L’anno su Leonardo da Vinci sta per finire e si sta per aprire l’anniversario della scomparsa di Raffaello Sanzio e il centenario dell’impresa di Fiume.

Le prime due ricorrenze sono legate tra loro da continuità storica e artistica, mentre la terza è a sé stante e non ha nulla da condividere con le precedenti; però una cosa accomuna tutte e tre e cioè che per Leonardo abbiamo dovuto sopportare dodici mesi di banalità, superficialità, anche con qualche distratto errore, che ne hanno fatto una specie di macchietta da ricovero coatto, come se non fosse bastato il delirio di Dan Brown anni fa e la rilettura del Vinciano in Non ci resta che piangere, di Troisi e di Benigni.

Tanto su Leonardo si può dire qualsiasi cosa, nessuno vi farà causa, non l’hanno fatta a Marcel Duchamp figuriamoci se qualche erede di Francesco Melzi vi cita per danni o per diffamazione. Anche se in qualche caso dovrebbero, visto il livello di furiose sciocchezze che abbiamo dovuto ascoltare e leggere sull’argomento. Quindi, esaurito – in ogni senso – il povero Leonardo, adesso passeranno a devastarci le meningi e non solo, con quel bel giovine di Raffaello, quasi certamente ammorbandoci che il consueto repertorio di fornarine e papi compiacenti. Ma l’Urbinate è morto giovane, quindi a differenza del suo “maestro” fiorentino lascia meno spazio alle fantasie malate degli incolti e dei tuttologi di quart’ordine. Sopporteremo anche questo, l’Arte ha sofferto ben di peggio che i modesti commenti di scrivani in cerca di un istante di notorietà.

Infine c’è l’epica fiumana che, ripeto ancora una volta, si colloca quattrocento anni dopo la morte dei due eccelsi artisti e nulla ha a che spartire con quel periodo. Che la si valuti per l’importanza che ha e che ha avuto, nella sua breve durata, nel Novecento. Più di quanto si creda, molto meno di quello che si vorrebbe far credere.

Il Vate, a lungo negletto nelle accademie d’Italia e nella scuola, oggi gode di un’improvvisa e anche doverosa notorietà e rivalutazione, sia come uomo d’azione sia come poeta e scrittore tanto da aver generato opere pregevoli a lui legate, come il romanzo Le stelle danzanti di Gabriele Marconi, appena riedito per Castelvecchi e altri, a volte troppi. Amato-odiato dal Fascismo e da Mussolini, D’Annunzio è e resta comunque una figura poliedrica e complessa, non certo paragonabile ad altri grandi che lo hanno preceduto o sono stati suoi coevi, a cominciare da William B. Yates ed Ezra Pound, ma pur sempre degna di rispetto e studio, di là da ogni eccesso di valutazione o denigrazione gratuita e partigiana.

Fiume, la Reggenza del Carnaro, ebbe vita breve, durò appena cinquecento giorni circa di luci, indubbie, e ombre, molte e discutibili, ma è giusto che la si ricordi perché fu l’ultimo momento in cui l’Italia ebbe ancora gli antichi confini imperiali; tuttavia furono a malapena neanche due anni, mentre oggi noi ancora ricordiamo i duecento anni corruschi e oscuri che videro risplendere Leonardo, Raffaello e molti altri immortali, e quella fu vera gloria.