Al Sud manca un’area come quella di Alessandria

Ritengo utile riportare una iniziativa che sta diventando concreta nell’area piemontese e, dopo averla analizzata, è nata spontaneamente una domanda: perché iniziative del genere non partono concretamente nel Mezzogiorno, in particolare a Taranto, a Gioia Tauro e ad Augusta?

Le Regioni Liguria, Lombardia e Piemonte hanno dato vita a una serie di decisioni fornite dagli Stati generali della logistica del Nord-Ovest. Dopo diversi incontri è emersa la ricchezza di opportunità offerte dal gigantesco polmone retroportuale rappresentato dallo Scalo ferroviario merci di Alessandria. L’idea è stata quella di dare vita a un dry port (porto a secco) che operi in stretto coordinamento con Genova e Savona; in particolare questi porti sarebbero collegati sia su rotaia, per arrivare a comporre i treni da 750 metri, sia con il servizio shuttle gestito da vere e proprie banchine intelligenti, in grado di decongestionare i porti, rendendo possibile l’attività delle banchine per più ore rispetto a quelle attuali.

Questo retroporto sarebbe in grado di accogliere e smistare circa 500mila container all’anno e con l’adozione della Zona logistica semplificata, il sistema portuale ligure, oggi praticamente saturo, potrebbe crescere passando addirittura da circa 2,7 milioni container ad oltre 4 milioni. Il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, in tale occasione ha dichiarato: “Stiamo lavorando per costruire una filiera della logistica che ci permetta di avere a terra lo spazio che la Liguria non ha accanto ai suoi porti”. In realtà, si vuole creare nel basso Piemonte una piastra capace di attrarre almeno 900mila container che trasportino merce destinata alle imprese industriali del Nord-Ovest attualmente movimentate nei porti del Nord Europa: Rotterdam, Anversa, Amburgo.

Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, concludendo la serie di incontri, ha precisato: “Nel giro di qualche anno tutte le merci movimentate in Europa, in particolare quelle portate da Lisbona a Kiev con la Tav e da Genova a Rotterdam con il Terzo Valico, avranno un preciso punto di incontro e sarà in Piemonte”.

Quello che ci colpisce di questo interessante atto programmatico non è il rilevante impegno a costruire una piastra logistica capace di amplificare il ruolo e la forza del sistema portuale ligure, quanto la presenza congiunta e collaborativa di tre Regioni; di tre Regioni che comprendono benissimo la utilità di un simile impianto non solo per la realtà regionale o provinciale di dove è ubicato, ma per tutte le realtà che direttamente o indirettamente vengono a beneficiare di una offerta logistica che, oltre a ottimizzare i flussi e le quantità delle merci, consente anche di interagire con impianti e realtà portuali ed interportuali ubicate nel Centro e nel Nord Europa.

Ebbene, questa decisione strategica presa da tre Regioni testimonia che un sistema portuale o un assetto retroportuale non sono una proprietà, non sono una rendita di posizione di una Regione ma sono una rendita di posizione del Paese e allora mi chiedo come mai idee così brillanti ed iniziative così incisive e lungimiranti sulla crescita e sullo sviluppo di vaste aree non prendano corpo nel Mezzogiorno. Mi chiedo perché quattro Regioni come la Sardegna, la Calabria, la Puglia e la Sicilia non decidano di offrire le loro realtà portuali come un unico impianto transhipment. Sì, insisto, perché non danno vita a una Società che gestisca in modo unitario i quattro impianti addirittura assicurando, per alcuni di essi, un rilevante supporto retroportuale. Invece i quattro Hub sono realtà autonome, legate alla identificazione fisica del territorio in cui sono ubicate. Per cui Gioia Tauro ha avuto e continua ad avere successo, mentre le altre tre praticamente sono allo stato prive di attività logistiche.

In fondo, iniziative del genere portate avanti in queste quattro realtà rimuoverebbero forme organizzative che finora, escluso il caso Gioia Tauro, hanno dato origine a offerte infrastrutturali e trasportistiche prive di domanda. Al tempo stesso, attuare simili ipotesi gestionali significherebbe costruire, davvero, una concorrenza con altre realtà portuali del Mediterraneo quali quelle di Algeciras, Valencia e Pireo che, come ho spiegato altre volte, movimentano ogni anno 15 milioni di Teu (container lunghi 20 piedi), cioè 5 milioni di Teu per ciascuno impianto. In realtà, si dovrebbe costituire una unica Società in grado di gestire i quattro Hub e sicuramente tale assetto societario entrerebbe in modo significativo in questo teatro logistico, in cui diventerebbero anche adeguate e difendibili le attuali forme di concorrenza.

Lo so, fin quando le Autorità di sistema portuale non saranno dotate di autonomia finanziaria, fin quando non saranno Spa, questa proposta rimarrà, purtroppo, pura utopia e contestualmente resterà nel Sud solo un Hub quello di Gioia Tauro. Questa grande piastra logistica non sarà da sola in grado di far crescere di più il Mezzogiorno e più l’intero Paese. Questo approfondimento, avanzato non da una Regione ma da quattro Regioni, penso potrebbe rappresentare una prima azione congiunta di realtà istituzionali, le quali finalmente diventerebbero responsabili e coscienti che l’intero Mezzogiorno non è fatto di tessere autonome ma ha, a tutti gli effetti, una consistenza e un legante non caratterizzato solo da una continuità territoriale, da una continuità fisica ma da una sommatoria di funzioni che, se gestite in modo organico, amplificano le economie di scala ed evitano che il Mediterraneo, nell’arco di pochi anni, non sia più un Mare Nostrum.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole