Il diritto come ordine spontaneo

In Italia, in questo determinato periodo storico, stiamo assistendo a una progressiva crisi dell’ordine costituito, direttamente proporzionale all’emergere di una sempre più incontrollata anomia, che destabilizza, ab origine, ogni ganglio della società e la tenuta del suo stesso Stato di diritto. Tutto questo ha origine da un malcostume, tipicamente italiano, del continuo aumento della legislazione, al punto da vilificare il diritto, concependolo come atto di produzione legislativa affidata alle maggioranze parlamentari di turno e non come espressione dei comportamenti – e delle esigenze – spontanei dei cittadini.

La preoccupante crisi sistemica della Magistratura e del suo Organo di auto-controllo, il Consiglio superiore della magistratura, con le diverse indagini di corruzione in corso, come il “Caso Palamara” o il “Caso Amara”, insieme alla repentina trasformazione dell’Italia da “società di disciplina” in “società di controllo digitale”, con l’istituzione del Green pass, oltre all’aumento di reati inerenti alla violazione della proprietà privata, come il recente caso del pensionato ottantaseienne romano Ennio Di Lalla il quale, anche a causa delle lungaggini dell’improduttiva e sempre più imperante burocrazia, ha dovuto aspettare diverso tempo per riappropriarsi del proprio immobile di proprietà, occupato abusivamente da delle donne nomadi, denotano una quasi irreversibile e strutturale compromissione dello Stato di diritto.

Questa decadenza giuridica e sociale che emerge attualmente in modo sempre più esponenziale, è causata soprattutto dall’incremento del potere dei legislatori, ossia dall’invadenza sempre maggiore del mito del “Grande Legislatore”, basato sull’aberrante concezione che sia possibile derivare proposizioni prescrittive da proposizioni descrittive. Alla base della deformazione distopica della concezione del diritto italiano vige l’assenza di una cultura evoluzionistica della società, a vantaggio di quella pianificata dallo Stato. Questa cultura ha portato al pernicioso fenomeno dell’inflazione legislativa che ha compromesso la certezza del diritto.

La fonte di questa degenerazione risiede principalmente nell’irrazionale fede nella democrazia rappresentativa concepita come una fonte del diritto che può assumere i più svariati connotati secondo come mutano le maggioranze alternate, con i loro accordi politici e secondo il volere di determinati gruppi sociali, i cui interessi di parte rappresentano. La classe politica italiana, dimostrandosi ancora immatura da un punto di vista liberale, sempre pronta a esercitare le sue funzioni più su uno scontro che su un confronto tra diverse visioni ideali e programmatiche, è degenerata verso una deriva di guerra giuridica sconcertante e deleteria per gli interessi del cittadino, utilizzando il potere legislativo come strumento per realizzare e garantire interessi di parte.

Il celebre giurista Bruno Leoni, la cui opera omnia giuridico-liberale è stata sempre e costantemente boicottata dall’intellighenzia collettivistica da un lato e solidaristico-cattolica dall’altro, di cui L’Italia è tuttora permeata radicalmente e per cui sarebbe necessario un cambiamento ab imis fundamentis, sosteneva che la certezza del diritto, inteso come prodotto di una negoziazione di pretese individuali differenti, poteva essere garantita e tutelata applicando la concezione secondo la quale al pari della libertà individuale “nessun libero mercato è veramente compatibile con un processo di legislazione centralizzato da parte di autorità”, perciò “se ammettiamo che la libertà individuale negli affari, cioè il libero mercato, è uno dei caratteri essenziali della libertà politica concepita come assenza di costrizioni esercitate da altri, autorità comprese, dobbiamo anche concludere che la legislazione in questioni di vita privata è fondamentalmente incompatibile con la libertà individuale” e per questo deleteria per lo Stato di diritto.

Il diritto, analizzandolo nella sua genesi storica di matrice giuridica greco-romana e facendo riferimento ai contributi analitici di illustri pensatori liberali come Albert Venn Dicey e Friedrich August von Hayek, è il frutto di una tradizione politica, che si basa sulla concezione che le istituzioni giuridiche sono il risultato di un processo sociale e culturale, secondo un approccio consuetudinario, proprio perché fondato sul principio della massima giuridica opinio iuris atque necessitatis, secondo cui il cittadino acquisisce in modo empirico e non imposto dal cosiddetto “Grande Legislatore” la convinzione che dati comportamenti (quindi date norme) siano giusti e obbligatori e di cui i giureconsulti prendono atto, declinandoli in un sistema giuridico, espresso in codici promulgati dal potere politico. In questo modo lo Stato non esercita le sue funzioni come supremo ordinatore sociale, stabilendo quali siano i comportamenti giusti, tramite la pianificazione e l’incremento della legislazione, ma prende atto delle diverse aspettative dei cittadini, che si manifestano secondo un ordine spontaneo e non pianificato a priori, nello stesso modo di come si genera il linguaggio.

Allo stesso modo, non possiamo peritarci dall’affermare che sarebbe impossibile salvaguardare la certezza del diritto con uno Stato che assomma il potere politico al potere economico, perché come conseguenza verrebbero meno quelle libertà individuali che rappresentano le fonti paradigmatiche del nostro patrimonio esistenziale. L’irrefrenabile regresso economico, giuridico e di conseguenza culturale, che stiamo vivendo, si fonda, quindi, sull’idea che per realizzare il processo di democratizzazione e la cosiddetta “giustizia sociale”, siano necessarie la pianificazione economica e quella legislativa, a svantaggio del processo di formazione spontanea delle istituzioni sociali e delle regole di condotta generali astratte, che consentono la realizzazione dei fini individuali. La suddetta visione statalista vuole imporre dei comportamenti che prevalgono sulle libertà individuali, che vengono riconosciute tali solamente se conformi alle finalità sociali pianificate dal legislatore.

Con un sistema politico e sociale improntato sull’ideologia pianificatrice, o per citare i termini usati da von Hayek, dello “scientismo” e del “razionalismo costruttivistico”, secondo la quale il legislatore è onnisciente, si crogiola, lievitando in modo esorbitante, l’elefantiaca burocrazia, che va in solluchero con i suoi lunghi tempi di esercizio, molto spesso annosi e per questo fonte di ingiusti ritardi, tutto a danno della tutela e del rispetto dei diritti dei cittadini. Come preconizzò Bruno Leoni, stiamo inequivocabilmente assistendo a una progressiva devastazione del nostro ordinamento a causa sia dell’incessante delirio demiurgico dell’invadente Stato e sia delle metastasi normative che il “corrotto” sistema politico ha generato e che stanno distruggendo il nostro Stato di diritto.

Se il diritto è il risultato finale della convergenza inintenzionale di individuali comportamenti spontanei, come avviene con la moda, il mercato, le arti e la stessa evoluzione scientifica, come si può accettare che esso invece sia il prodotto di una codificazione legislativa imposta dall’alternarsi di maggioranze dispotiche, che dimostrano di essere solamente delle lobby liberticide!?

Legem brevem esse oportet” (Lucio Anneo Seneca)