La tassazione nel digitale: serve davvero?

È notizia di questi giorni la possibile decisione di Meta, la holding che comprende giganti digitali come Instagram, Facebook e WhatsApp, di salpare l’ancora dall’Europa. In questa settimana Facebook ha perso il 2,4 per cento di valore azionario, mentre in trenta giorni ha perso il 29,2 per cento e negli ultimi sei mesi il 35,7 per cento. Ciò non toglie che possa risalire a un valore azionario di 1000 miliardi.

Conviene all’Europa e all’Italia tassare il mercato digitale, oppure è controproducente, come afferma l’economista francese Cécile Philippe? Lo diciamo pensando all’Italia, dove nel centrodestra non sono pochi coloro che diffidano dei vantaggi del libero mercato. Ma io dico: che senso ha sembrare o essere dei replicanti del Partito Democratico in materia economico-finanziaria? Eppure, l’Italia liberal-conservatrice degli anni Cinquanta del Novecento ha avuto uno sviluppo impetuoso, posizionandosi ai primi posti nel mondo in quasi tutti i settori produttivi e scientifici. Quanto all’attenzione ai disagiati, nei “capitalistici” anni segnati dal liberalismo, quasi tutte le famiglie dei lavoratori riuscirono a comprarsi una casa (con un solo stipendio!) e a mandare a scuola i figli. Scusate se è poco, confrontato all’oggi, quando le famiglie – con i figli rimasti quasi senza genitori, entrambi al lavoro – quasi non riescono a trovarsi la pancia, tanto questa viene svuotata da costi, balzelli, burocrazia. Figurarsi comprare una casa a costi e rate agevolati.

Lorenzo Montanari, responsabile delle relazioni internazionali della Fondazione Usa Americans for tax reform, ha intervistato per Brussels report Cécile Philippe, presidente dell’Institut économique Molinari. Philippe si è laureata in economia e ha ottenuto un master sullo sviluppo dei mercati nei Paesi in via di sviluppo. Negli Usa – dove collaborava con un think tank – ha completato una tesi sulle crisi del mercato dell’informazione nel web. Ha poi fondato l’istituto Molinari nel 2003. Scrive per numerosi quotidiani tra cui Les Echos, il primo giornale economico francese e ha pubblicato molti libri.

Una domanda di Montanari riguarda la riforma economica e quale sia la sfida più importante per la Francia. Il quesito è decisivo anche per l’Italia, dove il Pnrr non deve finire per liquefarsi in supporti, ristori, aiuti e aiutini. Ecco la risposta di Cécile Philippe: “Servirebbe la riduzione di 35 miliardi di tasse sulla produzione, come richiesto da Medef (la Confindustria francese), per allineare la tassazione generale alla media del livello europeo. Attualmente il piano di Macron prevede una riduzione di 10 miliardi”.

Riguardo le altre priorità, Cécile Philippe premette che è decisiva la partecipazione dei cittadini (dov’è ad esempio finita la tanto predicata sussidiarietà?), com’è avvenuto in questi anni di pandemia, che però hanno prodotto un maggior controllo da parte dei vertici degli Stati: “È decisivo sviluppare in Europa e nel pianeta migliori strategie di controllo, riallineando salute, economia e libertà. Questa è una priorità. Mentre non lo è promuovere azioni non necessarie e urgenti come la tassazione o la regolamentazione dei giganti del web, il che anzi può essere dannoso. Sarebbe controproducente, perché i costi di queste azioni ricadrebbero in gran parte sulle spalle dei consumatori di servizi web. Invece di attaccare le Faang (gli stock di azioni dei big del web) dovremmo cercare di capire le cause e le ragioni del loro successo, per poi replicarle in Europa e nelle aree dove abbiamo una penetrazione economica e culturale (ma con condizioni di business non engelsiane, visti i fragorosi fallimenti della Google europea franco-tedesca, ndr)”.

E ancora: “Se i colossi digitali si trovano tutti negli Stati Uniti è perché le loro aziende sono alimentate dal mercato azionario e dai risparmi a lungo termine dei fondi pensione. Per questo motivo i nostri governi dovrebbero incoraggiare la creazione di un Nasdaq europeo, invece di perdere tempo ed energie nel moltiplicare tasse e regolamenti che certo non ci aiutano a crescere”.

La Philippe ci ricorda quanto sia profondo il legame dell’Europa con la tassazione e il controllo del mercato. In Italia, quando con gli scontri di Genova del 1960 il Governo democristiano fu intimidito da una rivolta forse favorita dal supporto sovietico, si andò a formare un Esecutivo Democrazia Cristiana-Partito Socialista italiano e il centrodestra finì nel cassetto: in pochi anni l’economia entrò in uno stato di continuo cortocircuito tasse-redistribuzione (politica). Poi arrivò la crescita della burocrazia e con la formazione delle Regioni fu la fine: gli operai si immiserirono tra finti aumenti di stipendio e reali big bang inflattivi.