Il “non fare” produce danni all’erario

È interessante quanto emerge da un documento prodotto dalla Corte dei conti sulla inimmaginabile lungaggine relativa alla procedura che consente il passaggio da una intuizione progettuale alla apertura di un cantiere. In questo caso, non è una mia denuncia. Non è, come ribadito da qualcuno, puro terrorismo mediatico ma trattasi di una capillare e oggettiva analisi e di una inattaccabile presa d’atto. Ripeto: non sono io ma la Corte dei conti che in un apposito documento redatto dal presidente di Sezione, Mauro Orefice, ha precisato: “Per vedere la luce, un’opera pubblica deve ottenere il via libera ambientale, l’ok della Conferenza dei servizi, il parere di compatibilità idraulica, quello sulle verifiche archeologiche e poi il nulla osta del Cipe, il disco verde del progetto definitivo, l’approvazione di quello esecutivo, l’avvio delle gare d’appalto, la validazione delle offerte e l’affidamento dei lavori”.

Nella corposa nota si ricorda anche che questo lungo e complesso itinerario consta di ben 24 passaggi, senza contare i possibili rinvii, le possibili varianti chieste dagli Enti locali. E sulla base di questa triste constatazione la Corte dei conti chiede formalmente: “Un maggiore raccordo fra i soggetti coinvolti nelle fasi di programmazione, realizzazione e monitoraggio delle opere. È necessario che il ministero dell’Economia e delle Finanze, d’intesa con il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, verifichi la possibilità di individuare uno specifico piano gestionale all’interno dei capitoli interessati, con i dati contabili relativi ad ognuno degli interventi previsti. L’obiettivo è avere un quadro finanziario chiaro e aggiornato di ciascuno intervento, per favorire il monitoraggio su risorse stanziate e pagamenti effettuati, anche al fine di agevolare il controllo da parte degli organi preposti”.

In realtà, la Corte dei conti stima che, addirittura, per alcune opere l’intero iter autorizzativo dura anche undici anni. E sono soddisfatto che la stessa Corte richieda, giustamente, come interlocutore chiave dell’intero percorso non il Dicastero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili ma il ministero dell’Economia e delle Finanze, perché ciò che preoccupa è “la verifica di uno specifico piano gestionale all’interno dei capitoli interessati, con i dati contabili relativi ad ognuno degli interventi previsti”. Cioè, ciò che preoccupa è la capacità di “spendere concretamente le risorse” e il contestuale convincimento della magistratura contabile che non concludere l’iter autorizzativo di un’opera in tempi certi e contenuti. Oltre a produrre un forte danno all’erario, in termini di aumento dei costi, genera automaticamente un grave rischio sulla motivata utilità di un’opera, sulla sua attualità e sul mantenimento dei livelli e degli standard di qualità dell’opera stessa. Tra l’altro, la immotivata durata del processo autorizzativo è relativo a opere definite strategiche, mentre per le opere ordinarie, sempre secondo l’analisi della Corte dei conti, l’intero iter supera gli undici anni e raggiunge la soglia dei quindici anni.

Questa assurda constatazione che penso convinca tutti, in particolare alcuni ministri della Repubblica spesso propensi a fornire dati tranquillizzanti sull’avanzamento dei programmi, sulla approvazione dei progetti, sull’apertura dei cantieri, ci riporta finalmente a rincorrere, con la massima urgenza, una serie di scelte gestionali capaci di evitare che, a parte l’ormai scontato fallimento delle previsioni di avanzamento concreto delle scelte infrastrutturali presenti nel Pnrr, si amplifichi ulteriormente il danno all’erario. E diventi irreversibile questa stasi a “fare”, che ormai caratterizza l’intero comparto delle costruzioni.

