La dura lotta per la sopravvivenza del mondo culturale

Il mondo dello spettacolo continua a portare avanti la propria lotta per la sopravvivenza, minata dalla pandemia di coronavirus Covid-19 e dalle conseguenti, forse non del tutto inevitabili, misure restrittive imposte dal Governo per arginare il diffondersi della malattia, che in Italia ha già causato più di 50mila decessi. Un momento drammatico quello attualmente vissuto dalle aziende culturali: il 70 per cento di tali imprese, infatti, stima perdite pari al 40 per cento del proprio fatturato, il 13 per cento oltre il 60 per cento e il 50 per cento è consapevole di andare incontro ad una netta riduzione e ridefinizione delle attività. Bisogna tener conto anche dei tagli all’intero settore, che in 20 anni, secondo quanto riportato da Federculture, ha visto le proprie risorse pubbliche calare del 15 per cento circa (dai 6,7 miliardi stanziati nel 2000 ai 5,7 del 2018).

Per resistere alla crisi economica causata dalla pandemia di Covid-19, le imprese culturali sono state costrette a reinventarsi, iniziando ad investire in modo considerevole nelle nuove tecnologie e nel variegato mondo del digitale. In loro soccorso sono quindi arrivati i social network e i tantissimi servizi telematici di teleconferenza (Zoom, Skype, Jitsi). Da parte del Governo, invece, sono arrivate misure inerenti al Dl Ristori per un totale di un miliardo di euro, che fungeranno da sostegno emergenziale per cinema, teatri e centri culturali. Eppure, il punto debole dell'intero settore, indiscutibilmente travolto dalle regolamentazioni dell’ultimo Dpcm varato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, potrebbe non essere il semplice blocco generalizzato delle attività, bensì la mancanza di coesione, così come la disparità relativa ai vari trattamenti economici, tra gli stessi artisti che animano il mondo della cultura e dello spettacolo. In questo senso, è risaputo che, a fronte di pochissime personalità capaci di guadagnare milioni di euro all’anno, vi siano migliaia di lavoratori che a stento riescono ad arrivare alla fine del mese, strangolati dalle tasse, dalla carenza di risorse pubbliche e ora, al contrario dei colleghi più illustri, anche dalla crisi generata dal coronavirus, che non ha fatto altro che acuire un malessere ormai intrinseco del mondo dell’arte e della cultura, da anni relegato ad un ruolo sempre più marginale dalle istituzioni.

Sulla questione si è espresso Alberto Patelli, regista e attore televisivo e teatrale con all’attivo numerose interpretazioni, anche in serie tv di grande successo come “Il maresciallo Rocca”, per la regia di Giorgio Capitani, in cui ha recitato al fianco del compianto Gigi Proietti, “Romanzo criminale”, per la regia di Stefano Sollima, e “Auguri professore”, per la regia di Riccardo Milani: “Le attività artistiche erano già in sofferenza, soprattutto il settore teatrale, fatta eccezione per qualche finestra privilegiata, e il ritorno economico per gli artisti è sempre stato minimo, per tutti loro sarebbe in ogni caso difficile andare avanti, la situazione ora chiaramente è molto più grave, ma il vero problema è che in Italia la cultura è sempre stata trascurata, accantonata, mi auguro solo che quando ne usciremo quest’annata terribile abbia insegnato qualcosa alle istituzioni, perché i tanti decessi dovuti al coronavirus, in parte sicuramente correlati ai continui tagli alla sanità, sono lo specchio della “malapolitica”. Questa pandemia – ha continuato l’attore – potrebbe quantomeno rappresentare un nuovo inizio, bisognerà capire da dove e come ripartire, e a cosa si dovrà dare importanza, visto che la situazione che stiamo vivendo ora è senz’altro frutto degli errori commessi in passato. D’altronde – ha concluso Patelli – spesso la forza per cambiare le cose arriva solo dopo aver attraversato momenti particolarmente difficili. Mi preme dire, tuttavia, che nel mondo dell0arte c’è ancora troppo egocentrismo, per restituire certezze e dignità ai tanti lavoratori che operano nel settore dello spettacolo e dell’intrattenimento, bisogna restare uniti e mettere gli individualismi da parte”.