Sigarette elettroniche alla prova dell’Oms

Si stanno chiudendo in questi giorni i lavori della Convenzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per il Controllo del Tabacco (Framework Convention on Tobacco Control - Fctc) tenutasi a New Delhi.

Oggetto della Convenzione è, come da titolo, la regolamentazione del tabacco, ma l’industria che teme di più i lavori della conferenza è quella che il tabacco non lo utilizza, ovvero quella, appena nata, delle sigarette elettroniche. Le e-cigs, così vengono chiamate in gergo tecnico e legislativo, sono infatti oggetto di discussione proprio all’interno della Convenzione, e le notizie per produttori e consumatori non sono buone.

I documenti pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità riferiscono infatti un orientamento non certo positivo alla distribuzione e alla vendita di questi prodotti. In particolare, l’Oms suggerisce ai Paesi di vietare l’uso delle sigarette elettroniche all’interno degli edifici, tassarle in maniera consistente, stabilire un’etichettatura simile a quella delle sigarette convenzionali e “vietare gusti e sapori che possano attirare i minori”. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le e-cigs non rappresentano uno strumento a salvaguardia della salute, ma anzi potrebbero invogliare i giovani non fumatori a iniziare il consumo di sigarette “tradizionali”.

Eppure, l’industria delle sigarette elettroniche, supportata da alcune associazioni e “Advocacy Groups”, è convinta del contrario e proclama ad alta voce i dati del Dipartimento di Sanità Britannico, che individuano un rischio del 95 per cento inferiore a quello delle sigarette tradizionali. Non solo, “Students for Liberty”, la più grande associazione studentesca liberale del mondo, ha tuonato contro l’iniziativa dell’Oms alludendo all’inizio di un “Nanny State”, letteralmente uno “Stato babysitter”, legittimato a decidere per conto del cittadino. L’associazione sostiene inoltre che un eccesso di regolamentazione sui prodotti porterebbe inevitabilmente ad un aumento di costi di produzione e ad un inevitabile taglio dei posti di lavoro. Insomma, un intervento sul mercato che fa storcere il naso a chi nel mercato ha sempre creduto.

Students for Liberty ha quindi lanciato un progetto diventato presto virale, in cui vengono presentati tutti i prodotti che potrebbero essere regolamentati sulla logica di un eccesso, e forse un pretesto, di tutela della salute del consumatore: dal cioccolato, ai videogames, fino ad arrivare agli stili di vita, come le ore di sonno o l’attività sportiva. Una polemica che regala spunti di riflessione a regolatori e consumatori e che non sembra fermarsi a New Delhi. Città scelta anche, forse, come simbolo di quell’eccesso di regolamentazione contro cui si scaglia il mondo pro liberty. In ben 9 Stati dell’India è infatti vietata la vendita di alcolici (ma non è vietato il possesso di armi), a Mumbai è vietata l’esposizione di manichini in intimo, e nel Kerala fu proposto di imprigionare chiunque avesse scelto di avere più di due figli, e fortunatamente la legge non passò.

Che si tratti di salute, stile di vita o demografia, un dato è certo: laddove vi sia un eccesso di regolamentazione esiste sempre il rischio di creazione di mercato nero e di situazioni di illegalità. Una sfida per il legislatore che dovrà scegliere tra ideologia, interessi speciali e libertà individuale.