Balneari: una categoria in lotta per un privilegio

Uno degli eventi per cui la “Lady di Ferro”, l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher, viene abitualmente ricordata, è il braccio di ferro coi minatori a metà degli anni Ottanta. Il Governo conservatore insisteva per tagliare i finanziamenti all’industria del carbone e per dismettere una parte delle miniere, diventate ormai inutili in un tempo in cui l’utilizzo del carbone come fonte di energia già iniziava a declinare. I minatori, dal canto loro, con l’appoggio dei sindacati, difendevano posti di lavoro ormai superflui e la permanenza della categoria in una condizione privilegiata rispetto a quella di ogni altro lavoratore inglese, di gran lunga meno garantito.

Notevole come qualcosa di molto simile stia avvenendo anche in Italia: se sostituiamo al termine “minatori” la parola “balneari” il gioco è fatto. Sono anni, infatti, che questo settore è in guerra contro ogni ipotesi di liberalizzazione delle concessioni demaniali delle spiagge. Sono anni che riesce a bloccare ogni tentativo in questo senso: l’ultimo, in ordine di tempo, quello del recente Ddl Concorrenza del Governo di Mario Draghi; e questo anche grazie alla complicità di uno dei suoi storici difensori, la Lega, da sempre fervente oppositrice di provvedimenti simili. Proprio come Fratelli d’Italia, infatti, il Carroccio pensa che le spiagge siano una ricchezza nazionale, e come tali non possano essere immesse sul mercato o “essere svendute”, come si dice da quelle parti. Mentalità da piano quinquennale. Forse non hanno capito che le liberalizzazioni e le privatizzazioni vanno proprio nella direzione di valorizzare il patrimonio nazionale, facendo in modo che diventi di proprietà o sia dato in gestione a chi ha tutto l’interesse a renderlo più produttivo ed efficiente possibile. Tutelare il patrimonio nazionale non vuol dire fare in modo che venga gestito da una corporazione in regime monopolistico, ma affidarlo a chi può trarne il meglio, per se stesso, per chi beneficia direttamente del servizio e per l’economia in generale.

I balneari, dal canto loro, sostengono di aver investito sulle loro attività e di non essere per nulla intenzionati a sostenere la concorrenza dinanzi alla quale li metterebbe una eventuale liberalizzazione. Ora, quale imprenditore non ha investito e non investe praticamente ogni giorno nell’attività che gestisce? E in quale settore dell’economia non c’è concorrenza? Il fatto di aver investito nella propria attività non è una buona ragione per pretendere un trattamento di favore da parte dello Stato: altrimenti tutte le imprese dovrebbero essere soggette a tutela speciale. Né, se si vuole essere imprenditori, si può pensare di sottrarsi alla competizione. Questo ci fa capire come quella dei balneari sia una categoria di privilegiati che non vuole sottostare alle dinamiche di mercato e che, per evitarlo, si rifugia nella lagnanza e nella richiesta di protezione politica. I balneari, semplicemente, sono imprenditori garantiti che vogliono sottrarsi alla potenziale concorrenza data dalla liberalizzazione del loro settore: dire di aver investito, di aver ereditato l’attività dal padre o dal nonno e altre motivazioni “sentimentali” è solo una scusa per poter evitare la competizione coi nuovi investitori; per evitare di rinnovarsi, di impegnarsi per offrire un servizio sempre migliore a un prezzo sempre più basso; per adagiarsi comodamente e crogiolarsi nell’inerzia. La verità è che non c’è alcuna ragione per cui chi ha sempre agito in regime di sostanziale monopolio dovrebbe continuare a farlo; né per lasciare che un dato comparto economico continui a essere gestito sempre dallo stesso gruppo ristretto di persone.

