Negozianti in trincea tra manovra e “cash only”

Da chi accetta i pagamenti con le carte di credito da vent’anni a chi ha il cartello “cash only” appeso fuori dalla porta del bar. La stretta del Governo sul contante introdotta dalla legge di stabilità unisce in uno scetticismo diffuso tanti negozianti, del centro come della periferia.

“È l’ennesimo regalo alle banche e alla grande distribuzione”, taglia corto il pescivendolo Danilo, che lavora vicino al mercato Trionfale e racconta di aver provato a usare il Pos mobile, ma di aver rinunciato perché non funzionava bene. “Qui in negozio non c’è campo”, si giustifica. Non è convinto dalle nuove norme nemmeno un artigiano del centro al lavoro in una bottega di paralumi attiva fin dagli anni Trenta. “Noi accettiamo le carte di credito da tantissimo tempo, ma questa storia delle sanzioni non mi piace, è tutta propaganda. Trattano i negozianti come evasori, ma qui siamo in trincea con l’elmetto. Un tempo lavoravamo in dodici nel laboratorio, ora siamo due e mezzo e, se vanno avanti così, l’unico lavoro che resterà sarà quello dei commessi nelle grandi catene a 600 euro al mese”.

Più delle norme in sé - con il limite all’uso del contante che scende da 3mila a 2mila euro per i prossimi due anni, per poi calare ulteriormente a quota mille, le sanzioni per chi non accetta pagamenti elettronici di 30 euro (più il 4% dell’importo) e le lotterie e i bonus basati sugli scontrini - sembra pesare l’atteggiamento da caccia alle streghe. “A me non piace usare le carte”, confessa un orafo di Prati raccontando che, spesso, gli capita di pagare e ricevere pagamenti in contanti anche per importi molto elevati. “Ma la legge è la legge e ci adegueremo”, aggiunge. Atteggiamenti più combattivi si trovano, invece, in borgata, a Valle Aurelia, dove il falegname Pierluigi reputa “un’ingiustizia costringere a pagare con le carte e un regalo alle banche, che incassano le commissioni dai negozi e dai clienti. Pensi poi alle difficoltà per le persone anziane”, aggiunge e, subito, gli dà manforte una cliente ultrasettantenne di passaggio: “Io le carte di credito non ce le ho proprio, non le ho mai fatte e non le farò mai”. Come la signora, si opporrà fino all’ultimo a carte di credito e bancomat anche Ornella, che gestisce una bancarella di prodotti alimentari in centro. “Non voglio il Pos, per importi piccoli sono più le commissioni che si devono pagare che il guadagno. So che sarebbe obbligatorio, ma non mi sono mai informata per metterlo. Non lo voglio”. Nonostante la resistenza degli alfieri del contante, i pagamenti elettronici si stanno diffondendo sempre di più. Secondo i dati della Confesercenti, tra il 2012 ed il 2018, il numero di Pos in Italia è cresciuto del 112 per cento e i pagamenti con bancomat sono saliti del 37% negli ultimi due anni.

“Bisogna affrontare con decisione il nodo delle commissioni per i negozi, sui micro-pagamenti e non solo”, afferma la presidente di Confesercenti, Patrizia De Luise, che pensa alla difficoltà delle aziende con margini ristretti come i gestori carburanti, i tabaccai, gli edicolanti e i bar. “Il Bonus Befana è un buon incentivo per i consumatori, ma - aggiunge - non basta, per rendere davvero capillare l’uso della moneta elettronica dobbiamo ridurre al minimo anche i costi per gli esercenti. Bisogna sostenere, non imporre sanzioni che condizionano la libera attività di impresa”.

Anche per il vicepresidente vicario di Confcommercio, Lino Stoppani, la “via giusta” è “incentivare e promuovere l’utilizzo di strumenti elettronici di pagamento con un sistema di premialità e non di penalizzazione”. Prevedere obblighi e sanzioni per chi non utilizza i pos, invece, “non convince” Stoppani che la ritiene “una misura vessatoria nei confronti delle imprese”.