Ne ho scritto diffusamente nel mio recente saggio da poco uscito per i tipi di BastogiLibri, Caravaggio – luci ed ombre. Tra Alchimia ed altri misteri, ed è di poche ore fa la notizia che riguarda questo unicum caravaggesco, molto meno noto al grande pubblico e talvolta ignorato anche dai grandi esperti, custodito a Roma e di cui tratto in tale testo. Il commento alla notizia invece, avviene da parte di uno dei migliori storici dell’arte viventi nel nostro Paese, Claudio Strinati, sulle pagine culturali di Repubblica. Strinati chiosa la messa in vendita all’asta del Casino dell’Aurora, il complesso monumentale sito tra via Veneto, porta Pinciana e Villa Borghese, che tra le altre opere d’arte d’insigni pittori, custodisce l’unico dipinto ad olio, murale e non su tela, e dunque non un affresco, come troppe volte errando esso viene definito, esistente e firmato da Michelangelo Merisi meglio noto come Il Caravaggio.

Una storia che riporta alla mente il vecchio e delizioso film Fantasmi a Roma del regista Antonio Pietrangeli, dove però l’artista protagonista, interpretato da Vittorio Gassman è l’avversario giurato del Merisi, ovvero il fantasmatico Giovan Battista Villari detto Il Caparra. Insomma, se qualcuno tra voi possedesse la modica cifra di mezzo miliardo di euro, potrebbe “accaparrarsi”, il prossimo 18 gennaio 2022 il Casino di Villa Boncompagni Ludovisi e con esso la “distillaria” – ovvero il laboratorio alchemico del Cardinal Francesco Maria Bourbon Del Monte Santa Maria, patrono misterioso e sfuggente di Caravaggio, che utilizzò l’artista spesso per scopi poco trasparenti non soltanto come pittore.

Ma anche di questo, la comune vulgata sul Merisi, sempre troppo intenta soltanto a dipingerlo come un Pasolini ante litteram, ne parla poco preferendo dedicarsi ai soliti discorsi sull’invenzione anticipatrice delle luci fotografiche, sul materialismo e su una presunta e mai provata omosessualità dell’artista. Anzi, su quest’ultimo argomento, abbiamo prove certe e contrarie che fanno di Caravaggio sicuramente un tipo molto poco raccomandabile, ma decisamente eterosessuale. Più ancora della famiglia dei Giustiniani fu infatti il porporato ad utilizzare l’arte e la vita stessa del pittore lombardo in un inestricabile gioco d’ombre e altro, condotto senza esclusione di colpi, nella politica europea tra la fine del Cinquecento e i primi anni del secolo successivo.

Tornando al villino in vendita, sappia l’eventuale acquirente, che dovrà sostenere anche le spese di restauro della struttura e che esse non sono proprio bruscolini, come si dice a Roma. Questo unico più che raro dipinto murario di Caravaggio fu voluto dal suo signore e padrone, il Cardinale Del Monte, nel 1597, sulla volta a botte del suo piccolo laboratorio alchemico, poi ricoperto nei secoli successivi, venne ritrovato solo nel 1969 dalla storica dell’arte Giuliana Zandri. Il dipinto di Caravaggio raffigura un’operazione alchemica con tre divinità olimpiche: Giove, Nettuno e Plutone che circondano simboli astrologici arcanamente comprensibili soltanto dagli iniziati all’arte alchemica.

La sacrosanta domanda che anche Strinati giustamente pone, è tuttavia d’ordine pratico: il sin troppo spesso disattento Stato italiano, il ministro Dario Franceschini in altre cose occupato, lascerà che un simile capolavoro, per la sua unicità quindi forse ancora più prezioso di altre opere caravaggesche meglio note, passi nelle mani di un facoltoso privato, o chissà di qualche associazione di studi ermetici anche molto famosa da secoli, oppure si adopererà affinché l’intero villino e ciò che esso contiene, resti proprietà del popolo d’Italia? Lo sapremo nelle prossime settimane dunque, intanto Il Caparra sornione, sghignazza irridente sui tetti di Roma, alla faccia di quello “scarparo” del Caravaggio.