Un Paese di illusionisti

Mi sembra che il vicepresidente della Commissione europea, il finlandese Jyrki Katainen, abbia molte ragioni per ammonire l’Italia sotto il profilo dei conti pubblici. Ciò soprattutto nell’imminenza dell’importante scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento.

Da questo punto di vista, concordo sostanzialmente con il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, il quale ha dichiarato che le parole di Katainen “più che un messaggio al Governo sembrano dirette ai partiti per la prossima campagna elettorale”. Partiti e coalizioni che, come ha segnalato Giovanni Floris nel corso dell’ultima puntata del suo talk-show di approfondimento su La7, convergono con diverse sfumature su una linea programmatica a dir poco inverosimile, promettendo meno tasse, meno debiti e più spesa pubblica per tutti. In questo senso la moral suasion preventiva del politico finlandese, considerando che l’Italia continua allegramente a viaggiare sull’orlo del baratro finanziario, appare più che giustificata.

Così come sacrosanta mi risulta l’esortazione di Katainen ad informare la cittadinanza circa le reali condizioni di un Paese il quale, aggiungo io, si ostina a vivere al di sopra delle proprie possibilità facendo ricorso in questa particolare fase di moderata ripresa al cosiddetto dividendo Draghi; ovvero a tassi tenuti artificialmente bassi dalla Banca Centrale Europea. Ma con l’inevitabile ritorno a una politica monetaria meno espansiva l’Italia rischia di pagare con gli interessi il lungo periodo di tregua finanziaria concesso dall’azione di Mario Draghi. Soprattutto se permarrà nell’atteggiamento della cosiddetta classe dirigente la propensione agli illusionismi, finalizzati a gestire il consenso con visioni edulcorate della realtà.

Così come, proprio in merito alla questione sollevata dal vicepresidente della Commissione europea, ha fatto l’ultimo zar della spending review - così come ci ricorda puntualmente sul suo blog l’ottimo Mario Seminerio - Yoram Gutgeld. Il successore di Carlo Cottarelli avrebbe cercato di rassicurare il popolo italico, in una lunga intervista concessa a Federico Fubini, circa l’attuale condizione dei conti pubblici. In particolare, egli ha trionfalmente dichiarato che “il costo della macchina pubblica (al netto delle pensioni e degli interessi) sarà dell’uno per cento del Pil sotto quello della Germania”.

E certo, eliminare dal conto il capitolo delle pensioni, che da solo rappresenta oltre un terzo dell’intera spesa pubblica, nonché un record assoluto in Europa e forse nel mondo (visto che la previdenza sociale ci costa quasi 18 punti di Pil contro i circa 10 della Germania), rappresenta un fantastico escamotage per il prode consigliere economico di Matteo Renzi. In questo modo, con il giochetto di escludere questo o quel settore di spesa, si può pensare di convincere all’infinito i cittadini italiani che le cose stiano marciando per il verso giusto.

Ma il problema di tutti questi illusionismi è che sui mercati finanziari, ossia nel luogo in cui dovremo continuare a chiedere prestiti per sostenere il nostro immane debito sovrano, essi non sembrano raccogliere molto credito.

Ciò anche in considerazione del fatto che proprio il capitolo delle pensioni, perennemente oggetto dell’assalto di un ceto politico-sindacale fondamentalmente irresponsabile, costituisce ancora, malgrado la riforma Fornero, il fattore più critico per la sostenibilità dello stesso debito sovrano.