L'eredità di Friedrich A. von Hayek /2

Pubblichiamo il testo integrale della relazione tenuta dal Prof. Lorenzo Infantino (titolare della cattedra di Metodologia delle Scienze Sociali all'università Luiss Guido Carli di Roma) al Festival della Cultura della Libertà che si è tenuto lo scorso 28 gennaio a Piacenza. Oggi pubblichiamo la seconda puntata (di quattro). Clicca qui per leggere la prima puntata.

Se il mercato è prima di ogni altra cosa un procedimento di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori, ogni intervento che alteri tale procedimento comporta una manomissione della libera mobilitazione della conoscenza e dell’allocazione delle risorse. Il che mina l’efficienza dell’attività economica, proprio perché viene colpito l’utilizzo delle conoscenze di tempo e di luogo e la canalizzazione delle risorse che, in assenza di interferenze autoritative, viene posta in essere. Dal punto di vista strettamente economico, ciò vuol dire che gli impieghi di capitale saranno coercitivamente sottratti a settori che possono sopravvivere e svilupparsi senza la protezione politica e vengono convogliati verso settori che, senza quella protezione, non potrebbero stare sul mercato. C’è una caduta della produttività, che viene presto accompagnata da un deterioramento della posizione relativa occupata in campo internazionale. Ma i difensori delle interferenze autoritative osservano soltanto gli effetti di breve termine, individuati nel salvataggio (provvisorio) delle attività sussidiate. Tralasciano le conseguenze di medio e lungo termine, che impongono nuovi interventi a favore delle iniziative sotto protezione. E cancellano il fatto che le risorse utilizzate sono sottratte allo sviluppo di attività efficienti, alla crescita della produttività e del prodotto.

Anche se nella storia della teoria economica sono stati numerosi i pensatori che hanno criticato l’interventismo statale (anzi, possiamo dire che l’economia politica è nata come critica dell’interventismo), Hayek è stato colui che meglio ha indagato il legame che unisce lo sviluppo economico alla mobilitazione delle conoscenze di ciascuno. Ha in tal modo dato alla libertà individuale di scelta una base gnoseologica, che costituisce il prioritario argomento per tenere ben distinta l’attività economica da quella politica e limitare contestualmente il potere pubblico. Ecco perché il suo principale obiettivo polemico è stato quella situazione politica che egli stesso, nel corso di una conversazione pubblica con James M. Buchanan, ha definito «democrazia illimitata», quel contesto in cui «non è più la volontà o l’opinione della maggioranza […] che determina cosa debba fare il governo, ma è il governo che è costretto a soddisfare ogni tipo di interesse particolare, allo scopo di mettere assieme una maggioranza». È la sistematica aggressione alla sovranità della legge e il trionfo della sovranità parlamentare, di qualunque cosa cioè venga approvata dai corpi legislativi. Il che (ha precisato Hayek) «porta alla barbarie, non perché sia dato il potere ai barbari, ma perché lo si è slegato dai freni delle norme, producendo così effetti che sono inevitabili, quali che siano le persone a cui il potere stesso viene affidato».

Diviene allora impossibile «far prevalere princìpi generali». Per rimanere tale, la maggioranza «deve continuamente» “remunerare” il sostegno dei diversi gruppi attraverso la concessione di benefici e favori particolari. Il «processo di contrattazione non è altro che un accordo per assistere i propri sostenitori a spese» di quanti non hanno “protezione” politica o che danno il proprio consenso nell’illusione di poter al loro volta ottenere dei vantaggi. Si moltiplicano i provvedimenti che nulla hanno a che vedere con il diritto e che sono emanati sotto la spinta degli interessi più disparati. La legge viene sostituita dalla legislazione, che è lo strumento normativo dell’interventismo economico. Si afferma il “governo degli uomini”. L’uguaglianza dinanzi alla legge, che è l’unica uguaglianza liberale, viene divelta. L’allocazione autoritativa delle risorse prende il posto dell’allocazione competitiva. La pólis si trasforma in oikía o, per usare lo specifico linguaggio di Hayek, l’ordine sociale basato sulla libertà individuale di scelta (il cosmos) cede il passo a un ordine prescrittivo (taxis), che viene variabilmente orientato e riorientato a seconda degli interessi che di volta in volta si coagulano. La politica diventa «lotta per il potere», condotta da parte di «interessi organizzati», che utilizzano l’idea della cosiddetta «giustizia sociale» come “copertura” delle proprie reali finalità.

Tale situazione è l’habitat di un demi-monde affaristico, che è il puntuale portato di ogni tipo di interventismo. Ed è a ciò, Hayek ha affermato, che la politica deve la «propria cattiva reputazione tra la gente comune, poiché si è consapevoli che essa è finalizzata a una serie di contrattazioni tra interessi particolari». Non c’è quindi una causa morale della decadenza politica, ma c’è una causa politica della decadenza morale: perché la decadenza morale è semplicemente l’altro volto della dissipazione, dovuta alla manomissione del processo competitivo di esplorazione dell’ignoto e alla conseguente allocazione autoritativa delle risorse. Viene anzitutto colpita l’attività economica, ma è la stessa politica a rimanere vittima della logica spartitoria che ha abbracciato.

Che la «democrazia illimitata» produca tali esiti non è una sorpresa. Hayek si è spinto indietro nel tempo. Ha mostrato come l’aggressione al “governo della legge” abbia prodotto sempre le stesse conseguenze. Ha richiamato Senofonte, il quale aveva già chiaro il problema: «In un’occasione memorabile gli ateniesi riuniti dichiararono mostruoso che fosse loro impedito di fare qualsiasi cosa avessero deciso; nessuna forza esistente avrebbe potuto limitarli; decisero che nessun dovere avrebbe dovuto limitarli e che non sarebbero stati vincolati da alcuna legge non fosse stata fatta da loro. [E,] in questo modo, l’emancipato popolo di Atene divenne un tiranno».

Hayek si è inoltre rifatto ad Aristotele, il quale non aveva esitato ad affermare che «dove le leggi non sono sovrane […], tale democrazia non è assolutamente costituzionale». Ma Aristotele aveva fatto di più. Aveva compreso che «nelle città in cui la democrazia governa secondo la legge, non si ha il demagogo […], mentre i demagoghi sorgono dove le leggi non sono sovrane: il popolo diventa allora il vero monarca, ed esso è costituito dai più, i quali sono signori, non presi uno per uno, ma tutti insieme». Sottolineava che, «trovandosi in queste condizioni ed essendo perciò una specie di monarca, [il popolo] cerca di esercitare il suo dominio da solo, rifiutando l’autorità delle leggi, e diventa dispotico, vengono in onore gli adulatori e questa democrazia diventa analoga a quella monarchia che si chiama tirannide»; ossia: se la pólis assume il compito di allocare le risorse economiche, i demagoghi e i loro apparati prendono il sopravvento. E non solo. Aristotele sapeva inoltre che, dove tutto si regola con i decreti, non c’è «democrazia nel vero senso della parola, perché nessun decreto è universale». Riteneva che fosse necessario evitare la distribuzione di «beni in eccedenza»: perché «coloro che li ricevono ne chiedono di nuovo». Il che alla fine significa trovarsi nell’impresa impossibile di «riempire un vaso forato». Non diversamente da Senofonte, Aristotele aveva consapevolezza di quale via potesse imboccare la «democrazia illimitata». E, sebbene non fosse riuscito a vedere il problema della mobilitazione della conoscenza o ad avere padronanza dei meccanismi economici, era giunto ad afferrare quanto importante fosse impedire che il potere pubblico allungasse le proprie mani sull’attività economica.

(2/continua)