Pagina 2 - Opinione del 02-9-2012

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lta professionalità e intel-
ligenza politica», «atten-
zione e simpatia per l’Italia»,
«amichevole rapporto». Sono le
calorose parole che in una nota
del 30 agosto il Quirinale spende
per manifestare all’ambasciata Usa
il proprio cordoglio per la recente
scomparsa dell’ex ambasciatore
statunitense a Roma Reginald Bar-
tholomew. Della morte, avvenuta
domenica scorsa a New York, ha
dato notizia in Italia l’
Ansa
, la
mattina del 28 agosto, riprenden-
do il
Washington Post
. Solo due
giorni dopo, dunque, quattro ri-
spetto alla morte, è arrivato il
messaggio di cordoglio del Colle.
In mezzo, il 29 agosto, veniva
pubblicata postuma, su
La Stam-
pa
, l’ultima intervista rilasciata da
Bartholomew a Maurizio Molina-
ri. Una testimonianza che il diplo-
matico, praticamente in punto di
morte, ha voluto lasciare sui bur-
rascosi anni in cui si trovò alla
guida dell’ambasciata di Via Ve-
neto (tra il 1993 e il 1997). Erano
anche gli anni di Tangentopoli e
non è lusinghierio il giudizio di
Bartholomew sull’operato e i me-
todi del pool di magistrati di Mi-
lano che «nell’intento di combat-
tere la corruzione politica
dilagante – ricorda – era andato
ben oltre, violando sistematica-
mente i diritti di difesa degli im-
putati in maniera inaccettabile in
una democrazia come l’Italia».
Cosa che spinse l’allora ambascia-
tore a troncare il «legame diretto»
che si era instaurato tra il Conso-
lato di Milano e il pool e a rimet-
tere sui binari della politica i rap-
porti tra i due paesi, individuando
nei leader Berlusconi e D’Alema i
nuovi interlocutori.
L’avviso di garanzia recapitato
al neopremier Berlusconi nel bel
mezzo del summit del G7 a Na-
«A
poli fu per Bartholomew «un’of-
fesa» al presidente degli Stati Uniti
Clinton, presente al vertice, perché
il pool «aveva deciso di sfruttarlo
per aumentare l’impatto della sua
iniziativa giudiziaria contro Ber-
lusconi».
Il Quirinale avrebbe potuto dif-
fondere la sua breve nota di cor-
doglio lo stesso giorno della divul-
gazione della notizia della morte
di Bartholomew, il 28 agosto, o il
successivo, insieme ai “coccodrilli”
dei giornali. Perché invece solo il
30 agosto? Un semplice ritardo,
dovuto agli ultimi scampoli di fe-
rie agostane, oppure è lecito ipo-
tizzare che senza l’intervista rila-
sciata a Molinari non ci sarebbe
stata alcuna nota, quindi un modo
per “simpatizzare” con «l’intelli-
genza politica» dimostrata da Bar-
tholomew anche nel formulare i
suoi giudizi sul periodo di Mani
pulite?
di
VALTER VECELLIO
e non è una presa in giro, lo
giudichi il lettore cos’è. Inter-
vistata dal settimanale
l’Espresso
un paio di settimane fa, il ministro
della Giustizia, Paola Severino, ha
detto di avere «molto a cuore» il
problema delle carceri e la «dram-
matica situazione in cui versano»,
e assicura che si è fatto «il possi-
bile, per ora». Che significa «quasi
duemila posti in più con i nuovi
padiglioni, tremila detenuti in me-
no, e altri duemila con gli arresti
domiciliari».
Cinquemila detenuti insomma.
Considerando che la popolazione
carceraria toccava, detenuto più,
detenuto meno, circa 68mila uni-
tà, questo si è fatto il possibile per
ora” diventa ridicolo. Non finisce
comunque qui. Il giorno di ferra-
gosto l’agenzia
Ansa
riferiva quan-
to detto dal ministro dell’Interno,
Anna Maria Cancellieri, nel corso
dei tradizionali collegamenti con
le sale operative: «Nelle carceri
italiane ci sono ad oggi 65.758 de-
tenuti, 706 in meno rispetto al
Ferragosto dell’anno scorso, quan-
do erano 66.464». Cifre ufficiali,
del Dipartimento dell’Amministra-
zione Penitenziaria. Qualcuno evi-
dentemente da i numeri. Il mini-
stro della Giustizia si gloria di un
calo di cinquemila detenuti; la col-
lega degli Interni fa sapere che il
fatto «possibile, per ora», si è tra-
dotto in 706 detenuti in meno ri-
spetto all’anno scorso.
Trascorre ancora qualche gior-
no e Leo Beneduce, segretario
dell’Osapp, uno dei sindacati della
polizia penitenziaria diffonde un
comunicato, debitamente ignorato,
dove si fa presente che i detenuti
hanno nuovamente superato la
quota 66mila per 45.572 posti-let-
to. Accade poi che l’altro giorno
S
Viviene Reading, vice presidente
della commissione europea con
delega alla giustizia, rilascia all’
Av-
venire
un’intervista, nel corso della
quale dice che «un sistema giudi-
ziario efficiente è necessario per
garantire i diritti individuali, ma
anche il mercato economico: ac-
cresce la fiducia dei cittadini e de-
gli investitori. Senza dimenticare
la dimensione europea. Un’impre-
sa spagnola può decidere di com-
petere nel mercato italiano o un
signore francese di acquistare una
casa ad Amalfi. Ed entrambi deb-
bono poter nutrire fiducia nell’ef-
ficienza del sistema italiano. Nel
programma di crescita verso l’Eu-
ropa 2020, l’Unione europea ha
indirizzato all’Italia una serie di
raccomandazioni: riformare la giu-
stizia è fra le più importanti».
Il giorno dopo è la volta del
ministro Severino, intervistata da
La Stampa
. Le chiedono di com-
mentare quanto detto dalla Rea-
ding, e lei: «Abbiamo già comin-
ciato a ragionare con le categorie
interessate, intendo i magistrati e
gli avvocati, sulle possibili solu-
zioni». È l’amnistia come chiedo-
no Marco Pannella e i radicali?
No, perché non ci sono le condi-
zioni politiche; lasciamo perdere
il fatto che le condizioni non ci sa-
ranno mai se non si lavora perché
ci siano. Vediamo, piuttosto, il
frutto del ragionamento ministe-
riale: «L’idea è creare una task for-
ce da dedicare ai fascicoli pendenti
da più tempo. Un’ipotesi è forma-
re dei gruppi di lavoro formati da
un magistrato e due avvocati. Ab-
biamo fatto delle simulazioni: se
applicassimo 200 persone a smal-
tire le cause in appello che sono
in attesa da oltre tre anni, calco-
lando 40mila sentenze l’anno, im-
piegheremmo cinque anni per az-
zerare l’arretrato complessivo.
Con lo stesso metodo, impiegando
30 unità al lavoro in Cassazione,
occorrerebbero dieci anni. E’ chia-
ro che se aumentiamo le persone
disponibili, diminuiscono i tem-
pi...». «Idea», «ipotesi», «un ma-
gistrato e due avvocati»... Per ar-
rivare a duecento occorre trovare
a settantina di magistrati e cento-
quaranta avvocati: scelti chissà in
base a quale criterio, e comunque
in cinque anni è fatta.
Sì, decisamente ci stanno pren-
dendo in giro.
II
POLITICA
II
K
Paola SEVERINO
segue dalla prima
Ryan e la Rand
(...) prima di tutto, “realista” e nemica di
ogni utopia. Warsamé Dini Casali, etichetta
Paul Ryan come un «devoto fedele della “sa-
cerdotessa” del capitalismo selvaggio Ayn
Rand». Secondo Domenico Maceri, su Altro
Quotidiano il 19 agosto, scegliere Paul Ryan
come vicepresidente vuol dire abbracciare
«Il bilancio e la filosofia di Ayn Rand». E
cioè? «Fondamentalmente Ryan ridurrebbe
il bilancio tagliando fondi ai più poveri, ri-
ducendo Medicare e Medicaid, riducendo
le tasse dei ricchi, rubando ai poveri per ac-
contentare i benestanti».
Avete capito, allora, perché si cita, anche a
sproposito, la Rand? Per gridare “al lupo!”
liberista. Basta un vicepresidente che pro-
pone qualche taglio ad una spesa pubblica
insostenibile, perché si levino grida di allar-
me.Riformare Medicare, dando buoni-sanità
agli anziani (come propone Ryan) per i no-
stri commentatori equivale già ad essere un
“predatore”. Perché non c’è alcuna fiducia
nel libero mercato, solo nel governo. Dimen-
ticando l’azione realmente predatoria dello
Stato, con le sue tasse, le sue leggi arbitrarie,
i suoi divieti, la sua imprevedibilità, si de-
monizza il potere economico e si invoca
l’aiuto del potere politico. A questi signori,
negli anni ’60, Ayn Rand già rispondeva:
«Avete detto che non vedete alcuna diffe-
renza fra il potere economico e quello po-
litico, fra il potere della moneta e quello dei
fucili, nessuna differenza fra la ricompensa
e la punizione, nessuna differenza fra il gua-
dagno e il furto, nessuna differenza fra il
piacere e il terrore, nessuna differenza fra
la vita e la morte. Ora state iniziando a ca-
pire quale sia la differenza».
STEFANO MAGNI
L’avvocato nazista
(...) Invece l’avvocato della sua famiglia, il
palestinese Hussein Abu Hussein, aveva di-
chiarato alla stampa che «...questo è un
giorno nero per gli attivisti dei diritti umani
e per le persone che credono nei valori della
dignità. Siamo convinti che questa è una de-
cisione sbagliata per tutti noi, innanzitutto
per i civili e gli attivisti per la pace».
Fin qui niente di strano. Cosa aspettarsi da
una parte civile se non tentare di fare con-
dannare l’imputato, cioè l’esercito israeliano?
Però lo stesso legale non aveva usato un to-
no così anodino e professionale solo un paio
di mesi fa quando venne intervistato dal-
l’attore arabo-israeliano Mohammad Bakri
nel suo programma settimanale sulla Tv pa-
lestinese. «La Germania nazista – esordì l’av-
vocato della famiglia Corrie - fu per un bre-
ve periodo uno stato basato sul diritto e
trovò copertura nella legge. Lo stato di Israe-
le invece venne fondato sin dall’inizio sulla
rapina e sul furto della patria di una nazio-
ne. In realtà, la definizione legale vera e cor-
retta di quello che è successo ai palestinesi
è furto di patria». E ancora: «Soffriamo una
grande ingiustizia dal mostro gigante. Que-
sto mostro ci attacca quotidianamente e
morde la nostra carne nel Negev, in Galilea,
nella regione del Triangolo, a Gerusalemme
e nei territori occupati di Cisgiordania e Ga-
za. Ogni giorno morde il nostro corpo». A
quel punto l’attore Mohammad Bakri, lo
ha ulteriormente incoraggiato a spararla
grossa proferendo queste parole: «Voglio
calpestare la testa di questo mostro». E l’av-
vocato Hussein Abu Hussein non si è fatto
pregare: «Noi tutti vogliamo calpestare la
sua testa, ma parlare non basta. Ognuno ha
il proprio ruolo». Già. Il suo ruolo, però,
dovrebbe essere quello di fare gli interessi
della famiglia di Rachel Corrie. Cui andreb-
be chiesto se chiede giustizia o in alternativa
le andrebbe bene anche la semplice distru-
zione dello stato degli ebrei.
DIMITRI BUFFA
Giustizia e carcere: l’ultima
presa in giro del governo
Le condoglianze
e il ritardo tattico
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Due ministri di Monti
che rilasciano
dichiarazioni del tutto
contraddittorie.
Poi arriva anche l’Ue.
E intanto i problemi
del sistema giudiziario
restano irrisolti
K
Reginald Bartholomew
L’OPINIONE delle Libertà
DOMENICA 2 SETTEMBRE 2012
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