Carlo Ginzburg e la storia degli ultimi

Cosa resta del magistero di uno storico che ha cambiato il modo di guardare il passato

La morte di Carlo Ginzburg, avvenuta l’altro ieri a Bologna all’età di 87 anni, segna la scomparsa di uno degli storici più influenti del secondo Novecento e dell’inizio del XXI secolo. Con lui non viene meno soltanto uno studioso di fama internazionale, ma una vera e propria maniera di interrogare il passato, di leggere le fonti e di restituire dignità storica a coloro che per secoli erano rimasti ai margini della narrazione ufficiale.

Figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, Carlo Ginzburg apparteneva a una delle più straordinarie famiglie della cultura italiana del Novecento. Ma il suo prestigio non derivò certo da questa eredità. Fu il risultato di una ricerca originale, spesso controcorrente, capace di influenzare storici, antropologi, sociologi, filosofi e studiosi della letteratura in tutto il mondo.

L’INVENZIONE DELLA MICROSTORIA

Quando si parla di Ginzburg, il primo concetto che emerge è quello di “microstoria”. Insieme a studiosi come Giovanni Levi ed Edoardo Grendi, contribuì negli anni Settanta alla costruzione di un nuovo paradigma storiografico. L’idea era semplice soltanto in apparenza: per comprendere i grandi fenomeni storici non era sempre necessario partire dalle strutture economiche, dagli Stati o dalle élite. Talvolta era più utile osservare un villaggio, una famiglia, un processo inquisitoriale, perfino la vita di un singolo individuo.

In un’epoca dominata dalle grandi sintesi quantitative e dalla storia delle strutture, Ginzburg ebbe il coraggio di invertire la prospettiva. Il dettaglio non era più un elemento marginale ma diventava la chiave per comprendere l’universale. La sua intuizione fu rivoluzionaria: nelle pieghe della documentazione minuta si nascondevano spesso fenomeni storici che le grandi categorie interpretative non riuscivano a cogliere.

MENOCCHIO E LA RIVOLUZIONE DE “IL FORMAGGIO E I VERMI”

L’opera che lo rese celebre in tutto il mondo fu certamente Il formaggio e i vermi, pubblicata nel 1976. Attraverso gli atti di un processo inquisitoriale del XVI secolo, Ginzburg ricostruì il mondo mentale di Menocchio, un mugnaio friulano accusato di eresia. Menocchio immaginava la creazione dell’universo come un enorme formaggio dal quale erano nati gli angeli, proprio come i vermi nascono dal latte fermentato.

Quella che poteva apparire una vicenda marginale si trasformò in una straordinaria finestra sulla cultura popolare dell’Europa moderna. Per la prima volta un contadino, un uomo comune, diventava protagonista della grande storia. Il successo del libro fu enorme. Tradotto in decine di lingue, mostrò che la cultura delle classi subalterne non era un semplice riflesso passivo della cultura dominante, ma possedeva una propria autonomia e una sorprendente capacità di elaborazione intellettuale.

STREGONERIA, BENANDANTI E MONDI INVISIBILI

Già prima di Menocchio, Ginzburg aveva mostrato la sua originalità con I benandanti. Analizzando i processi inquisitoriali friulani del Cinquecento, portò alla luce l’esistenza di una confraternita contadina che sosteneva di combattere spiritualmente contro le streghe per garantire la fertilità dei raccolti.

Lo studio rivelava l’esistenza di sopravvivenze culturali profondissime, probabilmente riconducibili a tradizioni precristiane. Ginzburg mostrava come dietro le accuse di stregoneria si celassero sistemi simbolici complessi, che gli inquisitori cercavano di reinterpretare secondo le proprie categorie mentali. In questo senso il suo lavoro dialogava con l’antropologia culturale e con la storia delle mentalità, aprendo nuove prospettive sul rapporto tra cultura popolare e cultura dominante.

IL PARADIGMA INDIZIARIO

Se la microstoria rappresenta la dimensione più nota del suo lavoro, forse il contributo teorico più importante è il cosiddetto “paradigma indiziario”. In un celebre saggio del 1979, Ginzburg sostenne che lo storico lavora come un detective. Non dispone mai della totalità delle prove. Deve ricostruire eventi lontani attraverso tracce, indizi, frammenti. Un documento apparentemente insignificante, una parola sfuggita in un verbale, una formula ripetuta in un processo possono diventare elementi decisivi per comprendere un’intera realtà storica.

Era una concezione profondamente antidogmatica della ricerca. La storia non veniva ridotta a una scienza esatta, ma nemmeno dissolta nel relativismo. Restava un esercizio rigoroso di ricerca della verità fondato sulle prove disponibili.

UN AVVERSARIO DEL RELATIVISMO

Negli ultimi decenni Ginzburg si è distinto anche per la sua critica alle derive relativistiche di certa cultura postmoderna. Pur essendo consapevole che ogni ricostruzione storica è parziale e problematica, ha sempre difeso l’esistenza di una distinzione fondamentale tra vero e falso, tra documentazione e invenzione.

Per Ginzburg lo storico non è un romanziere. Può interpretare, ma non può inventare. Può discutere le fonti, ma non può ignorarle. In un’epoca caratterizzata dalla diffusione delle fake news e dalla crisi dell’autorità del sapere scientifico, questa lezione appare oggi particolarmente attuale.

COSA RESTERÀ DEL SUO MAGISTERO

L’eredità di Carlo Ginzburg va ben oltre la microstoria.

Resterà anzitutto l’idea che nessun essere umano sia troppo piccolo per entrare nella storia. Menocchio, i benandanti, gli eretici, le streghe, gli esclusi diventano protagonisti perché la dignità della ricerca storica consiste anche nel restituire voce a chi non l’ha avuta. Resterà il metodo dell’indizio, che continua a influenzare generazioni di studiosi ben oltre i confini della disciplina storica. Resterà la convinzione che la curiosità intellettuale debba attraversare i confini tra storia, antropologia, letteratura, filologia e arte.

Resterà infine una lezione morale. Figlio di una famiglia segnata dall’antifascismo e dalla persecuzione, Ginzburg non ha mai separato il rigore scientifico dalla responsabilità civile dell’intellettuale. La sua opera ci ricorda che studiare il passato significa anche interrogare il presente e dare voce a coloro che il potere tende a dimenticare.

Per questo la morte di Carlo Ginzburg non rappresenta soltanto la scomparsa di uno storico. Segna la fine di una delle grandi coscienze critiche della cultura europea contemporanea. I suoi libri continueranno a essere letti non soltanto perché hanno innovato la storiografia, ma perché insegnano ancora oggi che dietro ogni documento, dietro ogni traccia e dietro ogni voce dimenticata può nascondersi una verità capace di illuminare un’intera epoca.

Aggiornato il 19 giugno 2026 alle ore 10:39