Brasile: no a WhatsApp

Non c’è due senza tre. E il Brasile intero è rimasto di nuovo senza WhatsApp. Ad ordinare il blocco dell’applicazione di messaggistica istantanea, che il 2 febbraio scorso ha raggiunto i due miliardi di utenti attivi e che solo in Brasile ne conta circa 93 milioni, è stato il Tribunale della stessa repubblica federale. La motivazione è sempre la stessa: la negata rivelazione dei dati personali di alcuni clienti coinvolti in un’indagine penale.

Pare infatti che, a causa della mancata collaborazione nell’ambito di un’indagine su alcuni trafficanti di droga, il giudice Marcel Maia Montalvão del tribunale di Lagarto, con una sentenza dello scorso 26 aprile, abbia ordinato a tutte le compagnie telefoniche brasiliane di bloccare WhatsApp per 72 ore, a partire dalle 14 ore locali (19 ore italiane) di martedì 3 maggio. Anche se le cinque compagnie locali, ovvero Tim, Oi, Vivo, Claro e Nextel, hanno da subito dichiarato di voler rispettare il provvedimento, è stato precisato che, chiunque non dovesse adempire l’obbligo, sarà soggetto a una multa di circa 124mila euro al giorno (500mila reais).

Ma la questione non è nuova in Brasile, tantomeno ai vertici del colosso americano, di cui fa parte l’applicazione. In prima battuta fu un tribunale di Teresina, nel nord est del Paese, a ordinare il blocco dell’app per essersi rifiutati di rimuovere alcune foto di “bambine e minorenni esibite sessualmente”, al centro di un’inchiesta sulla prostituzione minorile aperta dalla procura della città. Era il febbraio 2015 e appena pochi mesi dopo, precisamente il 17 dicembre 2015, di nuovo un tribunale di San Paolo aveva deciso la sospensione del servizio per mancata collaborazione nell’ambito di un’altra indagine penale (l’Alta corte aveva poi invalidato la sospensione di 48 ore).

Ben più nota invece la questione risalente allo scorso febbraio, che coinvolse il colosso Apple. Anche in quell’occasione, al giudice federale che chiedeva ad Apple di forzare il codice criptato dell’iPhone dell’attentatore di San Bernardino, che il 2 dicembre del 2015 causò la morte di quattordici persone, fu negata ogni speranza. All’epoca fu lo stesso Tim Cook, Ceo della Mela, a replicare in una lunga lettera in cui, declinando la richiesta, definì la pretesa del governo americano “un esempio spaventoso di superamento dei limiti”, che creerebbe “un pericoloso precedente in grado di minacciare le libertà civili dei cittadini”.

Ma il bello deve ancora venire. A dimostrazione che il potere di Mark Zuckerberg, shareholder e Ceo di Facebook, è un potere che si ingrossa come una valanga, travalicando i confini del web per diventare un potere assoluto e trasversale, c’è il fatto che, per conto di un altro giudice che ha accolto l’ingiunzione degli avvocati della società, è già stata annullata la sospensione del servizio. Non contento, il fondatore di Facebook ha poi scritto un lungo post sul suo profilo personale in cui invitava i brasiliani a scendere in piazza per chiedere l’introduzione di una legge in grado di vietare l’interruzione di servizi Internet come WhatsApp.

“La vostra voce è stata ascoltata una volta ancora. Grazie alla nostra comunità per aver risolto questa questione. Detto questo, l’idea che a qualcuno in Brasile venga impedita la libertà di comunicare nel modo in cui lo ritenga opportuno, è davvero preoccupante in una democrazia. Tu e i tuoi amici potete fare in modo che questo non acccada più. Spero che vi coinvolgiate in questa battaglia. Domani (l’altro ieri, ndr), a Brasilia alle 18, l'Internet Freedom Caucus ospiterà un evento e introdurrà le leggi per prevenire il divieto di bloccare i servizi Internet come WhatsApp. Se siete brasiliani e sostenete WhatsApp, vi incoraggio a fare sentire la vostra voce. Spargete la voce on-line ovunque e firmate questa petizione”.