitava così la durezza e la secchezza del modello e dei contorni, presenti nelle nostre monete e nelle medaglie di oggigiorno. Il corpo di Douce aveva questa unità molle dei giovani corpi delle medaglie greche. Le estremità si confondevano senza accorgersene le une nelle altre. C’erano le parti ma sembrava non vi fossero; il loro collegamento era impercettibile, alla vista più ancora che al tatto. La superficie del mare, a distanza, appare unita come uno specchio, nonostante possa essere percorsa allo stesso tempo da un profondo fremito. Douce era quel mare percorso e tranquillo. Per un periodo di tempo, è stato esposto in un negozio di antichità parigino, a un metro dai passanti sul marciapiede, il ritratto quasi a grandezza naturale di una ragazzetta di una quindicina d’anni, nuda. Quadro della fine del XIX secolo. Questa ragazzetta è deliziosa, nella freschezza, la delicatezza, nell’innocenza stessa della sua nudità. Spesso quando mi trovavo a mangiare da quelle parti, portavo i miei invitati fino alla vetrina dalla cena, per vedere io stesso con loro che il quadro fosse ancora lì.
C’è rimasto due anni. Due anni senza che quella personcina interessasse chicchessia al mondo. Un giorno il commerciante, stufo, ha ricoperto il quadro con un paravento giapponese di uguale grandezza. Se facevo scivolare un occhio dietro al paravento, riuscivo a vedere il bordo del quadro: la piccola era ancora lì, prigioniera, soffocata dal paravento vicinissimo. È durata ancora un anno. Poi, dietro al paravento, non ho visto più niente. Forse il commerciante, stanco del quadro invendibile, l’aveva fatto a pezzi e gettato nella pattumiera. E questo mi ha riportato alla mente un soggetto a cui penso spesso: i rapporti dei francesi con le donne. Un tempo, il francese non amava altro che le donne vistose e ignorava l’altro tipo, per bello che fosse. Da molti anni, un certo numero di coppie sono il ritratto della natura e dimostrano che la donna “al naturale” è anch’essa amata. Ma indubbiamente non è amata dai signori che frequentano i negozi di antiquariato. Ho ricordato quel quadro perché la mia amica era un po’ della specie della ragazzetta nuda. Affascinante ma senza provocazione; sicuramente desiderabile, ma forse non troppo desiderata dagli uomini; certo di temperamento, ma di un clima temperato. Non riuscivo a immaginarla in altre maniere se non mentre faceva l’amore, che d’altra parte faceva abbastanza bene, ma che avrebbe potuto anche fare meglio. Si distendeva sul letto. Io mi trattenevo ancora a parlare cinque minuti sul bordo del letto. Poi lei piegava la gamba sinistra ad angolo retto, scoprendo le sue intenzioni, come un cane che flette una zampa a significare la voglia di uno zuccherino. Le delizie erano di stile, come tutta la fioritura. Lontana dall’inondarmi di baci dozzinali, di cui non avrei saputo che farmene, alzava soltanto la faccia verso di me per chiedere la mia bocca. Più tardi confermava il suo piacere con un gemito vero; si poteva crederci sulla parola, nonostante non ne pronunciasse una; e l’odore che saliva dagli strati più profondi in quel gemito, odore d’Averna, era molto diverso dall’odore della sua bocca quando mi baciava.
Mi fermo, non volendo dire troppo. Dirò però che d’estate dovevo chiudere la finestra. Ai suoi gridi i vicini avrebbero pensato a un assassinio. Ancora una parola. Quando ero al massimo dell’eccitazione, avevo spesso quello che si chiama “l’io dei morenti”: rivedevo alcune scene del mio passato. Non so come spiegare questo fenomeno, che è probabilmente descritto nei libri. Dopo, sonnecchiava un po’, o faceva finta; io mi riposavo tra i suoi capelli come in una foresta addormentata. Due scampati a un naufragio gettati uno accanto all’altra sulla riva. Poi riapriva gli occhi, attaccata a me, mi guardava a lungo, come se avesse voluto prendere le misure di ciò che ero. La sua faccia, in quell’istante, assomigliava a quella di un gatto. Parlava, in quel momento, come si parla nel sonno: “È bello il mare?”. E si rispondeva: “È bello, ma pericoloso”. Si rispondeva di nuovo: “È pericoloso, ma non importa”. Ero io a dare il segnale in cui ci si poteva alzare. Sistemavo il lenzuolo di sotto, sempre aggrinzito da una piega delle sue cosce. L’avevo soprannominata Douce, e Doucetta o Dolcinina nei momenti di maggiore furore. Questo bastava per la mia dedizione a lei. Anche per stimarla. Ho una propensione: in me la pietà e la stima portano ai sensi. Passi per la pietà: è una cosa risaputa, credo. La stima, mi intriga di più. Non è che io abbia desiderato solo degli esseri degni di stima: ci mancherebbe altro. Ma come fa la stima, sentimento che ha un peso nella moralità, a potere destare in voi il desiderio?
