Web tax: un rimedio sbagliato per una diagnosi sbagliata

La regola secondo cui la pezza è peggiore del buco sembra non trovare eccezioni, in politica. Prendiamo il caso della web tax: il balzello introdotto con un emendamento del senatore Massimo Mucchetti alla legge di bilancio è sostanzialmente inapplicabile. Infatti, individua in modo arbitrario una nuova base imponibile, la colpisce in modo che l’onere finirà in larga parte sulle spalle delle piccole e medie imprese italiani fruitrici di servizi digitali, e richiede tali e tanti adempimenti (anche in capo agli intermediari finanziari) da lasciar presagire una nuova stagione di contenziosi. Passi che le norme si approvino senza analisi di impatto della regolazione, come invece sarebbe obbligatorio fare. Ma di fronte all’evidenza del pasticcio, i politici italiani non solo non sembrano intenzionati a fare marcia indietro, sembrano anzi determinati a ingrandirne le dimensioni. 

Questo, almeno, è quanto accadrà se troveranno conferma le indiscrezioni secondo cui in Commissione Bilancio alla Camera, presieduta dall’onorevole Boccia, si starebbe studiando il modo di ampliare l’ambito di applicazione della web tax e, contemporaneamente, di limitare la concorrenza nel settore postale di consegna dei pacchi, che sta vivendo un periodo di grande sviluppo grazie proprio agli acquisti on-line. Secondo notizie di stampa, le modifiche proposte dal relatore Boccia sarebbero pensate per conseguire tre obiettivi: i) estensione della web tax a tutte le transazioni on-line, incluso l’e-commerce (che il Governo in altri momenti ha sostenuto di voler incentivare, lamentandone la scarsa diffusione nel nostro Paese); ii) riduzione dell’aliquota dal 6 al 2 per cento dei ricavi on-line, con una previsione di gettito in crescita da circa 100 a circa 600 milioni di euro annui; iii) estensione del servizio universale sui pacchi fino a 5 kg, rispetto agli attuali 2.

Le prime due misure – riduzione dell’aliquota e allargamento della base imponibile – non fanno che aggravare i problemi della web tax, estendendo il peso dell'imposta anche sugli acquisti di beni e prodotti on line. Di fatto, siamo di fronte a un aumento selettivo dell'Iva per le sole transazioni on line. In barba a tutti i proclami per la digitalizzazione delle imprese e allo stesso Piano per la banda ultralarga (che senso ha investire soldi pubblici per garantire il massimo della connettività, se poi se ne disincentiva l’uso?). L’intervento sulla regolazione postale è apparentemente slegato dai temi del digitale e risponde a un’esigenza più banale: proteggere l’esercente il servizio universale, ossia Poste Italiane, dalla concorrenza nell'unico settore di consegna postale che, grazie proprio all'e-commerce, è oggi in crescita: quello del recapito dei pacchi. Non si capisce a quale interesse di ordine generale ciò possa rispondere, ma l’interesse generale è tanto frequentemente invocato quanto scarsamente coltivato.

Diceva un vecchio liberale inglese, Ernest Benn: “La politica è l’arte di cercare un problema, trovarlo che esso esista o meno, diagnosticarlo in modo scorretto e applicarvi il rimedio sbagliato”.