“Ma amiamo quelli che amiamo?”

Capitolo Secondo

Mia nonna aveva tra le sue relazioni una signora dell’alta borghesia, vedova, molto nota nella beneficenza, con una figlia già grande, ancora bella, e un figlio di quattordici anni. Le due donne erano pretenziosette, arroganti, saccenti, il figlio era carino – occhi neri e capelli biondi – ma sufficientemente nullo da essere tolto da scuola e venire messo in una piccola fabbrica dove faceva auto. Lo faceva così male che fu mandato via e tornò al suo liceo. Seppi che voleva iscriversi a un club sportivo di quelli seri, dopo avere “assaggiato”, da piccolo, un club del quartiere, e pensava che avremmo potuto cercarne uno insieme. Lui aveva quattordici anni, io ne avevo ventiquattro: eravamo fatti per capirci. E ci capimmo. I ragazzi si invecchiano per essere presi sul serio. Gli adulti si abbassano l’età per sembrare di avere più fascino. I più vecchi si invecchiano perché avere novant’anni, che onore! Veloci: si festeggi. Jacques Peyrony mi disse intrepidamente di avere quindici anni e mezzo, quando la sua età vera si sapeva da sua madre (a meno che non l’avesse ringiovanito per ringiovanirsi). Per molto tempo non l’ho visto che leggere L’Auto. “Vedo che nonostante tutto sai leggere”, gli dicevo. L’ho ritratto nelle Olimpiadi alla ricerca di un Seneca sui podi: una forzatura. Per niente stupido, e per niente noioso (doveva inventare “la partita di calcio dei monogamba”, cosa che mi sembrò abbastanza strana). Non amava che lo sport, era così.

Educato, piacente e gentile. Almeno con me si tratteneva, perché, si diceva, fosse un po’ carogna nel privato. Era ricolmo di tracotanza verso sua madre e sua sorella, rivoltava contro loro arroganti il proprio annoiato sdegno. Loro tentavano di fargli capire quanto fosse irrilevante; lui cercava di fare comprendere loro quanto fossero imbecilli; era una reciproca esasperazione, in grado di andare lontano, come abbiamo detto fin dall’inizio. Mi guarderò bene dal non dimenticare il suo totale disinteresse per i soldi. Nei cinque anni che ci siamo frequentati, non gli ho regalato che un pallone da calcio, non un centesimo, che mi ricordi, neanche mezzo. Strano punto di vista per un ragazzo: rimproverava alle sue donne di non parlare che di soldi. Quando gli regalai il pallone, mi disse: “Dovrei dirti una parola gentile. Ma non mi viene”. La terza volta che l’ho incontrai – compresa quella in cui ci eravamo conosciuti – mi disse che, mentre sua madre e sua sorella dormivano, lui era stato al cinema, ed era rientrato che continuavano a dormire profondamente. Era la terza volta nella mia vita che vedevo quel ragazzo e già aveva fatto di me il suo complice; di sicuro non avrei fatto la spia né a casa sua né a casa mia. Sono così i ragazzi e le ragazze: subito complici con il primo che capita, contro i propri genitori. E questo succede nel 1920, un anno tosto! Era già qualcosa che fosse la terza volta, e non la prima. Ed era abbastanza che non avesse, già dalla prima, spifferato nei minimi particolari segreti indiscreti e spiacevoli sulla vita privata dei suoi, come fanno molto di consueto i bambinetti dell’uno e dell’altro sesso: bambini con il moccio al naso, tutto come previsto. Ma forse la sua storia era una balla, per vantarsi! Capii dopo che tendeva a mentire un po’, non tanto, il giusto. Il club che scegliemmo era eccellente a giudicare dai trofei, e ancora migliore per il tipo di persone; erano rari quelli non fossero distinti: non si davano arie, erano ottimi compagni, corretti e leali nel gioco, ed aperti verso le classi modeste. Grazie all’intelligenza e alla capacità dei suoi dirigenti, il club arrivava ad imporre questo paradosso: poneva limiti alla competizione, al gareggiare.

