“La donna per me”: Multiverso e introversione

Possiamo provare l’esistenza del Multiverso? O del Giorno della marmotta senza trucchi? No, ma possiamo farci (teoricamente) un pensiero. Invece, molto più terreno è il concetto di introversione applicato ai comportamenti umani, prendendo alla lettera il suo significato etimologico di una persona che “non ricerca i contatti e la comunicazione con i propri simili, ma dirige prevalentemente il suo interesse verso la propria persona e il relativo mondo interiore”. Queste due cose accadono contemporaneamente nel film La donna per me (dal 23 maggio su Sky Cinema e in streaming su Now, ma non, inspiegabilmente, nel circuito standard delle sale cinematografiche), di cui Marco Martani firma la regia e la sceneggiatura. Ovvero: Multiverso e Introversione si giustappongono, nel senso che a ogni passaggio dimensionale, dopo aver attraversato una magica finestra spazio-temporale, si ritrova in primo luogo l’invarianza del carattere di Andrea, il protagonista.

In altre parole: a ogni mutata ambientazione e avvenuta trasformazione del look del soggetto traslato, si continua a vedere in controluce solo e soltanto una sola, marmorea personalità di sottofondo, che rimane invariata in tutte le dimensioni del Multiverso. Nel senso che, malgrado l’enorme forzatura operata alterando lo Spazio-tempo di Andrea, il protagonista, che è l’esatto contrario dell’estroverso, rimane invariabilmente un monolite introverso. Invece, non è così per gli amici di una vita, che cambiano bruscamente ruoli, caratteri e comportamenti. In altri punti, attraversando una faccia del Multiverso, è possibile ritrovarsi come congiunti persone per le quali si era nutrito, nello spazio perduto della passata normalità, il massimo dell’antipatia.

La mutazione cui è sottoposto Andrea non è da lui mai riconosciuta come sogno e aspirazione, perché ogni volta quell’illusione si trova rivestita con principi e valori “esattamente” opposti a quelli appartenenti alla copia autentica, tranne forse un ruolo di mandrillo che è un’ossessione ricorrente del maschio adulto italiano. Andrea, quindi, non si perde mai, ma si sperimenta di volta in volta attraverso gli improbabili personaggi che incarnano la sua mutazione, ancorandosi sempre e comunque al suo punto fisso: Laura, che appare sempre dietro la stessa porta suonando lo stesso campanello sotto la targhetta di un nome che risuona come un’invariante cosmica; la sua unica donna da sempre, dalla quale non si è più separato a partire da quando si sono conosciuti da studenti del primo anno di Architettura. Laura, sempre lei, da sposare il giorno dopo. Già.

Se arriverà mai, però, quel “giorno dopo”. Anche perché, quando sarà, quel giorno successivo varrà “esattamente” come un anno! Nel film anche il Multiverso ha un suo punto fisso all’interno del loop dell’incantesimo che sembra non avere mai fine, ricominciando sempre dallo stesso giorno e, in particolare, da un letto matrimoniale di foggia sempre diversa, con perfette sconosciute sdraiate dal lato opposto. Ma cosa c’è alla radice di questo incubo? Un dubbio, un banale, semplicissimo dubbio che tutte le persone normali avvertono prima del grande passo: “Sto facendo o no la cosa giusta?”. Ecco, nel caso di Andrea sarebbe stato meglio non domandarselo. Per fortuna che però in questo viaggio fantasmatico c’è sempre una proiezione caleidoscopica di Laura, anche lei costantemente diversa ma sempre uguale a se stessa, con il suo fondo malinconico e la sua immutabile dolcezza.

Certo, se fossimo maestri di magia, e Marco Martani ci prova con la sua macchina da presa, ci divertiremmo un mondo come fa lui a costruire sliding doors e biforcazioni che moltiplicano le vite parallele di uno stesso identico personaggio, in modo che ciascuna delle sue copie percorra una linea dell’universo diversa da quella di tutti gli altri. Come si passa dall’una all’altra dimensione del Multiverso? Beh, una soluzione è quella di far subire un grosso trauma alla copia di turno, muovendosi così sulla falsariga di Dante che sviene quando si tratta di passare da un Cantico all’altro.

In realtà, il motivo conduttore del film appare addirittura banale: per capire quanto una persona sia (affettivamente e umanamente) importante per noi devi rischiare di perderla, affinché la sua assenza sia come il morso di un coccodrillo, e non come le sue lacrime! Ma c’è un’altra figura che, pur sperdendosi nel mondo in quel Multiverso, rimane sotto la superficie come un galleggiante: il padre di Andrea, dal cui abbandono da bambino originano la maggior parte dei traumi di un figlio che non si sente all’altezza come uomo, marito e professionista; al quale manca sempre qualcosa, o molto, per rimettere assieme le sue parti smarrite. Ci riuscirà alla fine dei suoi innumerevoli giri nel Multiverso?