La normalità mostruosa. Come quella mostrata dal personaggio di Nicole Kidman, nel film "Il sacrificio del cervo sacro", nelle sale dal 28 giugno per la regia di Yorgos Lanthimos. Lei, la protagonista Anna, medico oculista, moglie del famoso cardiochirurgo Steven Murphy e madre di Kim, una giovane adolescente appena sbocciata, e di Bob, un ragazzino di dieci anni. Una donna giovane e molto bella, in grado di sfidare le arti oscure del sortilegio e della magia nera che origina da luoghi imprevedibili, come gli occhi iniettati di sangue di Martin, un sedicenne dislessico con evidenti difficoltà socio relazionali. Ma chi è costui e perché suo marito Steven ne coltiva la conoscenza e la frequentazione presentandolo addirittura in famiglia, lasciando persino che di lui si innamori la sua giovane figlia? L’incubo della morte è un valico tra presente e futuro che la famiglia Murphy è costretta ad attraversare vivendo in tutti i suoi terribili passaggi il dramma di una malattia inspiegabile che improvvisamente colpisce i suoi due figli. Nessuna conoscenza medica è in grado di assicurare una cura efficace per impedire l’esito infausto del sortilegio, che origina dalla vendetta biblica di “occhio-per-occhio, dente-per-dente”.

Solo "il sacrificio del cervo sacro”, di quanto cioè un uomo può avere di più caro al mondo, può pareggiare i piatti della bilancia del dare e avere tra vita e morte. A meno che ce ne sia un altro, subliminale, che scambi il padre morto con un altro vivente strappandolo alla moglie legittima e alla sua famiglia, per metterlo a capotavola di un desco rimasto senza padrone e protezione. Non serve a nulla, poi, prendere prigioniero lo stregone e torturarlo perché il suo essere magico lo rende immune alla sofferenza fisica e la morte non ne annienta la capacità distruttiva, demolitrice, che agisce come un'invisibile radiazione che corrompe le cellule e le fa sanguinare senza alcuna intromissione apparente. La mente di chi condiziona e di chi ne subisce il fascino marcescente sono perfettamente allineate sul piano della reciproca incurabilità. Le soluzioni saline ipervitaminiche non servono a tenere in piedi chi non vuole più rialzarsi per condizionamento isterico, così come un ipnotizzato non può mai risvegliarsi se non al comando del suo ipnotizzatore. Il  film è un'orripilante cavalcata sull'impotenza della scienza e della medicina avanzata moderna, che nulla può contro le credenze del malocchio cui tuttavia guarda con assoluto disprezzo.

Ma non come farebbe una ragazza nigeriana indotta a prostituirsi perché vittima di un rito woodoo, in barba al nostro diritto penale e alla tradizione illuminista che ci contraddistingue. È l'adiacenza indissolubile tra la Materia Oscura e quella Apparente che rende impraticabile la loro separazione, perché gli strumenti dell'una non hanno nessun effetto né visibilità in quello dell'altra. Come accade per le mitiche "Finestre temporali" della Teoria della Relatività si può misteriosamente scivolare dall'una nell'altra dimensione, senza che vi sia mai una bussola, un percorso tracciabile di andata e ritorno. E le menti dei protagonisti, la famiglia Farrell e il loro figlio oscuro, Martin, sono tutti in questa partita la cui unica soluzione "win-win" è la roulette russa del tamburo dell'arma che ruota con un solo colpo nel caricatore. Laddove il mirino cieco si arresterà, un tentativo dopo l'altro, partirà infine la freccia mortale destinata a colpire il cuore innocente del cervo sacro di cui solo il Destino conosce l'identità finale, mentre la morte lo cerca giocando a moscacieca.