Finora, in Italia, abbiamo tirato a campare sulla questione (come su quella dei commercianti ambulanti) sulla base del cosiddetto “diritto di insistenza”, in virtù del quale al concessionario uscente erano garantite condizioni più favorevoli per continuare a usufruire della concessione di cui era già beneficiario. Nel 2010 tale diritto venne abolito (dopo che l’Unione europea aveva aperto una procedura d’infrazione per violazione delle regole sulla concorrenza) e sostituito da una norma che prevede il rinnovo delle concessioni ogni sei anni, a sua volta bocciata dalla Corte di Giustizia europea, la quale sottolineò come neanche questa normativa fosse conforme alle direttive comunitarie sulla concorrenza, e invitò quindi l’Italia a legiferare. Nel 2018, il Governo “gialloverde” ha agito in senso contrario, rinnovando per quindici anni le concessioni balneari esistenti, cosa che ha portato all’apertura di un nuovo procedimento d’infrazione nei confronti dell’Italia.

La sentenza del Consiglio di Stato che annulla tutte le concessioni esistenti, quindi, arriva come una vera e propria “manna dal Cielo”: entro il primo gennaio del 2024 il settore dovrà necessariamente essere liberalizzato. Gli operatori del settore, pertanto, invece di continuare a piangersi addosso, di andare a protestare davanti alla Cassazione (come sembrerebbero intenzionati a fare) o di inveire contro l’Unione europea o lo Stato italiano, farebbero meglio a rimboccarsi le maniche e a studiare un modo per cominciare a rendere il servizio da loro offerto più efficiente ed economico, in previsione della concorrenza che tra poco inizieranno a subire. Contrariamente alla concezione statalista – che in Italia è dominante, non solo tra i politici e gli economisti, ma anche tra molti operatori economici – la competizione non è affatto un problema: serve a rinnovarsi, a capire meglio le aspettative dei consumatori, a migliorare, a offrire un prodotto sempre più conveniente. In altri termini, è un processo di scoperta e di miglioramento di cui beneficiano anche e soprattutto gli stessi imprenditori. Laddove non c’è concorrenza, l’offerta di un servizio è generalmente inadeguata alle esigenze e alle aspettative dei consumatori, che in questo caso sono i turisti.

Tale orientamento sembra essere anche quello del Consiglio di Stato, nella cui sentenza si legge che “il confronto concorrenziale è estremamente prezioso per garantire ai cittadini una gestione ottimale del patrimonio nazionale costiero e una correlata offerta di servizi pubblici più efficiente e di migliore qualità e sicurezza, potendo contribuire in misura significativa alla crescita economica e alla ripresa degli investimenti di cui il Paese necessita.

Della liberalizzazione, inoltre, beneficerebbe quello stesso Stato cui ci si rivolge per ottenere protezioni speciali e garanzie che non hanno alcuna ragion d’essere. Stando al Decreto Agosto del 2020, l’incasso per lo Stato (riferito all’anno precedente) proveniente dai canoni per gli stabilimenti balneari ammonterebbe a soli centoquindici milioni di euro, su un giro d’affari stimato attorno ai quindici miliardi di euro all’anno. Lo stesso Decreto, inoltre, ha innalzato la soglia minima del canone dovuto allo Stato a duemilacinquecento euro, rispetto ai trecentosessantadue precedenti.

A questo punto è lecito domandarsi se continuare a limitare la concorrenza sia un buon affare per l’Italia. Ci accontentiamo delle briciole che possono offrire una cerchia ristretta di operatori del settore quando, con la liberalizzazione, potremmo moltiplicare i profitti ampliando la platea degli investitori. Non ha senso affittare sottocosto il patrimonio pubblico pur di difendere i privilegi di una categoria. E dire che secondo alcuni sarebbe questo il modo migliore di “tutelare il patrimonio nazionale”. E pensare che alcuni hanno l’ardire di definire “svendita” la possibilità di concedere licenze a chi sarebbe disposto a pagarle più profumatamente e che metterebbe sul tavolo un progetto capace di usare quello che gli viene concesso in maniera tale da creare più occupazione e crescita, e non ai soliti noti che tengono in ostaggio la nostra economia con le loro pretese.