Il coraggio di saltare nell’abisso infinito del proprio cuore

Il mondo contemporaneo, quella realtà tanto desiderata da alcuni che neanche immaginano questa sia soltanto una delle innumerevoli esistenti, anche se l’unica data loro e che essi vedono, incapaci di aprire le porte su altre dimensioni, sta subendo le scosse telluriche di qualcosa che da troppo tempo credeva di aver lasciato dietro di sé.

Ora, una delle tante epidemie, uno dei tanti virus che accompagnano l’uomo sin dalla sua comparsa sulla Terra, sta mietendo vittime forse più ancora per l’errato atteggiamento posto nei suoi confronti che per la sua stessa nocività. Ciò che infatti differenzia l’attuale società umana da quelle precedenti, che vorremmo chiamare “tradizionali”, è la perdita del suo rapporto con la morte. Questo virus spaventa perché l’uomo postmoderno ha perso completamente il senso della fine terrena della vita; nascondendola, dimenticandola, cercando di non porre mai l’attenzione sul fatto che l’uomo nato mortale sia destinato a ritornare polvere. L’indubbio miglioramento del tenore di vita del mondo occidentale, tecnologico, iperconnesso, ha illuso i suoi stessi abitanti di aver raggiunto una quasi immortalità, perdendo dunque quel sentimento di pietas che era dei nostri antichi, forse ancora dei nostri nonni. Questo senza diventare alfieri della rassegnazione, ma al contrario consapevoli che la vita vada pienamente vissuta.

 Il problema è dunque l’ipersostenuta secolarizzazione di una “civiltà” che ha creduto ciecamente, fideisticamente, per decenni, nella nuova religione giacobina della scienza e della razionalità materialista; la Dea Ragione illuminista ha edificato i propri templi con i suoi migliori sacerdoti, quegli scienziati che – privi di “canoscenza” – hanno ridotto ogni cosa al sacro verbo galileiano.

Nel suo saggio Eros e magia nel Rinascimento, lo storico delle religioni Ioan Pietro Culianu, descrisse i «sottili processi della magia, scienza del passato, del presente e del futuro», e ne segnalò la transizione accelerata dal secolo Decimonono improntato al materialismo scientista a un Novecento relativista, dove ogni cosa si fa liquida e indeterminata e si sono persi tutti i punti cardinali. I tre ultimi secoli, ma forse ancora maggiormente Ottocento e Novecento, ci hanno dunque portato ad assistere al trionfo della modernità, di una medicina secolarizzata, di una scienza sempre più spinta ai limiti non solo dell’esterno ma dell’interno, sempre più giù nel profondo sino a far emergere i démoni dell’Id.

La religione atea e laica dello scientismo, ha quindi raggiunto il punto di non ritorno proprio nel primo ventennio di quel Nuovo Millennio tanto auspicato come foriero di un’acquariana civiltà globalizzata di pace, di un “futuro d’argento” costituito da una perenne crescita felice, in un mondo di torri di porcellana e acciaio adamantino. Si è creduto in una Nuova Atlantide che adesso sta inabissandosi sotto gli occhi di coloro che non ci credono, attoniti e sgomenti perché illusi.

Auguste Comte, razionalista tra i più acerrimi, aveva infatti decretato proprio come la scienza sarebbe assurta al rango di nuova religione per il mondo a venire: «Tra cinquant’anni gli scienziati predicheranno il positivismo a Nôtre-Dame!». Curioso fatto, in tutti i secoli precedenti a questo, l’inizio della nuova centuria era stato segnato da un rinascere, da un’esplosione fruttifera di arti, di sapienza e di bellezza… Il Ventunesimo secolo invece, non ha prodotto alcunché nei suoi primi vent’anni tranne paura e sconforto. Non vediamo alcun Nuovo Rinascimento intorno a noi, soltanto vessilliferi della mediocrità, della banalità e dell’asservimento ai luoghi comuni della globalizzazione.

Ciò che personalmente mi conforta lo trovo nei versi di William Blake e dopo di lui in una frase di Joris Karl Huysmans, che potreste leggere nel suo romanzo demoniaco Là-bas del 1881, che così recita: «Quando il materialismo impera, la magia risorge».

Questo sta avvenendo oggi, in maniera sottilmente invisibile ma presente, con il crollo e il fallimento della scienza materialista in questi ultimi sussulti del Kali Yuga, l’Età oscura. Tutto ciò che è magico, meraviglioso, fantastico, mitico e mistico, inesorabilmente e inarrestabilmente sta risorgendo proprio nei domini di quella stessa scientificità che aveva cercato di annichilirlo, e sarà grazie a questo sentire se l’uomo potrà ancora una volta risollevarsi dalla caduta. Sarà soltanto recuperando il senso della morte che possederemo la vita, ancor più quella eterna, mediante le arti, la bellezza, che esse conducono e servono. La poesia, la musica sconfiggeranno ogni male, anche il virus, perché nessuna forma di morte può avere la meglio sulla vita. Ma vogliono renderci felici delle catene forgiate con la paura e troppi ancora glielo consentono, ignari del fatto che Alexis de Tocqueville dicesse appunto che «I tempi in cui tutte le scienze 

divengono più positive è quello stesso in cui tutto ciò che è più vago, inspiegabile, meno fondato sull’esperienza e sulla ragione si sviluppa e turba maggiormente gli animi». È l’Anima Mundi degli ermetisti rinascimentali, che oggi deve essere risanata e guarita, bisogna ritrovare quella cura per i mali del mondo, celata appunto nel pensiero tradizionale e nella sacralità delle cose, nella realtà che trascende questa realtà, in quella Magia naturale che non è una primitiva forma di scienza ma una concezione differente del proprio essere, del proprio cuore che si pone davanti al reale in maniera completamente altra dalla pura razionalità tanto agognata da Immanuel Kant.

È necessaria allora una nuova alba, un’aurora risorgente che illumini un vero e proprio mattino dei maghi per salvare questa disperata umanità che sembra proprio non voglia essere guarita, e il Graal che contiene in sé la panacea universale può essere rinvenuto soltanto da coloro che avranno il coraggio di saltare nell’abisso infinito del proprio cuore, confidando che esso non li tradirà mai.

(*) Tratto da “Pangea News