Medicina a km 0

Il rapporto tra università e Servizio sanitario nazionale rappresenta oggi uno degli snodi più delicati della sanità pubblica italiana. Da un lato, l’integrazione tra didattica, ricerca e assistenza è diventata indispensabile per formare nuovi medici, sviluppare innovazione clinica e rafforzare la qualità delle cure. Dall’altro, persistono criticità strutturali legate a governance, ruoli professionali, gestione delle risorse e modalità di accesso alle responsabilità organizzative.

A riportare il tema al centro del dibattito è anche il caso della Asl di Rieti, dove il Tribunale ha accolto un ricorso promosso da Anaao Assomed, condannando l’azienda per comportamento antisindacale. Una vicenda che, secondo il sindacato, richiama la necessità di maggiore trasparenza, corretto coinvolgimento delle rappresentanze professionali e regole condivise nei processi decisionali.

Su questi temi abbiamo raccolto il punto di vista di tre dirigenti Anaao Assomed: Pierino Di Silverio, segretario nazionale del sindacato e dirigente medico dell’Azienda ospedaliera Monaldi di Napoli; Aldo Di Blasi, radiologo, primario di Radiologia dell’ospedale San Giovanni Evangelista di Tivoli e segretario regionale Lazio; Gerardo Anastasio, cardiochirurgo toscano e componente del consiglio nazionale con delega ai rapporti tra Ssn e università.

Per Pierino Di Silverio il punto centrale non è mettere in discussione la presenza dell’università dentro il sistema sanitario, bensì garantire pari regole e trasparenza. Secondo il segretario nazionale Anaao, la progressiva assegnazione di strutture complesse a docenti universitari rischia di alterare i percorsi professionali dei medici ospedalieri. “Il concorso pubblico resta il cardine dell’accesso alla dirigenza nel Ssn. Se si aggirano o si svuotano quei meccanismi, si crea una disparità strutturale che pesa sulle carriere e sul clima professionale.”

Di Silverio lancia anche un allarme generazionale: “Se i giovani percepiscono un sistema chiuso o sbilanciato, continueranno a scegliere l’estero o il privato. E questo il Servizio sanitario nazionale non può permetterselo”. 

Dal punto di vista del cittadino, il rischio è chiaro, un ospedale deve essere prima di tutto un luogo di cura. Ricerca e didattica sono valori aggiunti, ma non possono prevalere sulla risposta concreta ai bisogni dei pazienti. 

La soluzione passa da una cornice nazionale condivisa: regole trasparenti e modelli di integrazione che tutelino assistenza, professionisti e formazione.

Per Aldo Di Blasi il livello regionale è decisivo nel governare il rapporto tra aziende sanitarie e università. Il rischio, spiega, è che l’assetto attuale sia il risultato di interventi successivi non sempre coerenti. Secondo il segretario del Lazio Anaao, la clinicizzazione ha già inciso sull’organizzazione sanitaria regionale, soprattutto nelle aree più vicine ai grandi poli universitari. Sul piano dell’accesso alle cure, Di Blasi invita a guardare i risultati concreti. Il cittadino giudica tempi di attesa, continuità assistenziale, qualità della presa in carico.

Gerardo Anastasio pone l’attenzione soprattutto sulla formazione dei futuri specialisti. A suo giudizio, il rapporto tra Università e ospedali non può limitarsi a formule amministrative, ma deve tradursi in percorsi formativi reali e completi. Per specialità ad alta complessità come cardiochirurgia e chirurgia generale, la questione della pratica è cruciale. “Non basta osservare: bisogna operare, frequentare sale operatorie ad alto volume, confrontarsi con casistiche complesse. Se questi spazi mancano, la formazione si impoverisce”.

La vicenda della Asl di Rieti assume quindi un valore simbolico. Non riguarda soltanto un contenzioso locale, ma rimette al centro una domanda nazionale: come si governa l’integrazione tra sistemi diversi senza comprimere diritti, competenze e qualità dei servizi?

Per gli intervistati, il nodo è tutto qui: l’alleanza tra università e Ssn è necessaria, ma non può reggersi su automatismi, eccezioni o decisioni opache. Richiede invece regole certe, partecipazione e una visione condivisa. Perché dalla qualità di questo rapporto dipende l’assetto delle istituzioni sanitarie, la formazione dei medici e la capacità del Servizio sanitario nazionale di rispondere ai bisogni dei cittadini.

Aggiornato il 22 aprile 2026 alle ore 16:52