Noi cristiani abbiamo il vantaggio di disporre di un Dio doppio: il Dio tutto amore del Vangelo, e il Dio feroce della Bibbia; tiriamo fuori l’uno o l’altro a seconda del caso. Il dio greco era solo philios, ovvero dio dell’amicizia, o della simpatia. Era Zeus philios che dominava nelle palestre dei tempi andati; avrebbe dovuto dettare legge anche nelle nostre. Ad eccezione della sezione del tennis per la quale non provavamo che disprezzo, tanto era composta da snob, falsi vecchi (di trent’anni) completamente odiosi. Peyrony, molto avanti sui suoi tempi, detestava gli adulti; io, facevo una distinzione tra loro quelli che avevano fatto la guerra da quelli che non l’avevano fatta, e detestavo gli ultimi, in modo che le nostre ripugnanze si sommavano l’una con l’altra. Se esistesse ancora il culto delle Ore, io dovrei venerare l’Ora in cui la prima volta posammo piede nel nostro stadio: lo stadio con i ragazzi dalle testoline, le unghie corte, le pance piatte, con i suoi cesti di basket, con il suo portico, con le sue pedane e gli ammassi di vestiti ai loro piedi, con i pali delle porte dalle reti strappate e gli ammassi di vestiti ai piedi dei pali, con le sue insegne dorate, con il suo prato delizioso, luminoso di freschezza, “ricoperto da un vasto darsi del tu”, ricoperto anche, se lo si fosse ascoltato da vicino, da un lungo sibilo di giavellotto nell’aria, il rumore secco di un disco che cade sul prato, il “clac” di un calcio dato a un pallone, i monosillabi rochi dei giocatori che si indicano l’un l’altro dribblando: strani silenzi che si fanno musica (chi dirà per sempre, di una parola o di una frase, il grande silenzio dello sport?). Tutto un insieme nobile, giovane e affascinante, che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare sarebbe stato così caduco, e lo avremmo visto scomparire ancora vivi.

Come si muovevano gli esserini, così si muovevano continuamente sopra di loro i cieli magnanimi. Lo stadio si sarebbe mosso anche lui un giorno. Mi innamorai subito della incenerita, cioè della pista di cenere[1]. Rossa come se fosse stata abbronzata dal sole, liscia come stirata dal ferro da stiro, soffice e resistente, lo si indovinava allo sguardo, come il corpo aitante nella sua gioventù. Più in là mi ero informato di tutto il lavoro che l’aveva creata. E voglio dirlo come l’amante del violino parla con minuzia dei violini. A cinquanta centimetri di profondità, uno strato di grossi sassi srotolati e bagnati. Sopra un altro strato uguale al primo ma più sottile srotolato alla stessa maniera. Poi lo strato esterno, di rosticcio rossastro, ancora più fino, passato al setaccio, anch’esso bagnato e srotolato non troppo perché non penetri nello strato inferiore né troppo poco perché la pista non sia friabile. Com’era il contatto di quella cara pista al dorso della mano? Sulla guancia? Aveva un odore? Nel momento in cui arrivammo, l’ombra delle tribune copriva a metà la pista nella sua lunghezza, quella dei cento metri. Immaginavo come, correndo su essa, mi sarei scoraggiato se avessi corso dal lato del sole mentre l’avversario correva nell’ombra, o se la mia linea si fosse trovata in parte al sole e in parte in ombra. E, nella misura in cui l’ombra guadagnava terreno sulla pista al declinare del giorno, immaginavo lo spazio impossessarsene rinfrescandosi così come un corpo che brucia di felicità si rinfresca beato nel sonno.

Questa pista non valeva forse che le si desse un bacio, quanta voglia mi venne di farlo? Forse più che a tanti visi ingiustamente amati. Partivamo ogni domenica verso le nove, con un piccolo tram fantasioso che costeggiava a tutta velocità la pianura di Bagatelle, per sgranchirci le gambe allo stadio, prima della colazione in piedi alla buvette, per non appesantirci. Peyrony era stato messo come centravanti in una squadra juniores; le sue gambe lunghe con il busto corto, sembravano quelle di un cannoniere: la regalità è nelle gambe lunghe. Io, prudentemente, a causa delle mie ferite, giocavo in difesa. Si rivelò un giocatore medio, senza niente di più, come lo ero io stesso. Con i ragazzi e le ragazze ero sempre disinvolto, la mia inclinazione a legarmi, il mio timore di passare solo a fianco degli esseri, un certo “mettermi allo stesso livello”, che mi è stato più tardi rinfacciato, il parlare fitto che mi è naturale, mi mettevano a mio agio. Le “trasferte” ci spedivano verso qualche Meudon, qualche Blanc-Mesnil, qualche Fontenay-aux-Roses, luoghi affascinanti poi devastati non dai tedeschi in guerra, ma dai Francesi in pace. Quando arrivava la sera, quando l’ombra a poco a poco scalava le tribune, sembrando che salisse dal suolo come l’acqua sale in una vasca, i treni delle sei riportavano vagoni pieni zeppi di ragazzi dalle voci stridenti o rauche, che sommergevano qualche vecchio con l’assassinio dipinto in viso – l’assassino di quei giovani che li esasperavano. C’erano dei portieri che si erano tuffati almeno una decina di volte sul suolo fradicio: il fango dava loro un aspetto villoso da soldato di Verdun.

Qui, si sarebbe detta un’armata di soldati di diciotto anni, in civile, fresca di congedo, e che avrebbe fatto la guerra a quindici anni. L’odore della loro fatica aveva il gusto del pane caldo. Intorno a noi scorreva la periferia con i suoi fumi, le sue casette, i piccoli terrazzi, i panni di Bobonne, di Zonzon e di Mamie stesi ad asciugare sui giardinetti sospesi, tutto un po’ verdastro, un po’ rossastro, un po’ beige, e in fin dei conti tutto un grigio, sotto delle rondini urlanti. In quei giorni, non c’era niente di quel che era umano in me che avesse reclamato un qualcosa che non esistesse. In quel periodo era di moda la parola “evasione”. Se mai vi fosse stata un’evasione, era quella che lo sport procurava a Peyrony, fuori dalla topaia familiare; rinverdiva come una ragazza d’altri tempi che dispera di trovare marito e ne trova finalmente uno. La domenica non andava a messa, per anticlericalismo e per infastidire la madre, cui diceva ad alta voce che non c’era stato, con spavalderia. Non c’ero stato neanche io, per indifferenza, ma dicevo a mia nonna di esserci stato: si nota subito quello che distingue un ragazzo bene educato (io) da un ragazzo che non lo è.

In quegli anni lì, il 1920 e il 1921, i preti cercavano di inglobare lo sport perché era di moda; io facevo come loro non per emularli, ma perché mischiare cristianesimo e paganesimo era un modo consono alla mia natura, benché non avessi né fede né pratiche religiose. Meditavo su Settimio Severo che mise l’immagine di Gesù al Pantheon; su quella scuola platonica di Firenze che si era data formalmente lo scopo di fondere lo spirito del cristianesimo con quello del paganesimo; sulla frase di Michelangelo: “Deve amare molto l’opera, colui che ne adora l’autore”. Meditavo di scrivere un libro, La Scorta di Pan – quel che del paganesimo vive in noi ci è stato trasmesso dal cattolicesimo – e già ne immaginavo la copertina: dei preti in tunica di ferro che portano sulle spalle, con un gran cerimoniale, un reliquiario di vetro su cui giace Pan dormiente. Queste follie possono avere del seguito e lo hanno avuto. Io ho avuto qualche anno dopo l’approccio contrario. Avendo studiato e apprezzato la cosa da ambo i lati, alla fine ho ritenuto fosse priva di qualsivoglia importanza. Lo sport e il cristianesimo per qualche aspetto si assomigliano, dove le qualità richieste dallo sport sono simili a quelle richieste dal cristianesimo. Questa frase può sembrare stupida, eppure tutto quello che c’è al di là di essa, sul tema, sono pensieri che girano a vuoto e sproloqui.

La stagione dell’atletica cominciò (aprile 1921). Peyrony ebbe con sé una roba tipo motocicletta, con cui ci diede molto fastidio, ma quando la metteva in moto mi faceva pensare a Jacopo Sforza quando parte in segreto sul suo grande cavallo a tredici anni, per raggiungere il condottiero pontificio Boldrino, o il nostro Guichardet, di tredici anni anch’esso, per andare contro i Saraceni. Peyrony si iscrisse nella corsa; aveva più resistenza che sprint, e si specializzò nel mezzo fondo. In primavera la mia squadra si sciolse, mi capitava di non andare al club di domenica per fare lo spettatore in un altro. Il sipario scende, il sipario sale, si vedrà quel che si vedrà. Dal 1907 al 1922, vale a dire dagli undici ai ventisei anni, ho tenuto un diario personale dettagliatissimo della mia vita, di quello che era importante per me che non ha poi smesso mai di avere ad oggetto i miei patemi sentimentali o sessuali. Tolti i miei due anni di guerra, si tratta di quattordici volumi rilegati, in tutto simili ai libri formato 16, scritti, ogni pagina piena, priva di margine, con scrittura minuscola: alcune giornate in particolare prendevano diverse pagine; anche da scolaro, scrivevo la sera, qualche volta sino a mezzanotte. Sarà stato dalle quattro alle cinquemila pagine il contenuto di quei quattordici volumi buttati da me nella Senna nel 1956, al tempo in cui stavo scrivendo Don Juan, in cui si trova traccia di questo lancio. Ci lanciai nello stesso momento anche tutta la corrispondenza, abbondantissima, scambiata tra mia nonna e me durante la guerra: avevo conservato le sue lettere, e alla sua morte ritrovai le mie, ossia sei o settecento lettere. Ma non ho buttato i miei diari degli anni 1911 e 1912 senza averne estratto prima minuziosamente tutto quello che poteva essere inserito nella Città dove il principe è un bambino e nei RagazziPer rivincita, non ho invece che la mia memoria per la persona di cui ci occuperemo qui, avendo buttato i diari del 1921 e 1922 in cui mi dilungavo su di lei, senza prevedere che un giorno avrei scritto questo racconto. E i fatti che vado a raccontare portano la data di un mezzo secolo! Mi sono rifiutato di riscrivere le conversazioni di allora, di cui mantengo solo il ricordo del loro tenore. Per questo nel mio racconto c’è un tono meno animoso dei lavori di cui ho già detto; non è una stenografia come all’incirca è I ragazzi; e tra una conversazione riportata dal vivo, che non è che da copiare, ed una conversazione di cui si è conservato il senso passati cinquanta anni, ne passa di differenza. Quando si tratta di Douce o di Peyrony, non importa: non eravamo che persone che si piacevano l’un l’altra e si dicevano qualsiasi cosa.

Quando si tratta dell’eroina …Con l’aggiunta che ho dovuto preoccuparmi di non ripetere qui quello che avevo già detto nel Sogno e nelle Olimpiadisugli stessi temi, gli stessi paesaggi e gli stessi personaggi. Incontrai per la prima volta Dominique S… in un piccolo stadio di Montrouge, che oggi non esiste più. Il suo nome era uno di quei nomi che sembrano fatti apposta per essere amati la prima volta che li si legge. Si vede un nome sul giornale, o sull’elenco del telefono, o sulla vetrina di una boutique. Ci si dice: “Amare qualcuno che porta questo nome!”. L’amore è già lì, non gli manca che l’oggetto. All’inizio, vestita da corsa, parlava con i suoi amici sulla striscia di prato di fronte alle minuscole, commoventi tribune: dei gioiellini di tribuna. Un amico che mi accompagnava me la indicò come la migliore del migliore club femminile di Parigi. Aveva corso gli 83 metri a siepi a ostacolo in 14 secondi 4/5, gli 80 metri piani in 11 secondi 2/5, e saltato alla sbarra (con slancio) un metro e 35: era una cosa impressionante. Quel che mi colpì sul principio fu come era gracile; come era gracile una ragazza che faceva delle partenze alla corsa che richiedono gambe toste e riflessi, che saltava le siepi e la sbarra, che richiedono una tecnica diabolica. L’epitaffio che subito mi venne in mente fu quello di Omeroaffascinante vigore. Vigore? Con i suoi piedi delicati, le braccia gracili e il petto poco sviluppato dei corridori, le gambe trionfanti e modeste. Solo dopo, per l’abitudine che mi veniva dal frequentare lo stadio dove si guardava solo in un secondo momento il viso, lo guardai.

Molto meridionale: di colore bruno, senza tracce di rosa, monocromatico come una medaglia, il corpo dello stesso colore; le orecchie erano molto piccole incollate alla testa, gli occhi verdastri, i capelli erano corti selvaggi, tra una parte e l’altra di una riga al centro (il vento a volte scopriva, a volte le ricopriva la fronte); una finezza fiorentina. Va da sé, senza anelli, braccialetti, orologio. Le ombre al di sotto dei suoi seni, erano ombre minute, perché erano così i suoi seni – così solidamente attaccati ai pettorali che sembrava facessero un tutt’uno – facevano pensare alle ombre delle dune: si sarebbero allungate al calare della sera? Altre ombre, quelle di un fogliame straripante, si disegnavano sul suo viso e sulle parti nude del suo corpo. Si sedette sul bordo della pista. Le sue ginocchia mi guardavano con insistenza. Si tolse gli “infradito” per mettersi le sue punte[2], levò uno dei suoi calzini, maneggiò le dita del piede. Se una donna vestita di gonna sfila una calza, l’uomo se lo segna. Se lo fa a gambe nude, no. Poi tirò sulle gambe dei pantaloncini, che già erano corti, come per far sì che le gambe ricevessero una maggiore freschezza dell’aria. Questi gesti, che potevano sembrare provocatori, erano smorzati in lei dalla naturalezza con cui li faceva. Subito mi accorsi che, passate le grate del cancello dello stadio, eravamo entrati in un mondo nuovo, in cui la sensualità non aveva posto, sia che fosse istintiva, o che fosse voluta.

