Jacovacci, la rivincita   della memoria

Una sorta di giustizia postuma, per il campione sportivo italo-congolese Leone Jacovacci, che per il colore della sua pelle fu cancellato dalla Storia dalla dittatura mussoliniana. A rendergli onore, a novant’anni di distanza, arriva ora il documentario “Il pugile del Duce”, distribuito dall’Istituto Luce proprio dal 21 marzo, giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Ce lo presenta il regista, Tony Saccucci.

Chi è stato questo atleta?

Un pugile di colore sotto il Fascismo, fortissimo e amato, che nell’incontro del 24 giugno del 1928 a Roma, nell’attuale Stadio Flaminio, davanti a circa 40mila spettatori diventò campione europeo dei pesi medi al termine di un incontro in cui lo sfidante era un bianco, Mario Bosisio. Dopo due giorni, “La Gazzetta dello Sport” scrisse: “Non può essere un nero a rappresentare l’Italia all’estero”, e da quel momento iniziò l’operazione di censura e oblio.

All’epoca, l’Istituto Luce tagliò anche i minuti finali delle immagini dell’incontro.

Il filmato finisce di colpo a metà della quindicesima ripresa, e nei cartelli posti ad ogni intervallo c’è sempre scritto “Bosisio (l’avversario, ndr) resiste a Jacovacci”, per cui non si capisce chi abbia vinto. Sono anche sparite tutte le fotografie di quella sera, il campione non esiste.

L’ambiente sportivo, allora, era ancora simbolo di pulizia e onestà. Come avvenne questo sopruso?

L’incontro, che diventò un simbolo, fu gestito dal partito, perché forse fu il più grande, eccezionale evento sportivo di quegli anni, il primo ad andare in radiocronaca diretta; furono organizzati treni speciali, navette, ed erano presenti i più importanti nomi del regime. Per raccontare la vita di Leone fino al 1927 abbiamo utilizzato la biografia opera di Edoardo Mazzia, presidente della federazione pugilistica, il quale scrisse che Jacovacci era stato trattato male e gli spettava una rivincita già rispetto a un incontro precedente, dichiarato nullo quando invece lo aveva palesemente vinto, perché così avrebbe dimostrato di essere un grande campione. Jacovacci la ebbe, quell’occasione, vinse, e però fu cancellato.

Lo sport fu trasformato in una delle espressioni del regime.

Come racconta Mauro Valeri, l’autore del libro “Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci, l'invincibile mulatto italico” da cui ho tratto la storia, a partire dal 1926 il Fascismo cominciò ad investire anche nello sport, e allora il pugilato era “lo sport”, i quotidiani dedicavano tutte le prime pagine a questa disciplina. Jacovacci padre aveva portato Leone via dall’Africa a tre anni, nel 1905, c’è l’originale del notaio in cui egli dichiarava che il bambino era italiano perché figlio suo, ma da adulto Leone ci mise quattro anni a farsi riconoscere una cittadinanza che gli spettava di diritto. Poi, nel 1928, il Fascismo si trovò a gestire la grossa grana di un pugile di colore, italiano, famoso in tutta Europa, forse in quel momento uno dei più forti al mondo. Il paradosso è che egli vinse il titolo e iniziò la sua rimozione dalla Storia, mentre nello stesso anno - guarda caso - combatté il suo primo incontro ufficiale Primo Carnera, che poi diventò l’idolo del regime, campione mondiale dei pesi massimi nel 1933.

La carriera di Jacovacci era cominciata a Londra, per proseguire poi a Parigi, ma anche all’estero esistevano limitazioni rispetto al colore della pelle.

Studiando, mi sono accorto che in Inghilterra i pugili di colore combattevano perché facevano folklore, e lo facevano per la borsa, tanto che Jacovacci iniziò perché una sera sostituì - per cinque sterline - un pugile nero che non si era presentato, e vinse l’incontro per Ko. Poi si spostò a Parigi, dove rimase un bel po’, però anche lì non poté combattere per un titolo perché non aveva una cittadinanza, si faceva chiamare Jack Walker e aveva un falso documento d’identità. Nel 1922 si palesò di nuovo come italiano, tanto che da quel momento in poi i giornali lo chiamavano indifferentemente Walker o Jacovacci.

Come ha conosciuto questa storia e deciso di farne un racconto filmico?

Alla presentazione di un libro di Valeri sulle Olimpiadi del 1936. Alla fine, abbiamo chiacchierato e lui mi ha regalato il suo “Nero di Roma”. Sono rimasto letteralmente folgorato da questo testo di 480 pagine con una ricostruzione molto attenta, profonda, documentata, e abbiamo cominciato a scriverne la sceneggiatura. Una sera, Mauro mi ha raccontato il motivo per cui ha lavorato sei anni su una biografia molto difficile, che non poteva avere una grande diffusione, e gli ho detto: “Tu sei parte integrante del documentario, perché voglio raccontare anche la tua storia”. Così, oltre ad essere il narratore, Valeri è in parte anche protagonista, ma non posso svelare il perché, bisogna vedere il film.

Il colore della pelle continua ad essere un problema, non a caso il film esce il 21 marzo.

Sarà in varie città, in parecchie sale, ed essendo un documentario siamo molto contenti. Ne hanno scritto i principali quotidiani nazionali, con firme importanti, e addirittura la Cnn: forse stiamo per riscattare sul serio Leone Jacovacci, sarebbe la sua rivincita.