Colloqui Cina-Usa: la tensione resta alta

Le due superpotenze sono ai ferri corti: i colloqui di marzo 2021 in Alaska non hanno raggiunto i risultati sperati, con Pechino che ha accusato gli Usa di voler “attaccare la Cina” con il loro gioco di alleanze e la delegazione di Washington che ha sottolineato come gli inviati della Repubblica popolare abbiano prediletto la teatralità e il drammatico, invece della sostanza.

I rapporti tra i due Paesi non fanno che peggiorare. Il secondo incontro dall’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti si è tenuto oggi, nella città di Tianjin. La vicesegretaria di Stato americana, Wendy Sherman, ha incontrato alcune personalità di rilievo della politica estera cinese, nell’ambito di un itinerario di visite che comprende Giappone, Corea del Sud e Mongolia, ma le speranze di un confronto equilibrato e conciliante sono franate molto in fretta.

“Gli Stati Uniti vogliono riaccendere il loro senso di scopo nazionale identificando la Cina come un nemico immaginario – ha affermato il viceministro degli Esteri, Xie Feng, portando subito i colloqui sulla via del conflitto – come se, una volta che lo sviluppo della Cina sarà soppresso, i problemi domestici ed esterni degli Stati Uniti saranno risolti, e l’America tornerà ad essere grande, e l’egemonia americana continuerà”.

Parole decisamente aggressive, per un Paese che deve ancora rendere conto al mondo per la pandemia, decine di miglia di morti e incalcolabili perdite a livello economico e che, pochi giorni orsono, ha negato una seconda ispezione dei laboratori di Wuhan all’Oms.

Sulla stessa linea le affermazioni del portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian, che ha sottolineato come “gli Usa dovrebbero stabilire una mentalità di cooperazione, senza cercarla a danno degli interessi cinesi”.

Il ministro degli Esteri, Wang Yi, nel suo incontro con la vicesegretaria Sherman, si è dimostrato più equilibrato e si è limitato a rimarcare il fatto che la Cina non avrebbe approcciato queste discussioni in una posizione di inferiorità rispetto agli Usa.

La vicesegretaria Sherman e il suo staff hanno sollevato le questioni divenute ormai di normale amministrazione, quando si parla di Cina. Xinjiang, Tibet, Hong Kong e Covid, tutti argomenti su cui Pechino ha sempre dimostrato poca trasparenza o, in alcuni casi, una brutale capacità di sopprimere il dissenso, con azioni condannate in modo decisamente tiepido dalla comunità libera occidentale. Una new entry è l’Afghanistan, accostato al clima come un argomento di interesse mondiale di cui la Cina si interessa solo ad intermittenza, compromettendo la formulazione di risoluzioni condivise da parte delle Nazioni Unite.

Al termine di questi incontri, non sono stati fatti passi avanti per un colloquio diretto tra il presidente Joe Biden e Xi Jinping, o per risolvere problemi come la violazione dei diritti umani e della libertà di stampa ad Hong Kong, il genocidio degli uiguri o la pressione che l’esercito cinese sta mettendo sugli alleati americani in Asia. La tensione resta alta e il comportamento sempre più aggressivo della Cina sullo scacchiere mondiale di certo non è d’aiuto ad un confronto pacifico e aperto. Vedremo come si muoverà l’Amministrazione Biden nel caso di una escalation della situazione. E speriamo che il mondo occidentale sia pronto.