Accanto a noi, alcuni soldati la guardavano. Avevo visto nell’ospedale di guerra dei tipi con poche ore di vita, i cui occhi già moribondi si illuminavano all’istante e intensamente al passaggio di una bella ragazza, come si accendono gli occhi di una tigre alla vista di un cucciolo tenerissimo. Qui era tutto il contrario: quando Dominique S… fece aria nei suoi pantaloncini, nessuno dei soldati si mosse. Confusamente forse, ma sicuramente, avevano capito. Non lontano da lei, un giovane massaggiatore massaggiava con serietà, in alto, molto in alto sotto la base dei pantaloncini le cosce di una atleta. Tutti e due erano molto seri. Ciò diveniva uno splendido spettacolo allorché si era capito. Ma finché non si era capito, era uno strano spettacolo.  Dominique si diresse verso la linea di partenza (degli 80 metri), abbastanza distante. Partenza: sembrava si aggrappasse all’aria, con una delle braccia, per avanzare. La forza, la naturalezza, e l’ampiezza della sua falcata racchiudevano della grandezza. “Come corre!”, disse uno dei soldati, come strabiliato. Veloce! Così veloce che si sarebbe detto fosse stata creata con una manciata di vento. Tagliò il filo dell’arrivo con facilità, tutta sorridente, le braccia tese, simile a una Vittoria che si posa. Quando correva sull’onda del suo slancio, vi era una superiorità radiosa nella sua grazia e nella sua potenza nascosta: era la consapevolezza della sua superiorità la ragione del suo riso.

Dopo, quando faceva delle ampie e lente inspirazioni, un po’ dell’aria che respiravo si riversava in lei. E bastava guardarla per capire che l’arte della respirazione è più importante dell’avere buoni muscoli. Alcuni atleti – soprattutto atlete – diventano pallide durante la corsa, per l’emozione. Altri arrossiscono. Lei non era né impallidita né arrossita, era intatta. Il mio amico la conosceva un po’ e si offrì di presentarmela. Era figlia unica; l’orribile fata cattiva della famiglia non sventolerà il proprio spauracchio sulla sua testa. Figlia di un importante industriale della mostarda e di condimenti vari, abitava in Rue de la Faisanderie, quartiere ripugnante ma che compensava il suo modesto tessutino di cotone. Niente macchina: 10 su 10. Ed era meraviglioso che non fosse uscita da una gemma, come un pistillo, ma da una scatola di conserve. Si dirigeva verso il guardaroba. Dava l’impressione, camminando, di una stella caduta dal cielo. Sono tanti quelli che dicono: “La donna non ha bisogno di muscoli. La donna non è uno scaricatore di porto”. Eppure, era la robustezza invisibile dei suoi dorsali che le manteneva il busto così eretto, perpendicolare come un muro. Tutto era infinitamente bello. Bello! Questo monosillabo inebriante. Solo il  che acconsente può essere più bello. La fermammo. Le facemmo i nostri complimenti. Le poche parole che scambiammo furono senza importanza. Ero vicinissimo a lei e questa prossimità del suo corpo mi metteva in uno scompiglio fremente; avrei voluto sentire il suo odore, ma non sentivo nessun odore. Adesso ero in grado di vedere i suoi capezzoli, che erano come degli occhi del suo petto, allorché le sue ginocchia, lo sappiamo, erano come gli occhi delle sue gambe.

Se fosse stata nuda, non mi sarebbero piaciute le sue braccia – troppo magre – ma mi piacevano perché uscivano dalla sua maglia. Quando la lasciammo, e mi strinse la mano, sentii che sprofondavo come se la terra stesse cedendo sotto di me, o come se stessi cadendo nel vuoto di un’onda. Un bimbetto mi avrebbe fatto cadere dandomi una spinta. A mezzo secolo di distanza, non riesco a ricordare quel momento senza tremare. Ci trattenemmo ancora un po’, poi la vedemmo uscire dal guardaroba e andarsene, sola, allora fui sbalordito: questa meraviglia non sapeva vestirsi. Il suo vestito era di un’inezia troppo lungo, e d’un niente troppo stretto. Le sue spalline si rialzavano in due punte quasi ridicole, messe presumibilmente per squadrare le spalle, sul tipo piccolo tailleur, molto piccolo tailleur per una sbarcata da poco. La guardai allontanarsi con dei sentimenti misti, ma ero preso. Dominique! Questo nome che conteneva quello del Signore! Notai anche che non aveva la borsetta. Seppi più in là che la infafugnava nella sacca da sport, tra le “punte” e il fervore. Ragazza singolare. Andai dal parrucchiere a farmi tagliare i capelli quasi rasi, la nuca quasi rasata. Non mi sentivo netto e pulito, non ero a mio agio che così: una piega che avevo preso in guerra. Era un modo curioso di prepararmi a quella del sesso, perché tutte le donne che mi vedevano così mi dicevano che questo mi rendeva orrido. Non potevo interessarmi più a niente, solo a lei.

Vidi il suo nome impresso su un giornale, ne fui geloso: me la rubavano. Ma almeno potei ritagliare la sua fotografia; la chiusi nel mio portafoglio e la guardavo ogni mezz’ora, qualsiasi cosa facessi. La guardavo anche al risveglio per ricaricarmi del suo viso per l’intera giornata. Ci sono dei visi così belli che vi si cerca qualche imperfezione, che vi lasci sperare di non amarli all’eccesso. C’era stato un periodo simile durante il quale ero stato così innamorato dell’Uccello delle isole (di questo uccello ne parleremo più avanti) che avevo preso addirittura una ragazza italiana molto bella per limitare il mio amore. Mi chiedevo se non avessi utilizzato lo stesso metodo per circoscrivere Dominique. Ma lei si limitò da sola.  L’amministratore della casa editrice Grasset mi scrisse: “Sarebbe ora che parlassimo della pubblicità da fare per Il sogno”. Il sogno era il mio primo romanzo, che sarebbe uscito di lì a poco. Gli risposi “Caro Signore, sono innamorato. Non è aria che io mi occupi dei miei libri in questo momento. Ne riparleremo quando questo amore sarà passato”. La domenica successiva dovetti restare accanto a mia nonna che non stava bene. Il lunedì telefonai al mio amico – una conoscenza più che un amico – che mi accompagnava allo stadio di Montrouge, per chiedergli di informarsi su dove avrebbe corso Dominique la domenica successiva. Seppi da lui che Dominique sarebbe partita in settimana per l’Inghilterra. Sua mamma era inglese. I suoi genitori divorziati: il suo probabile ateismo (il divorzio: semplificavo) mi piacque.

Se avessi saputo che era una buona cristiana, ne sarei stato contento lo stesso: ho sempre un sentimento di ricambio, come i giocatori di rugby che hanno due paia di scarpe, una per i terreni asciutti, l’altro per quelli erbosi. Viveva in Inghilterra, e tornava in Francia solo per la stagione atletica, da aprile a luglio. Appena comparsa, Dominique S… spariva, giusto in tempo perché non ne avessi né dispiacere e neanche piacere. Il mio poema in versetti sulla boxe, Critérium des Novices, era apparso l’anno prima su La nuova rivista francese. Era, credo, intorno all’estate del 1921 che proposi a André Gide di tenere una cronaca fissa sul pugilato nella NRFQuesta idea assurda, ma che corrispondeva a ciò che era in voga in quel momento, piacque a Gide, che si era augurato tuttavia che lo estendessi sino a essere una “cronaca dello sport”. Scrissi il mio primo articolo: sull’atletica femminile. Ma non era un granché e, di comune accordo, il direttore ed io abbandonammo quel progetto.

(*) de Académie française

(**) Traduzione di Josephine Crestinì e Francesca Romana Fantetti

Il Capitolo Primo

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(1) Nel nostro stadio, la pista era d’erba, ma l’ho detta qui di cenere perché amo le incenerite.

(2) Le scarpe da corsa, munite di punte – chiodi – alla suola, per impedire gli scivoloni.

Aggiornato il 18 aprile 2026 alle ore 09:26