Sulla ripresa economica il Governo continua a navigare a vista

Quando ad aprile il Governo aveva previsto che a fine 2020 il debito pubblico si sarebbe attestato al 155,7 per cento del Pil, siamo rimasti perplessi, considerando più plausibile un rapporto al 160 per cento. Così come lo eravamo anche su quasi tutti i dati macroeconomici contenuti nel Def, il Documento di economia e finanza.

Oggi il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è costretto a rivedere quella cifra al rialzo al 158 per cento, perché gli effetti delle misure adottate dal Governo non hanno inciso secondo le aspettative. Purtroppo per il Paese e senza particolare esultanza, possiamo dire che avevamo visto giusto.

Nella Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (NaDef) 2020, approvata dal Consiglio dei ministri di lunedì scorso, si tracciano le linee della prossima legge di bilancio ma i numeri delle previsioni dei prossimi anni, pur descrivendo la gravità della situazione economica del Paese, sono tutti in ribasso rispetto quelli indicati soltanto cinque mesi fa nel Def, anche se il ministro dellEconomia afferma, sprizzando fiducia da tutti i pori, che si aspetta risultati migliori, anche entro quest’anno.

Il Prodotto interno lordo nel Def era stato previsto in calo dell’otto per cento, in considerazione del crollo drammatico delle attività economiche e dei consumi dovuti alla pandemia. Con quel dato il Governo scommetteva che i provvedimenti adottati per far fronte alla crisi potessero favorire una ripresa abbastanza rapida dell’attività economica, grazie anche ad un rallentamento della crisi sanitaria. Scommessa inutile perché le misure approvate, essendo indirizzate soprattutto al sostegno alle imprese e all’assistenza ai lavoratori e disoccupati, non avrebbero potuto avere alcuna incidenza sulla ripresa dell’economia.

Pertanto oggi quel dato viene rivisto al ribasso al nove per cento, nonostante l’Ocse, il Fondo monetario internazionale e la Banca dItalia lo diano oltre il 10 per cento.

Non comprendiamo quindi come mai il ministro, oggi, abbia assunto questa responsabilità, anche alla luce del fatto che lo stesso Def di aprile, in caso di scenari di rischio con un andamento sfavorevole della pandemia, aveva previsto una maggiore contrazione del Pil nel 2020, al 10,6 per cento.

Per effetto dei provvedimenti del Governo le prospettive sono cambiate soprattutto in termini di indebitamento portando il deficit oltre le previsioni e facendo lievitare inevitabilmente il debito pubblico a cifre mai viste. Ma ciò era purtroppo inevitabile. Quindi il rapporto deficit/Pil previsto ad aprile a -7,1 per cento, passa a -10,8 per cento. Ad incidere sui dati macroeconomici l’aumento delle richieste di sussidi da parte della popolazione, con l’ampliamento della platea per il reddito di cittadinanza, e delle imprese in difficoltà, che non sempre sono riuscite ad accedere alle forme di sostegno previste, e l’allargamento della cassa integrazione.

Il timore invece che la sospensione di versamenti tributari e contributivi per alcune categorie di contribuenti e settori di attività, disposti da alcuni interventi normativi del Governo, potesse avere un forte impatto sulle partite di bilancio, è fortunatamente risultato infondato per il forte gettito che, nei primi otto mesi dell’anno è stato pari a 271,6 miliardi, soltanto 16 miliardi in meno, ovvero il 5,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di un risultato sorprendente se si pensa che quasi tutte le attività economiche sono rimaste ferme per almeno quattro mesi. Il segno meno è infatti dovuto in gran parte al minore introito dell’Iva.

Abbiamo sempre diffidato dei numeri che i vari ministri dell’Economia presentavano ogni anno in queste occasioni anche perché le previsioni si sono dimostrate sempre sbagliate e mai in positivo. Quasi tutti indistintamente hanno sempre promesso la riduzione del debito pubblico a partire dagli anni successivi senza però che questo sia mai avvenuto nemmeno di un decimo di punto percentuale. Fortunatamente la Banca d’Italia ci tranquillizza informandoci che solo il 30 per cento del debito italiano è in mano ad investitori esteri. Quindi anche oggi diffidiamo dei numeri presentati nella Nota di aggiornamento al Def.

Vediamo perché:

 

Prodotto Interno Lordo (Pil)

2019

2020

2021

2022

2023

0,3%

-9%

5,1%

3%

1,8%

1.789,7 Mld€

1.647, 2 Mld€

1.742 Mld€

1.814,8 Mld€

1.865,2 Mld€

Il Governo si mantiene cauto nel dato di quest’anno perché continua ad aspettare gli effetti benefici dei provvedimenti finora varati che non potranno arrivare per i motivi che abbiamo spiegato. Prevede un forte rimbalzo nel 2021 perché fa conto sulle risorse del Recovery fund di cui soltanto una prima piccola parte è destinata ad arrivare nel secondo semestre del 2021, ma senza tenere in considerazione le difficoltà per una economia disastrata di riprendersi in un arco di tempo così breve. Di conseguenza prevedere nel 2022 un recupero del Pil ai livelli pre-pandemia non ci pare per niente attendibile.

 

Rapporto Deficit /Pil in %

2019

2020

2021

2022

2023

-1.6

-10,8,

-7,0,

-4,7

-3,0

 

 

Rapporto/Debito pubblico in %

2019

2020

2021

2022

2023

134, 6

158%

155,6%

153,4%

151,5%

 

Il debito pubblico a fine 2019 era pari a poco meno 2.410 miliardi. Nonostante fosse già in atto la pandemia ad aprile, il Governo aveva fissato l’asticella per il 2020 in 2.523 miliardi di euro, un tetto praticamente superato già a giugno ed oggi si attesta a 2.560 miliardi di euro, in pratica 150 miliardi in più rispetto all’inizio dell’anno. Considerando che la caduta del Pil sarà oltre il 10 per cento e che da qui alla fine dell’anno ci potrebbe essere bisogno di altri interventi in deficit per iniettare liquidità nel sistema economico probabilmente sarà sfondato il tetto dei 2.600 miliardi ed il debito attestarsi al 162 per cento, cioè quattro punti sopra le previsioni del Governo con conseguenze sugli altri anni.

È chiaro che il Governo, unitamente ad una politica di rilancio dell’economia, è obbligato ad elaborare una strategia di rientro dal debito pubblico, ma è sempre consigliabile essere cauti con le previsioni ottimistiche. La situazione del Paese non lo consente, la realtà è molto più grave di quella che viene descritta nei documenti ufficiali ed è quindi difficile fare previsioni, come ha spiegato lo stesso governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.

Non ci dobbiamo fare ingannare dal forte rimbalzo della produzione industriale rilevato nel terzo trimestre 2020 perché la situazione internazionale della pandemia sta peggiorando con il conseguente calo degli ordini dall’estero ed il fermo delle esportazioni. Gli effetti del Covid-19 sono veramente devastanti dal punto di vista dell’occupazione e non comprendiamo come, di fronte ad una perdita di oltre 500mila posti di lavoro, con la disoccupazione giovanile salita al 32 per cento, il Governo possa prevedere un tasso di disoccupazione addirittura in calo dello 0,5 per cento nel 2020 ed un leggero aumento nel 2021, al 10,3 per cento rispetto al 10 per cento del 2019.

Noi riteniamo che, nonostante gli interventi del Governo abbiano in qualche modo mitigato i danni, soprattutto con il blocco dei licenziamenti, si possa stimare nel 2021 un tasso di disoccupazione ben oltre l’11 per cento. La scommessa del Governo nei prossimi mesi si gioca su una politica di bilancio più espansiva per sostenere ulteriormente i redditi e l’occupazione ma soprattutto sul “Piano nazionale di ripresa e resilienza” che avrà il compito di avviare e sostenere la ripresa dell’economia con le risorse messe a disposizione dal programma “Next Generation Eu” che potrebbero mettere in condizione l’Italia a recuperare i valori precedenti alla crisi finanziaria del 2008.

L’ostinazione a non voler accedere alle risorse del Mes, che sono immediatamente disponibili, ritarda le condizioni per invertire la tendenza e per il rilancio dell’economia e ci fa comprendere come sarà difficile scrollarci di dosso l’immagine di un Paese governato da una classe politica incapace ed impreparata nel programmare il futuro e fare le riforme necessarie per recuperare qualche gradino nella scala che ci colloca al penultimo posto, prima della Grecia, per il rischio Paese, pur essendo la terza maggiore economia dell’Unione europea.