Riporto di seguito alcuni possibili passaggi operativi:

– la sede dell’intero controllo della evoluzione progettuale e autorizzativa delle opere infrastrutturali strategiche viene trasferita alla presidenza del Consiglio. In tale sede tutti i Dicasteri, direttamente e indirettamente interessati, forniscono i pareri richiesti. E, sempre alla Presidenza, si svolge la Conferenza dei servizi. Il ministero dell’Economia e delle Finanze, organismo garante dell’accesso alle risorse, svolge il ruolo di certificatore del valore dell’opera posta in gara e segue, nel rispetto di una apposita Wbs (la Wbs di un progetto mette in relazione il risultato finale, ovvero l’obiettivo del progetto, con gli elementi che sono necessari alla sua realizzazione), tutte le fasi che portano alla gara, alla aggiudicazione ed alla sistematica erogazione degli Stati avanzamento lavori (Sal);

– tenuto conto della lentezza nella redazione delle progettualità da parte delle Amministrazioni pubbliche competenti di privilegiare, nelle procedure di affidamento delle opere, lo strumento del Partenariato pubblico privato, lo strumento dell’Appalto integrato, lo strumento del Promotore cioè di quanto è previsto dall’articolo 37 bis della Legge 109/1994 (vedi tabella), bisogna in realtà cercare in tutti i modi di contenere al massimo la lunga fase che intercorre tra la denuncia di volontà a “fare” e il concreto avvio del “fare”;

– dare alla Conferenza Stato-Regioni un preciso compito di controllo reale sugli avanzamenti dei Programmi legati alla infrastrutturazione organica del Paese. Sia di quelli ordinari, sia di quelli inseriti nel Pnrr, sia di quelli previsti dal Fondo di Sviluppo e Coesione (2014-2020) e (2021-2027). E, in presenza di scostamenti superiori ai sei mesi, nell’avanzamento dell’attuazione dei progetti, trasferire le risorse assegnate programmaticamente in un apposito Fondo per iniziative pronte ad attivare la spesa. La Conferenza Stato-Regioni, in tal modo, si responsabilizza specialmente sulle scelte relative ai Programmi operativi regionali (Por). Programmi di loro competenza che spesso rimangono fermi alla fase legata agli “impegni”;

– la Cassa Depositi e Prestiti, proprio in base a un ultimo provvedimento sottoscritto con il ministero dell’Economia e delle Finanze, dovrebbe diventare la sede garante dell’intero iter finanziario e, al tempo stesso, il controllore di tutte le fasi legate alla spesa e alla gestione delle risorse da parte delle varie stazioni appaltanti.

In fondo, una operazione del genere concentra tutte le attività, o almeno le principali, nell’alveo della presidenza del Consiglio. E questa ipotesi, oltre a essere ritenuta utopica, sarà sicuramente osteggiata forse da tutti. Ma io ritengo che anche la prossima Legislatura avrà bisogno di un Governo di unità nazionale. Quindi assisteremo sicuramente a un Governo Draghi bis e allora, cioè praticamente tra otto mesi, saremo costretti a prendere decisioni cariche di una emergenza che oggi forse non capiamo: a marzo 2023 mancheranno meno di tre anni al 31 dicembre 2026. E, alla luce anche di quanto detto dalla Corte dei Conti e non da me, saremo ancora con progetti da approvare dalle Conferenze dei Servizi, con progetti da sottoporre al dibattito pubblico. Saremo ancora con progetti non condivisi da alcune Regioni, saremo ancora come oggi senza cantieri aperti.

Spero di essere smentito ma se non lo fossi sono sicuro che la serie di proposte da me avanzate saranno ritenute, fra otto mesi, addirittura poco incisive. Mi spiace ammetterlo, ma stiamo perdendo una grande occasione: quella di attuare in modo organico il Pnrr. Stiamo perdendo un grande occasione: far ripartire il Paese dopo sette anni di blocco degli investimenti nelle infrastrutture da parte dei governi che, dal 2015 fino al 2021, avevano gestito la cosa pubblica.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole