L’Antisocial dei social

Che cosa dice il mainstream (l’opinione dominante) a proposito dei social network? Fanno bene alla democrazia o costituiscono per lei un pericolo mortale? Amplificano a dismisura l’autismo gruppale, o sono lenitivi della solitudine e dello spleen dilaganti? Tuttavia, chiedere alle varie piattaforme, come Facebook, Twitter, etc., di monitorare e filtrare ogni tipologia di messaggistica significa, in realtà, conferire loro un indesiderabile potere di indirizzamento e di condizionamento di massa su ciò che sia un bene o un male per l’intera società. La maggior parte della loro influenza negativa deriva dal fatto che milioni di persone condividono post e messaggi di dubbia o scarsa credibilità, senza alcuna verifica preliminare da parte loro sui relativi contenuti. Diverso, come efficacia, sarebbe imporre alle grandi company social-mediatiche di tracciare l’origine di un post, specificando se proviene da un amico o da una fonte affidabile e certificata. Inoltre, tenuto conto della risonanza dell’effetto moltiplicativo, è opportuno che, in automatico, la condivisione di un post sia accompagnata da una sorta di “reminder” sul carattere lesivo di una informazione non veritiera o manipolata.

Ancora più si rivelerebbe il potenziamento degli algoritmi per mettere fuori gioco il così detto “clickbait”, ovvero quei contenuti internet il cui scopo principale è di stimolare gli utenti a selezionare un determinato link che rinvia a una prefissata pagina web. Questo tipo di strumento è finalizzato a sfruttare il così detto “curiosity gap” (curiosità latente), fornendo un’informazione strumentale per interessare il lettore, ma non sufficiente a soddisfare interamente la sua curiosità senza dover attivare il link suggerito.

Tuttavia, poiché la fissazione di vincoli restrittivi a strumenti del tipo clickbait ha riflessi importanti sul modello di business (configurato per monopolizzare l’attenzione dell’utente), le modifiche richieste devono essere imposte per legge o attraverso regolamenti di settore. La domanda strategica da porsi è, tuttavia, la seguente: possono i social “bots” (segmenti di software che eseguono in automatico azioni complesse) influenzare gli esseri umani che utilizzano le piattaforme dei social media, com’è successo per le elezioni presidenziali americane del 2016? C’è da dire che dal 2012 in poi, grazie agli investimenti del marketing online, i realizzatori di bots lavorano moltissimo per generare personaggi virtuali credibili che, spesso, hanno una presenza molto consistente su di una molteplicità di siti e sono in grado di influenzare i comportamenti di migliaia di persone.

I social bots appaiono sempre più credibili come persone reali e, quindi, hanno la capacità di alterare effettivamente il flusso delle informazioni attraverso la diffusione massiva di fake news, grazie alle seguenti caratteristiche: innovazione incessante, per simulare attraverso software sofisticati il linguaggio naturale; incremento della capacità computazionale dei computer; facilità ed economicità di accesso ai dati.

Nell’ultimo quinquennio, questa tipologia di utilizzo dei bots ha trovato applicazione all’interno della comunicazione politica: questi strumenti possono essere impiegati per far sì che i personaggi politici e le loro idee appaiono più popolari di quanto lo siano in realtà; ovvero per montare attacchi su larga scala contro l’opposizione. Vedasi presidenziali americane del 2016!