Forse da quello che dico, qualcuno di voi, tirerà fuori che sono un maniaco sessuale. L’estate (1920), trascorsi qualche giorno da François de Curel, in Lorena, nel suo castello di Ketzing, dove viveva da solo con la sua giovane nipotina; ho fatto di lei, per quel che mi ricordi, un ritratto riprodotto nel libro di Pierre Sipriot su di me. Al mio ritorno pubblicai il mio primo libro, Il risveglio del mattino, che avevo cominciato nel 1916 prima di partire per la guerra. Mentre mi si credeva ai piedi degli altari, scrivevo la molto cristiana Risveglio praticamente sulle ginocchia di una flirtosa sudamericana. Più tardi ho visto la mia vita distesa davanti a me come una pianura guardata da una certa altezza, dove arriva un obice, che fa un enorme imbuto, poi un secondo, e un terzo, e così a seguire sino a che la pianura, a forza d’imbuti, non è più che una terra caotica dove non si riconosce più niente. Questi imbuti sono stati, nella mia vita, i malintesi. Ero terrorizzato da mia nonna al pensiero che alla domanda: “Henry che cosa fa?” si dovesse rispondere: “Scrive”. Mia nonna seppe dell’esistenza dell’Opera dell’ossario di Douaumont, destinata a raccogliere le ossa dei morti di Verdun, e ad erigere loro una cappella e un monumento. Divenni il segretario generale di quell’opera, cui ho dedicato il Canto funebre per i morti di Verdun (nonostante non fossi militare all’epoca di Verdun). Niente era più adatto alla mia inclinazione di quell’impiego, capace di prolungare per me la guerra nella pace. Mi manca talmente il culto dei morti, che per molti è un affronto, ma per i morti in combattimento ho una venerazione: questa distinzione è molto antica nella storia dell’umanità.
Poco tempo dopo, mia nonna ed io, sempre terrorizzati dallo spettro della letteratura, accettammo che mi venisse dato un impiego al Comitato franco-americano presieduto da un importante uomo politico; il mio lavoro era lo stesso dell’Opera dell’Ossario: ero ancora generale. Segretario generale. Gli Stati Uniti, nel cuore di mia nonna, giocavano un po’ il ruolo che ha giocato la guerra nella mia: era stata lì da ragazza, poi da giovane sposa, venendo via per piombare nella Parigi del 70. La nostra casa era stata piena di scalpi e di code di serpente conservati in alcuni boccali di vetro; che riposi presto in buon ordine: la foresta vergine non è il mio genere. Passavo due ore dopo pranzo al Comitato franco-americano, agli Champs-Elysées, a scrivere Il sogno e a fare le mie telefonate, perché nella nostra casa di Neuilly non avevamo, sino alla nostra partenza (1925), né luce né telefono, ce ne servivamo solo in qualche occasione disprezzandoli, come facevano gli arabi. Mio padre usava ancora, nel 1914, la lampada a olio. Nell’autunno 1920, fresco dell’uscita da “l’Ordine”, mi interessavo di calcio e soprattutto al box, da spettatore. Ero stato ferito nel 1918 da sette schegge di obice. Dentro di me, vagabondavano in uno dei miei reni, a volte dolorosamente, a volte no.
Benché estranea alla nostra storia, voglio dire qualche parola su questa ferita, per rendere omaggio all’uomo che ne indirizzò il percorso. Ero ritornato da un primo giro in ospedale. In quel momento eravamo nelle retrovie, a una sessantina di chilometri da Parigi (Mantes? Verberie?). La mancanza di quello che ci dovevano ci faceva sprofondare in un tale marasma dal quale non uscivamo che con la sensazione che tutto ci fosse dovuto. Ma, per Dio! quando ci si mette! I maggiori decisero che si doveva tagliuzzarmi i reni per cercare le piccole schegge, disperse e in profondità. L’operazione mi parve sconsiderata e mi spaventò. Ebbi la forza di mantenere fermo il mio “Mi rifiuto” pieno di rischi e vano, ma, senza avvertire nessuno, presi una macchina civile in direzione di Parigi, ed andai dal dottor Thierry de Martel, medico in capo (?) di un ospedale militare degli Champs-Elysées, Astoria credo, che conosceva mia nonna. Il dottor de Martel era molto conosciuto, ma molto avversato per la sua indipendenza. Mi disse che l’operazione era una follia, e dettò per i maggiori una lettera delle più animose. Tornai al mio reggimento in treno, cosa che fu un’impresa perché il mio spostamento era irregolare. Il colonnello mi informò che sarei stato passibile di un Consiglio di guerra per abbandono della mia unità, e che se fossi stato richiamato per i miei due giorni e mezzo a Parigi, sarei stato incarcerato seduta stante. Il colonnello, per compiacenza, mi aveva assegnato il posto di combattimento da me richiesto, quando invece la mia condizione da ausiliario mi avrebbe impedito di occupare quel posto-stato che avevo preziosamente conservato, totalmente impregnato già allora del vecchio proverbio persiano: “Quando entri in una casa, assicurati prima da dove potrai uscirne”. Non ho mai fatto al fronte il sacrificio della mia vita, come altri hanno fatto deliberatamente, ammesso li si debba prendere in parola quando lo affermano nelle loro lettere (e la morte, sì, li ha presi in parola).
Io praticavo con sfrontatezza quel gioco di sfida sottile alla morte, cercando tuttavia di evitarla, gioco sottile a cui mi avevano preparato i tori, con i quali avviene lo stesso.[1] Penso che il colonnello, dandomi un posto da combattente, fosse, amministrativamente, nel torto. La mia ferita gli aveva creato un problema in più: se si fosse aggravata, non ne sarebbe stato in parte responsabile? Ed ecco che la mia fuga aggiungeva un problema al problema: Dio! quanto rompeva questo ragazzo! Ma la lettera del dottor de Martel lo copriva; non si trattava che di darmi subito un foglio di congedo. Che fu fatto. Piena magia. Quando i tedeschi entrarono a Parigi, nel 1940, il dottor de Martel si suicidò. La stupidità e la bassezza che accoglie ogni suicida sfilarono sulla salma del dottor de Martel. Si sogghignò, si disse che era nevrastenico. Io devo a lui di avermi salvato dall’essere infermo, e probabilmente anche di avermi salvato la vita. Le tregue che mi lasciavano le mie schegge erano a volte abbastanza lunghe, così pensai di iscrivermi ad un club sportivo. È agli Champs-Élysées, nel 1915, nel recinto della sala da ballo L’Alcazar, allora destinato alla preparazione militare, che per la prima volta nella mia vita, controvoglia, per ottemperare all’ordine del sergente, mi misi a torso nudo in pieno giorno. Mi era sembrata un’imprudenza mortale (non ero un habitué delle spiagge), per non parlare del fatto che questa tenuta era indecente. Non confessai mai a mia madre quest’atto se non del tutto vergognoso, alquanto imbarazzante, ma smisi prontamente di andare a L’Alcazar. Poco dopo, tuttavia, mi affiliai ad un gruppo sportivo del giornale L’Auto, non proprio un club ma un raggruppamento di un centinaio di ragazzi che si riunivano la domenica mattina al velodromo del Parco dei principi.
Il prato centrale assomigliava a un assembramento di passerotti svolazzanti al suolo alla ricerca di una manciata di semi. Lo sport non c’entrava quasi niente, in questa confusione che mi dava l’occasione di mischiarmi ai ragazzi del popolo, contesto che amavo. Dopo feci il soldato. Non parliamo della “palla al piede” alquanto penosa che rimescolavamo nel settore (i giocatori di una squadra tenevano il loro berretto e la squadra avversaria a testa nuda). Fu la guerra, comunque, che mi portò in altra maniera allo sport vero, ed ecco come. Al fronte, trasportato negli andirivieni della vita dura e terribile della popolazione che come me attendeva ai propri bisogni quotidiani, avevo atteso, sperato, benedetto le tregue; e tuttavia, tornato nella pace, molto più che un assopimento corporale sognavo di ritrovare nello stadio la generosità collegiale e guerriera, non fosse altro che nella lotta anodina della palla di cuoio.
In guerra avevo preso il gusto a me totalmente sconosciuto prima per la squadra, il sentimento grave delle ore di fratellanza per conquistare dieci metri di terreno, in fondo, non era privo di analogie con un serissimo calcio per “piazzare” un gol. Il dottor de Martel mi permise il calcio, a condizione di consultarlo al minimo dolore. Cominciai con l’andare a offrirmi la domenica, nei campi di periferia, ai club che appena prima della partita, o durante, si trovavano privi di uno dei loro: la maglia che indossavo era la maglia nera dell’anarchia. “Non ci sono che due bravi soldati, ha scritto Ernst Jünger: il volontario e il mercenario”. Volontario in guerra, avevo combattuto più per il combattimento che per il paese. Sotto la maglia nera prestavo i miei servigi a chiunque, come il condottiero, non mercenario ma amante del gioco in sé, senza preoccuparmi troppo del gruppo che difendevo. Questo stato d’animo cambiò in seguito, e prima di tutto quando decisi di iscrivermi a un club. Battendo sulle mie cosce, sentendole così dure, ero per lo più convinto che sarei vissuto mille anni, come Dio.
(*) de Académie française
(**) Traduzione di Josephine Crestini e Francesca Romana Fantetti
Aggiornato il 09 aprile 2026 alle ore 12:58
